— Da dieci giorni noi andiamo dissertando intorno a quel che è bello, buono, o vero, se questa arte o quella, se questa o quella filosofia, se il progresso, la scienza, la ricchezza. Ma invano abbiamo cercato di parallelo in parallelo e di meridiano in meridiano, mutando cielo ogni giorno, l’argomento decisivo; la lama che tagliasse il nodo; il bandolo con cui sciogliere la matassa. Ogni ragionamento, o suo o nostro, era sempre rovesciabile o confutabile in qualche modo: e di sofisma in sofisma la disputa si prolungava. Quando alla fine siamo venuti nel discorso, se la ricchezza è buona o cattiva; e allora lei ha detto: ragioni quanto vuole, ma gli uomini oggi la ricchezza la vogliono: la vogliono e basta! E se ne è andato. Se invece di voltar le spalle, lei si tratteneva ancora un momento, le avrei detto che quel tale argomento decisivo, la lama e il bandolo, erano alla fine trovati: perchè lei mi aveva tappata la bocca. Che cosa avrei io potuto replicare? È possibile dimostrare che la ricchezza è vana o cattiva a un uomo ardente di cupidigia? O ad un innamorato che la sua bella è brutta? Se io ammiro profondamente la scultura greca o la musica italiana del secolo XIX o il teatro di Shakespeare, se bramo di godere e di rigodere queste opere d’arte, i critici e gli esteti potranno argomentare a loro talento: io starò fermo come torre: voglio goder quella bellezza e basta. Se sono invasato dal furore patriottico, nessuna filosofia sarà da tanto che mi cancelli dal numero degli eroi Pietro Micca. Se lo spirito di san Francesco è disceso in me, i precetti del «bushido» giapponese mi incuteranno ribrezzo. Ed eccola la soluzione di tutte le difficoltà che abbiamo così lungamente discusse: eccola, semplice e piana! Per saper quel che è bello o buono o vero, bisogna volere una definizione iniziale della Bellezza, della Bontà, della Verità.... Un criterio sicuro del bello, del buono e del vero può affermarlo ed imporlo non il pensiero, bensì la volontà. La volontà è la sorgente dei valori: non la filosofia....

Tacque un momento guardandoci; poi, come leggesse nel nostro silenzio che la formola era ardua ed oscura, continuò:

— Io non me ne intendo, sapete; parlo di queste cose a orecchio, come il semplice buon senso mi suggerisce. Ma io non riesco a capire come e perchè gli uomini moderni abbiano perduta di vista, correndo per il mondo, questa piana e semplice e ingenua verità: questo unico faro che nel gran mare della vita non si spegne mai, a salvezza di noi poveri naviganti.... Quando ritornai dall’America, e tanto per passare il tempo incominciai a studiare un po’ per conto mio, da principio non mi raccapezzavo: tante filosofie, tante estetiche, tante morali, tanti partiti politici, tante scuole di diritto; e tutte armate l’una contro l’altra sino ai denti, e un gran frecciare da tutte le parti terribile e vano; perchè — strano a dirsi — tutti tiravano e nessuno era mai colpito a morte! Ma che succedeva nel mondo? Chi aveva ragione e chi aveva torto? Perchè questa battaglia, piena di grida e senza morti? Per un po’ mi chiesi se il mondo, mentre io stavo in America, era ammattito o se invece ero ingrullito io, nella Pampa.... E non mi raccapezzai che il giorno in cui riuscii a capire quel che non avrei dovuto ignorare mai: che la ragione, il pensiero, la filosofia possono svolgere, ma non possono affermare ed imporre i primi principii di un’arte e di una morale, le definizioni elementari della bellezza e della virtù da cui ogni arte ed ogni morale prende le mosse. Queste definizioni la volontà sola le può porre ed imporre. Non la volontà di un singolo uomo — intendiamoci bene, però: perchè allora si ricasca in quel disordine che ci conduce difilati al vedantismo. La volontà di ogni singolo uomo, abbandonata a sè medesima, è così debole e incerta, che non riesce nemmeno ad imporre a sè stessa un criterio fermo e sicuro del buono, del bello e del vero: imaginarsi poi agli altri! La volontà dunque che pone le fondamenta di una morale, di un’arte, di una dottrina deve essere una volontà per dir così «grande»; una volontà superiore a quella di ogni singolo e che tutte le volontà singole abbracci e forzi: la volontà di una scuola, di una setta, di una chiesa, di un ordine sociale, di un popolo, di un’epoca, di più generazioni, di una civiltà, di molti secoli; e più grande è, meglio è: emanare per una particella infinitesima dallo spirito di ognuno; ma raccogliersi in alto e di là ridiscendere sul capo di tutti, come la pioggia che cade sulla terra a torrenti a guisa di dono del cielo, è salita, invisibile evaporazione, a goccia a goccia, dai pori della terra....

E tacque di nuova. Noi pure tacemmo un po’ perplessi, sinchè io parlai — credo — a nome di tutti, dicendo che il suo pensiero era oscuro e pregandolo di dirci come la volontà potesse porre questi primi principii del bello, del vero e del buono.

— Limitandosi — rispose immediatamente e laconicamente, senza esitare. Poi tacque di nuovo.

— Limitandosi? — chiese il Cavalcanti, aggrottando la fronte. — Non capisco.... Che intende?

Il Rosetti pensò un momento come cercasse la risposta più semplice e chiara; poi:

— Consideriamo — disse — l’arte, poichè di questa abbiamo ragionato più spesso. Quella sera in cui discutevamo di «Amleto», lei disse, signor Cavalcanti, che l’arte è una cosa infinita. Ha ragione. Già lo dissi a lei, avvocato, l’altra sera, l’uomo può trovare un principio di bellezza in tutti gli opposti, nell’ordine e nel disordine, nel semplice e nel fastoso, nel classico e nel rococò, nel sole e nella nebbia, nella luce e nella tenebra, nella leggerezza e nel peso, nella rosa e nell’orchidea, nel Partenone e in un ghetto cadente, in Parigi ed in New-York, nella retta e nella curva, nella violenza e nella dolcezza, nella grazia del fanciullo e nel terrore di una catastrofe.... Può trovarlo, l’uomo, un principio di bellezza in tutte queste cose: ma non è obbligato a cercarlo in una piuttosto che in un’altra. E allora che cosa succederà se ogni artista nel creare, e ogni amatore nel giudicare, sceglierà quel principio che più gli garba, liberamente, seguendo la sua inclinazione, il suo estro o capriccio, come lei vuole, Alverighi? Il mondo diventerà una Torre di Babele, quale il «Cordova» è stato in questi giorni: Caio giudicherà bello quel che a Tizio sembrerà brutto e viceversa, perchè ciascuno muoverà da una prima definizione del bello differente; e se Tizio e Caio dovranno vivere insieme, per forza litigheranno sempre senza intendersi mai, come i signori Feldmann hanno fatto.... Perchè, per esempio, noi abbiamo tanto e così inutilmente discusso, senza intenderci, intorno ad «Amleto», a Rodin e ad altri artisti? Perchè nel ragionamento di ognuno di noi era sottintesa una diversa definizione del bello. Ognuno di noi voleva una cosa diversa. Dunque per non esser costretti a litigar sempre senza intendersi mai e a far divorzio, come i Feldmann, occorre limitarsi insieme. Insieme, ho detto. Che cosa è una scuola d’arte? Un genere letterario? Lo stile di un’epoca? È una delle infinite forme della bellezza, isolata dalla volontà di una scuola, di una generazione, di una città, di un popolo, di una civiltà: posta come principio e modello e criterio unico della bellezza universale e attuata con uno sforzo perseverante. Insomma che una generazione, che una città, che un popolo, che una scuola affermino che il bello è o la semplicità, la proporzione, la snellezza, la grazia, la linea retta; oppure il fastoso, il manierato, il massiccio, il gigantesco, la linea curva: dicano: è bello, lo voglio e basta, con quanta forza ci vuole per far tacere i critici e i sofisti contrari; e allora avranno un criterio del bello, limitato sì ma sicuro, e da quello potranno dedurre, con il ragionamento, delle regole d’arte precise e certe, almeno per quanti abbiano riconosciuto il principio; regole acconcie così all’artista che si accinge a creare come al pubblico che deve giudicarlo: potranno educare il gusto del pubblico ed ottener che pubblico e artista si intendano....

Ma il Cavalcanti a questo punto interruppe improvvisamente e con un impeto insolito in lui:

— Ma allora lei vuole ridar vita, essere, corpo ai generi letterari, alle scuole artistiche, alla precettistica convenzionale delle varie arti, che i nostri vecchi dovettero studiare e subire.