— E queste cose — interruppe l’Alverighi — me le dice lei, proprio lei, che da tre giorni mi fa sudare tre camicie per contrastarle che la varietà del mondo non è una illusione? E il suo vedantismo, se ne è scordato adesso? Insomma lei pensa sì o no che la varietà del mondo sia una illusione....

— È una illusione, se ciascuno ha il diritto di farsi il suo criterio del bello, di affermare che New-York è bella, solamente perchè gli piace. Questo concesso, la catastrofe del mondo a cui abbiamo assistito, non è più che questione di tempo....

— Noi tutti saremmo allora obbligati, secondo lei, a affermare — tutti in coro, ad una voce — che New-York è bella o brutta? E allora mi permetto di ripeterle quel che già le dissi la prima sera; poichè abbiamo fatto in verità un bel cammino e ci ritroviamo proprio ancora lì, al punto di partenza: in forza di qual principio? In base a quale criterio? Dove è la misura per giudicare? Ci dovrebbe essere una autorità, una legge, una forza, un qualche cosa, che mi obbligasse a dir nero, anche quando sento bianco. E noi lo stiamo cercando invano da tanti giorni, questo qualcosa; come del resto tutti i filosofi, da poi che il mondo è mondo, l’hanno cercato; e non l’hanno trovato ancora.

Il Rosetti lo guardò in faccia, sorridendo fino fino.

— I filosofi non l’hanno trovato — disse. — È vero. E non l’abbiamo trovato neppur noi discutendo.... E non l’hanno trovato i Feldmann litigando. Ma lo ha trovato lei, ieri sera....

— Io? — gridò l’Alverighi.

— Sì, lei! — rispose il Rosetti, cercando nelle tasche i fiammiferi.

L’altro tacque un momento; poi ridendo:

— Sarà, — disse — poichè lo dice lei. Ma io non me ne sono accorto.

Il Rosetti riaccese il sigaro, e poi: