— E perchè no? — chiese sorridendo il Rosetti.

— Perchè? Ma perchè la bellezza è una cosa infinita, come lei stesso riconosceva. Perchè la bellezza ha infinite forme ed espressioni, quindi regole e leggi senza numero, che non si possono nè formulare nè insegnare nè codificare; o si sentono o non esistono. Queste limitazioni e i principii che ne nascono e le regole che si possono cavare da questi principii sono tutte arbitrarie....

— Naturalmente — rispose il Rosetti. — Ogni arte deve sempre svolgere con logica rigorosa i principii da cui muove; ma questi principii non sono e non possono essere mai necessari. Se no, come si spiegherebbe che tutte le scuole d’arte e tutti i generi letterari fioriscono un po’ e muoiono tutti, prima o poi? Se una scuola o un genere posasse sopra principii assolutamente necessari, sarebbe eterna, imperitura, immortale.

— Ma se la scelta è arbitraria, — ribattè il Cavalcanti, — perchè dovremmo noi farla? perchè dovremmo affermare che è il bello, quel che del bello è solo una forma? Perchè dovremmo formulare delle regole e leggi là dove deve imperare libera l’ispirazione? Ogni regola d’arte è per sua natura convenzionale....

— Naturalmente, — rispose di nuovo il Rosetti.

— Ma come? Ma come? Lei dice naturalmente? Ma chi dice convenzionale dice l’opposto del bello, la morte dell’arte. Il bello è la verità, è la sincerità, è la libertà.... È la più comoda e fiorita delle vie per cui l’uomo cammina verso la Vita! L’interesse — ora lo capisco finalmente e sciolgo il nodo che mi aveva così a lungo infastidito — è ciò che spinge una scuola, una epoca, un popolo, la «volontà grande», come lei dice, a isolare tra i molti che si offrono un principio di bellezza, a limitarlo; cioè a proclamarlo il primo, anzi l’unico. Agli architetti del barocco faceva comodo che i contemporanei giudicassero bello solo lo stile loro, come ogni popolo ama credere che la sua letteratura è la prima del mondo.... Gli interessi sono come le liane delle foreste del Brasile, che attorcigliano il Tronco della Vita e tentano di strozzarlo!

— E quindi — interruppe l’Alverighi — ho ragione io di dire che la macchina e l’America rendono un gran servigio al mondo, purificando l’arte dagli interessi che l’inquinavano.

— Senza dubbio — riprese il Cavalcanti. — E quindi mi par chiaro, appunto perchè la bellezza è infinita, che noi dobbiamo non già limitarci; ma proprio all’opposto, cercare di scappar fuori dalle limitazioni entro cui gli interessi cercano di chiuderci; quindi dalle regole arbitrarie delle scuole, dai pregiudizi convenzionali delle chiesuole, dalle voghe effimere dei tempi....

— Libertà quindi! — rincalzò l’Alverighi. — Sono contento, signor Cavalcanti, di averla persuasa.

— Ma certamente! — rispose il Cavalcanti. — L’arte è una specie di unica lingua, eterna e universale, che ciascun popolo e tempo scrive con i suoi caratteri. Da paese a paese, di mezzo in mezzo secolo, mutano quelli che Sainte-Beuve chiamava «les modes de sensibilité»: le voglie, i gusti, le forme, l’alfabeto insomma con cui gli artisti trascrivono la bellezza; ma l’arte è unica, come la bellezza: e quindi tutti cercano e tutti trovano in siti diversi lo stesso tesoro; e quindi non ci sono più arti, molte scuole, differenti stili, ma un’arte sola, una sola scuola, un unico stile dal Giappone alla Francia, dai tempi antichi ad oggi, chi sappia intenderli; e perciò noi dobbiamo cercare di capire tutte le arti, tutte le scuole, spogliandole ad una ad una delle differenze apparenti di cui i tempi ed i luoghi e gli interessi le vestono: levandoci quanto è possibile al di sopra del tempo e dello spazio, per intendere la lingua comune dell’umanità, la eterna e assoluta bellezza! Si ricorda quel che dissi, quando discutevamo di «Amleto»? Mi dispiace di dovermi ripetere e gliene chiedo scusa: ma questo mi pare il solo vanto di cui gli Americani possono gloriarsi a petto degli Europei, in arte.... Noi non siamo esclusivi come gli Europei, noi cerchiamo di aver nervi per tutte le arti, di capire e di ammirare tutto.... Mi vien quasi voglia di gridare «terra terra», come Colombo, o «thalatta, thalatta», come i Greci di Senofonte. Non avendo null’altro da fare, noi ci siamo messi a discutere a casaccio, intorno al bello. Ciascuno di noi ci aveva, sì o no, pensato qualche volta, in un momento di distrazione. E ciascuno ha detto quel che gli passava per il capo, lì per lì.... Ne abbiamo dette delle grosse, quindi! Che le nostre ammirazioni estetiche erano tutte interessate.... Che la macchina purificava l’arte dagli interessi e dava all’uomo la libertà del gusto! Pareva non ci fosse modo di intendersi: quando ecco, lei pronuncia, ingegnere, una parola, una parola sola: «limitandosi»; e attraverso questa parola brilla sui nostri paradossi il raggio della verità, che ci mette tutti d’accordo. Sì: l’uomo cerca la bellezza infinita: perchè nella breve ora che gli è concessa egli aspira a vivere la maggior somma di Vita che può. Ci aspira, anche a costo di litigar di continuo: non siamo forse al mondo per litigare? Ma gli interessi lo trattengono alle forme momentanee e caduche in cui ogni artista si esprime, come queste fossero la bellezza totale e assoluta. E quindi egli si divincola; tenta di rompere e di tagliare intorno al tronco dell’arte le attorciglianti liane degli interessi; rovescia i limiti che impediscono allo spirito di soffiar libero come il vento sull’Oceano; cerca la libertà, che è il cammino più sgombro e spedito alla meta ultima del suo lungo viaggio: la Vita!