Sorrisi a sentir queste parole, e interruppi il Rosetti per raccontare che la parola «interessante» era stata anche per me, in America, una comoda scappatoia, ogni qual volta ero stato richiesto di un parere su cose, che non mi sentivo in grado di giudicare conoscendole troppo poco; o che alla prima occhiata almeno non mi parevano così stupende come ai miei gentilissimi ospiti. Sempre mi ero cavato d’impaccio, dicendo che quella tal cosa era «very interesting» o «muy interesante». Ma raccontando questa storiella presi lo slancio a irrompere in un campo più vasto, verso il quale mi spingevano le meditazioni della sera precedente e la conversazione filosofica della mattina con il Cavalcanti; ed esposi una obiezione che ruminavo da qualche tempo, e con la quale ripigliavo ed amplificavo il pensiero del brasiliano.
— Ingegnere, — dissi, — che le definizioni elementari del bello, da cui ogni arte prende le mosse, debbano esser poste ed imposte da un atto di volontà mi par vero. Ma non mi pare invece che noi possiamo fermarci come fa lei, all’atto di volontà, come all’ultima Thule o alle colonne d’Ercole del Pensiero umano.... Bisogna fare un passo avanti e decidere quest’altro punto: se le cose diventano belle perchè e dal momento in cui noi le vogliamo per tali; o se le vogliamo, perchè sono belle. È chiaro — mi sembra — che in questo sta il tutto; e da questo dipende se aveva ragione lei, prima, quando pezzo per pezzo ci ha demolito sotto gli occhi il mondo intero; o se ha ragione adesso che tenta di legarne insieme i rottami, con la volontà. Se le cose diventano belle solo perchè noi le vogliamo, aveva ragione lei di dire che lo spettacolo del mondo non è che la lanterna magica degli interessi; e ha ragione quel tale calzolaio di Piazza Vendôme di cui ci parlò l’Alverighi; nonchè il vedantismo. La varietà del mondo allora è una illusione: quindi spegniamo i lumi e andiamo a letto, perchè l’operare e il lottare sono vane cose. Ma se la varietà del mondo è il sale della vita, il principio del progresso, la fonte della felicità, lei deve ammettere che i nostri giudizi estetici non possono essere solo l’effetto di forze estrinseche, che operano sulle nostre passioni, come su della cera: quali gli interessi che lei enumerò l’altro giorno; quali le regole convenzionali, le limitazioni arbitrarie, i pregiudizi che noi imponiamo con tutti i mezzi che ci son buoni per far fare agli altri quel che vogliamo noi; quali la moda, la suggestione, quel bisogno così umano di urlar con i lupi e di belar con gli agnelli.... No: di fronte a queste forze estrinseche, deve stare una forza intrinseca, incoercibile, che ora resiste ora seconda le forze esterne come l’àncora e la corda i moti violenti del mare; che ora accetta come bello quel che gli interessi o le convenzioni o la moda dichiarano tale, ora resiste, freme, si ribella.... Se no, perchè Apollo ci avrebbe incitato a trattenere i Titani di ferro? Noi stiamo discutendo da qualche giorno in qual misura noi dobbiamo resistere alle macchine, a che punto rifiutare l’abbondanza che esse ci vogliono prodigare: ma potremmo noi resistere e rifiutare, se per fare l’abbondanza, le macchine non si sforzassero di farci ammirare come belle delle cose che sono brutte e come buone delle azioni che sono cattive: e se il sentimento nostro non si ribellasse, sia pure con troppa foga qualche volta, come quando è mia moglie che parla? Dunque è chiaro: giunti con la nostra indagine all’atto di volontà, non possiamo fermarci: bisogna che discendiamo più giù, fino alla profonda forza intrinseca che muove l’atto di volontà, se vogliamo lacerare il gran velo, conoscere l’anima eterna dell’arte!
Questo mio primo discorso filosofico non dispiacque al Cavalcanti che, sempre gentile quanto amante delle sottigliezze, mi aveva incoraggiato, mentre parlavo, con cenni del capo e sorrisi. L’Alverighi invece dichiarò francamente alla fine di non aver capito una parola di quanto avevo detto. Il Rosetti mi guardò un poco; poi:
— A te dunque — ripetè lentamente — non basta di sentirti dentro spinto a volere: tu vuoi voltarti indietro a veder il braccio e la forza che ti spingono.... — Fece una pausa; e poi: — Ma e se ciò non fosse possibile? Se l’uomo fosse così costituito dalla natura o da Dio, come ti piace, che non potesse nel tempo stesso sentir la spinta e voltarsi indietro a vedere il misterioso braccio che lo muove? sentir la voce che lo incita alle spalle, e volger la faccia verso il volto che parla? Se il braccio si fermasse e la voce tacesse nel momento preciso in cui l’uomo si volge? Se l’uomo fosse Orfeo e non potesse trarre dall’Inferno la sua Euridice, trovare il cammino che conduce alla verità, alla bellezza, alla virtù, se non a condizione di non voltarsi mai indietro?
Tacque guardandomi: ed io stavo per rispondere, quando trasse l’orologio di tasca; e:
— Ma è mezzanotte, — disse. — Il tempo passa. Se andassimo a letto: e continuassimo domani? Almeno se questi discorsi non vi annoiano troppo. Perchè ci sarebbero tante cose da dire....
E così decidemmo. Ma nel levarci:
— Dai casi della signora Feldmann, siamo arrivati ben lontano e saliti ben in alto, — disse l’ammiraglio.
— Tutto è in tutto — rispose sorridendo o stringendosi nelle spalle il Rosetti.