Il seguente giovedì doveva condurci sino alle porte del mondo antico. Entreremmo nel Mediterraneo verso sera. Si compiva dunque in quel giorno una tappa solenne del lungo viaggio: solenne e gradita, perchè l’ultima. Dallo stretto di Gibilterra, il «Cordova» navigherebbe spedito alla meta in tre giorni. Ma il Cavalcanti ed io non alludemmo neppure, quella mattina, nei nostri discorsi, al prossimo passaggio di Gibilterra: chè quasi tutta la mattina grigia e piovosa ragionammo, sul ponte di passeggiata, intorno ai discorsi della sera precedente.... Sul vivo e sensitivo ingegno del Cavalcanti, i ragionamenti del Rosetti avevano fatta profonda impressione. Egli mi diceva di non aver più replicato nella seconda parte della discussione, a tal segno quei discorsi l’avevano soggiogato parendogli quasi di udire, per la prima volta e chiare, cose che egli avesse sempre confusamente pensate. L’imparare sarebbe dunque proprio, come diceva Platone, un risvegliarsi di reminiscenze lontane? Trapassammo poi a ragionare dell’obiezione che io avevo mossa: il Cavalcanti di nuovo l’approvò: io la chiarii e precisai — avevo su quella meditato a lungo — dicendo che il Rosetti mi pareva in procinto di impigliarsi in una contradizione mortale. Aveva affermato che la Bellezza sarebbe alcunchè di convenzionale: una opinione umana dunque, momentanea e caduca, come per molti filosofi del secolo XVIII le istituzioni e i costumi, senza fondamento assoluto ed eterno. Ma poi imponendo all’uomo con quella sua mistica frase di camminare come Orfeo, intendeva senza dubbio dire che i principii dell’arte non devono essere troppo discussi, quasi fossero cosa divina. Contradizione sulla quale intendevo di appoggiarmi e far leva, per costringere il Rosetti a disdirsi. Ma il Rosetti non uscì dalla cabina, durante la mattina; e quindi ci fu forza pazientare. Barattai invece qualche parola, poco prima della colazione, con l’ammiraglio. Mi raccontò che la signora si era alquanto rimessa; ma aveva incominciato a farneticare supposizioni e piani fantastici; e per esporglieli già quattro volte l’aveva fatto chiamare, dalla sera precedente! A colazione ricomparve per la prima volta la signora Yriondo: conferma definitiva che il marito, a poco a poco, riconosceva il suo errore e guariva. Ragionammo di Gibilterra e del passaggio, e il Rosetti ci disse che avrebbe continuato il discorso dopo la siesta....

Verso le quattro e mezzo infatti, il Cavalcanti ed io già passeggiavamo sul ponte basso, ragionando e soffermandoci ogni tanto a guardare il mare e la terra. Poichè eravamo in vista della terra. Avevamo a mezzodì raggiunto il 35º grado e il 7º minuto di latitudine e il 6º grado e 53º minuto di longitudine: e navigavamo ormai a tutto vapore verso le colonne d’Ercole, scorgendo a destra, lontane, nella nebbia rada e fulgente, le basse coste collinose del conteso Marocco; di fronte, nere e più vicine, le montagne entro cui stavano nascoste le porte varcate un giorno da Prometeo e Vulcano fuggenti l’antica storia del mondo. E in vicinanza della terra l’Oceano, per tanti giorni sonnacchioso deserto e monotono, pareva a un tratto come animarsi e schiarirsi, sotto il soffio di un gagliardissimo vento che investiva il vapore, sommoveva il piano del mare e aveva aperti immensi squarci azzurri nel grigio velo di pioggia, che la mattina copriva il volto del mondo. Cosicchè sull’Oceano infuriava, spettacolo nuovo, una meravigliosa tempesta in pieno sole: chè fitti fitti, tutti eguali, sin dove l’occhio giungeva, sino al Marocco, sino alle montagne dello stretto, sino alla nebbia cupa che a sinistra chiudeva l’Oceano, balzavano dal fondo azzurro e cupo del mare i marosi enormi, alti e lunghi, verdi e simili a liquide muraglie di smeraldo e d’oro; sostavano un momento scintillando; poi si ritorcevano su sè medesimi per sciogliersi in cento cascate d’argento nel mare azzurro, dal quale ribalzavan poi verdi e d’oro: ressa infinita che ci assediava da ogni parte, ma non nemica. Perchè la nave rompeva di prua quelle onde, e attraversava quel mare in convulsione, dritta e salda come fondesse un placido lago, senza beccheggiare o rullar neppure poco. Anche i più delicati tra i passeggeri potevano quindi contemplare la tempesta al sicuro: difatti erano tutti usciti in mezzo al vento, fuorchè — almeno sino a quell’ora — il Vazquez, l’Alverighi, il Rosetti e la signora Feldmann.

Finalmente, verso le cinque, mentre in mezzo ad altri passeggeri guardavamo con i binoccoli la terra vicina e il capo Spartel, il Rosetti comparve sorridente, fumando, incappottato. Io subito mossi il discorso, deliberato a cercar che il Rosetti più si impigliasse nella sua contradizione:

— A me dunque — dicendo — non basta di ammirare un’opera d’arte: voglio sapere anche perchè è bella.

Ma in capo al ponte, a prua, una raffica di vento ci investì, ci fece alzar le mani ai berretti, mi imbavagliò. Solo quando avemmo voltate le spalle alla prua e al vento potei continuare.

— Lei mi dice: quest’opera d’arte è bella, perchè rassomiglia a quel tale modello. Ma da questa risposta spunta subito un’altra dimanda: il modello è poi bello davvero e perchè? Lei mi dirà: perchè la tradizione, la scuola, l’opinione pubblica, la volontà grande della mia epoca me lo impongono come tale. Ma la risposta non mi acqueta: la tradizione, la scuola, l’opinione pubblica, la volontà della mia epoca possono sbagliarsi; tanto è vero che ora giudicano bella ora brutta la stessa opera d’arte: e una volta o l’altra debbono cadere in errore. Dunque se voglio essere sicuro di non sbagliarmi, io debbo poter giudicare i modelli, sapere onde scaturisce e in che consiste questa bellezza misteriosa, che nel modello c’è e ci deve essere, se il modello deve avere forza imperativa su me, su lei, su tutti.

— Da Dio — interruppe reciso e improvviso il Rosetti.

— Da Dio? — esclamai, — chè questa risposta, in bocca al signor Rosetti, proprio non me l’aspettavo. — Sì! — aggiunsi poi sorridendo — Dio è stato per molti secoli la mistica fontana dei valori; ma....

E tacqui, credendo di essermi spiegato.

— Ma? — interrogò invece il Rosetti, come se non avesse capito.