Ci lasciammo per la siesta. Durante tutto il pomeriggio meditai queste confidenze; perchè anche questa volta, dopo averle scacciate con un movimento istintivo d’incredulità, queste strane accuse mi ritornarono nella mente ostinate, empiendomi di nuovo incertezze e di dubbi. Può un uomo che non sia pazzo inventare simili cose, senza nessun appiglio di vero? E sentivo crescere in me il disagio, la diffidenza e l’avversione.

— Certo il marito avrà esagerato, — pensavo quasi a mio dispetto: — ma se lei si è tirata addosso una disgrazia di quel genere, devo avere anch’essa i suoi difetti. Anche se non l’ha tradito.... A una donna davvero virtuosa, buona, gentile simili cose non capitano!

Anche il discorso sulle perle false, da me ripetuto la sera prima a tavola, aveva fatto il giro del vapore; e intorno a quello udii il gioielliere dire alla bella genovese e alla moglie del dottore di San Paolo cose alquanto inaspettate.

— Non mi meraviglio, non mi meraviglio! — diceva — L’avevo sospettato, per quanto a distanza, senza pigliarle in mano, sia difficile giudicare se delle perle sono vere o false.... Ma un paio di volte mi ha pregato di mostrarle se avevo qualche bell’oggetto con me.... Di solito in viaggio non mi occupo di affari: ma per farle piacere, questa volta.... Ho però visto subito che non si combinava nulla: non se ne intende, di gioie e di gemme!

— Io del resto — rispose la genovese — non ho mai creduto che fosse così ricca come dicevano.... In fin dei conti, viaggia con una cameriera, e ha qualche bell’abito, non è vero? Ci vogliono poi tanti milioni, per questo?

— Ma e il regalo ce lo farà ancora? — disse, metà scherzando, metà sul serio, la moglie del dottore.

Il vento contrario pigliava forza e il prestigio della signora pericolava. La giornata torbida, grigia, piovosa terminò presto; l’autunno scorciava i giorni; pranzammo quetamente — assente la signora, per fortuna, chè l’idea di rivederla mi infastidiva sempre di più — e scherzammo un po’ sull’imminente discorso di Apollo: a udire il quale il Rosetti ci trasse, dopo il pranzo, nel fumoir dalle rosse pareti a fiorami d’oro, perchè fuori la notte era già troppo fresca. Ci sedemmo intorno a un tavolo; l’Alverighi offrì dello Champagne; e il Rosetti, acceso un sigaro, finalmente parlò.

— Apollo dunque intendeva di dire.... — Fece una pausa, come chi titubasse innanzi ad un inciampo: poi facendo con il discorso un balzo, e volgendosi all’Alverighi: — Siamo dunque d’accordo, avvocato, — disse. — La macchina ha privato i re, i principi, i miliardari che hanno preso il posto dei re, di quel piccolo numero di cose eccellenti e bellissime, o reputate tali, che la mano dell’uomo fabbricava una volta, e ha profuso nel mondo oggetti di qualità meno rara e difficile. Ha fatto insomma trionfare la quantità a scapito della qualità: come è legge eterna, del resto: perchè io posso voler fabbricare in un certo tempo cose di una certa qualità, vale a dire simiglianti a un certo modello di perfezione che ho innanzi agli occhi o nella mente: ma allora non posso più fabbricarne la quantità che mi talenta: debbo star contento di quella quantità di cui potrò venire a capo, lavorando con il massimo ardore. Posso dire invece: voglio tante cose di tal qualità. Ma allora non posso più prescrivere a capriccio il tempo necessario a finirle. Oppure: voglio, in tanto tempo, tanta quantità: sta bene, ma mi toccherà allora di accontentarmi del possibile rispetto alla qualità. Cosicchè chi vuole accrescere la quantità e scorciare il tempo, gli occorre rimetterci sulla qualità. E questo è proprio quello che la macchina ha fatto, come lei disse ieri: e ha fatto bene a farlo, — aggiunse poi. — Pianga pure la signora Feldmann di non poter comperare le sognate meraviglie con i suoi cento milioni: infiniti altri godono del suo pianto. Senonchè se le macchine che noi mettiamo in opera oggi hanno vinte le antiche arti manuali, e questo è bene, meglio sarà se saranno vinte alla loro volta, come del resto già accade, da macchine due, tre, cinque volte più veloci; che fabbricheranno cose più scadenti ma in maggiore abbondanza e in un tempo minore. Perchè la macchina, dopo aver vinto, non dovrebbe stravincere? Per qual ragione il progresso dovrebbe sostare a mezzo corso? Ed ecco la ragione per cui Apollo ammonì gli Dei dell’Olimpo a non consentire a Vulcano e a Prometeo quella tal condizione, che sapete. Perchè o la civiltà nostra riuscirà a trattenere la furia delle macchine; o quel che oggi si suole chiamare il progresso opprimerà il mondo sotto una abbondanza sempre più grande di cose maggiormente scadenti, sinchè ci saranno ruote e ordigni resistenti all’esercizio a cui sono destinati; corpi e spiriti che non pieghino al gravame dei più grossolani piaceri. La macchina annullerà insomma tutte le differenze e le qualità delle cose, come vuol fare, per forza di meditazione, la filosofia vedantista; e allora non solamente i disgraziati che, come i Feldmann, possederanno cento milioni, ma i milionari prima e poi, via via, anche gli agiati, non potranno più tradurre la quantità in qualità, e la ricchezza diventerà inutile a tutti, a mano a mano che ne crescerà la somma totale. In altre parole: una civiltà la quale non si sforzi che di accrescere la quantità deve terminare in un’orgia immane ed irosa: perchè togliete al popolo ogni amore e ammirazione della bellezza, della gloria e della virtù, ogni aspirazione a migliorare sè e le cose del mondo: ed eccovi la moltitudine moderna: che non vuol che quantità, la casa più larga, l’acqua, il pane, il vino, la luce, il salario più abbondante, il treno più rapido.... Quantità, quantità, quantità: e quindi malcontenti tutti alla fine: i pochi ricchi, perchè questi esauriscono presto la quantità e al di là di questa non possono più tradurre la quantità in qualità; la moltitudine povera, perchè i più sono troppi.... Fatene quanto più potete comoda e agiata la condizione, non potrà mai toccare a tutti tutto quello che ognuno può desiderare.

Questo rapido e inaspettato discorso ci colse tutti alla sprovvista. Tacemmo tutti per un momento, mentre il Rosetti ci guardava come aspettando le nostre obiezioni: poi, quando si accorse che nessuno rispondeva, si volse alla Gina:

— Signora, — dicendo, — lei ci ha fatto l’altro giorno un bellissimo discorso contro le macchine. Lei ha accusata la macchina di far l’uomo insaziabile, di creare la carestia permanente, di sperperare le ricchezze naturali che non si rinnovano. Alludeva, suppongo, alla fecondità della terra, alle foreste, alle miniere; sopratutto al calore latente, all’energia potenziale, accumulata nelle miniere di carbone, nei pozzi di petrolio e nelle cascate d’acqua; che è poi il primo principio di quasi tutto il gran subbuglio e frastuono e andirivieni e giramento in cui, sotto nome di progresso, vive oggi il mondo e se la gode, a quanto pare. Ma se noi fossimo assediati in una città e avessimo grano per tre mesi, proporrebbe lei, signora, di non distribuirne più nemmeno un sacco perchè, se no, dopo tre mesi non ce ne sarebbe più: di morir tutti, subito, di fame, per non morire, eventualmente, di qui a tre mesi? Lei ha ragione, signora, di dire che la macchina fa insaziabile l’uomo, ma non già perchè noi consumiamo molto più dei nostri vecchi; per un’altra ragione invece, che a me pare, come direi?, più intrinseca e che è poi, almeno secondo me, il vizio occulto e mortale della civiltà moderna: perchè avvilendo e avvilendo ancora la qualità delle cose per accrescerne la quantità, essa toglie al desiderio il suo freno naturale, alla quantità la sola misura intrinseca: che è appunto la qualità. La misura è la sintesi della qualità e della quantità, ha detto, se ben ricordo, Hegel. Farsi beffe della smania che in tutti c’è, ricchi e poveri, di tradurre la quantità in qualità, è facile. Ma è giusto? Lo Champagne — e accennò le due bottiglie che erano sul tavolo — è un rito sacro della ospitalità americana. Perchè lei, e perchè il signor Vazquez ce ne han fatto bevere tanto? Perchè tutti gli Argentini si sentono in dovere di offrirne una «copa», quando vogliono usare cortesia ad un amico o ad un ospite? Perchè lo Champagne è considerato come il nettare, l’ambrosia, l’idromele dei tempi nostri.... Sarà una illusione, ammettiamolo pure: ma supponga che i vini fossero una repubblica di eguali, senza plebe e nobiltà.... Allora la cortesia, non potendo offrirne del migliore, ne offrirebbe di più.... Lei avrebbe fatto portar qui, come usano i barbari, una grossa botte di vino. Noi ci saremmo ubriacati.... E avremmo noi forse goduto di più? In questo piccolo esempio lei vede in iscorcio quale è l’ufficio delle qualità o dei valori nel mondo, per parlare come i filosofi moderni. A lei, avvocato, pare che la storia abbia messo il carro avanti ai buoi, perchè prima di scoprire l’America e di avere, nonchè conquistato, neppur conosciuto il mondo, gli uomini si sono tanto sforzati di creare arti, filosofie, religioni, diritti. Ma per qual ragione crede lei che le grandi civiltà del passato — sino alla Rivoluzione Francese — abbiano considerato l’incremento delle ricchezze o come cosa pericolosa o come cosa di seconda importanza, da lasciarne il pensiero alla gente oscura ed ignobile, come fanno del resto i Mussulmani anche ora? Gli uomini erano forse tutti pazzi o stolti allora? Tutti oggi considerano l’arte come un lusso, distaccato e posto al disopra delle necessità della vita. Ma come si spiega allora che l’arte abbia fiorito tanto più rigogliosa di adesso in tempi e civiltà poverissime, a paragone della nostra? Io ho viaggiata la Grecia, le isole dell’Egeo, l’Asia Minore: la culla della poesia, della letteratura, della scultura, dell’architettura.... Che magrezza di terre: e non per colpa dei Turchi soltanto! Come ci vivessero, e dovendole far fruttare con strumenti così deboli, i Greci, non si riesce quasi più a imaginarlo. Ma Platone disprezzava i meccanici; e i Greci pensavano a migliorare la qualità del mondo, abbellendolo, perchè l’arte è qualità pura: lo disse anche lei, avvocato, l’altro giorno,... Erano anche essi pazzi? No: erano nel vero: sapevano che la qualità — si chiami bellezza, giustizia, bontà, gloria, santità, nobiltà, grandezza o come volete — è il sale e il condimento della vita: quel non so che, che varia il sapore delle cose, screzia l’aspetto dell’universo, risveglia ed appaga sempre nuovi desideri, fuga dal vivere il tedio e la sazietà; la forza che nella monotonia matematica della quantità introduce la varietà, che è il primo principio del progresso e della civiltà, la radice della felicità, la ragione del vivere e dell’operare, il divino e inebriante sorriso del mondo....