— Leggi allora — replicò il Rosetti — il Protagora. L’hai già letto? Ebbene ti ricordi la pagina in cui Socrate dimostra a Protagora che la virtù è una sola? Socrate è qui un po’ sofistico, come gli capita spesso nei dialoghi di Platone.... Ma insomma quel che dice mi par vero in parte almeno: perchè mi sembra proprio vero che tutte le virtù siano parti e organi di una virtù sola, che perciò può dirsi la virtù unica ed infinita: la Giustizia. Per parlare più alla buona: un uomo, per essere giusto davvero, dovrebbe raccogliere in sè tutte le virtù, limitando quelle che sono opposte le une con le altre: esser coraggioso e prudente, riflessivo e appassionato, severo e misericordioso, parsimonioso e generoso, duro e indulgente, eroico ed umano; dovrebbe inoltre essere e temperato e savio e intelligente e leale e fedele e verace e laborioso e onesto e istruito.... Direi anzi che il progresso si sforza di confondere e quasi di annullare tutte queste disperse virtù nella Giustizia, come i mezzi nel fine: perchè più si allarga l’impero della Giustizia nel mondo, e minor bisogno c’è di ogni singola virtù da sola. Scema la prepotenza, e quindi c’è meno bisogno di coraggio per combatterla; ci son meno colpe da punire o da perdonare, e quindi occorre meno severità e meno misericordia.... E via dicendo.... Non è forse vero che, per esempio, la tua Roma potè fare la prima grande codificazione del diritto dopochè una lunga pace ebbe mescolati insieme molti e diversi principii morali, sviluppando il sentimento della Giustizia a scapito delle virtù parziali? E così direi pure si spieghi come accade che gli uomini lamentano tanto la decadenza morale del mondo e il mondo invece sta sempre zitto.... Si lamentano, perchè vedono decadere questa o quella singola virtù parziale; e non si accorgono che mentre queste, mescolandosi, si stemperano quasi e si assottigliano, la Giustizia ingrandisce.... Insomma: la Giustizia è la virtù finale; e le altre virtù sono virtù strumentali: quindi le epoche e le civiltà che possono sacrificare le virtù strumentali alla finale, sono le più perfette e anche le più fortunate.... Dico: quelle che possono; perchè il mondo in cui viviamo è un turbulento pianeta, pieno di guerre, di rivoluzioni, di catastrofi, di torbide passionaccie, di interessi obliqui. E ogni tanto capitano dei tempacci oscuri, in cui altro che alla Giustizia! Popoli, stati, classi, partiti, uomini devono badare alla pelle!... In quei tempi si fa quel che si può: allora tu hai ragione: chi si sa limitare in una virtù parziale, buona arma alla offesa o alla difesa, serrar lo stretto e far violenta la corrente, quello ha ragione!
Tacque: due volte percorremmo su e giù in silenzio il ponte deserto, lungo il muggito invisibile del mare squarciato, intravedendo dai vetri i passeggeri seduti nelle sale, gesticolanti muti nella luce.
— «Tout cela se tient», — disse, dopo un poco, il Cavalcanti.
— E il progresso intellettuale? — aggiunsi io. — Avrà pur esso la sua formola e regola....
— Sicuro. Questa: l’uomo impara sempre, anche sbagliando: perchè non c’è errore quando c’è sincerità. Ogni errore sincero è una verità....
— Ma che cosa dice, ingegnere? — esclamai, quasi sussultando. — Ma allora sarebbero vere tutte le opinioni che sembrano tali a una generazione. Non ci mancherebbe altro! Pensi alle conseguenze! Non c’è fola o pazzia di cui l’uomo non sia stato convintissimo e persuasissimo.... ad un certo momento.
— E tutte furono vere — rispose sorridendo il Rosetti. Ma non mi lasciò il tempo di protestare, chè afferrandomi il braccio: — Parzialmente e limitatamente vere, però! — soggiunse. — La verità, come la bellezza, è un sentimento personale: che si estrinseca in un sentimento comune, obbligatorio, imperativo, per via di una limitazione....
La formola era oscurissima, e glielo dicemmo. Ma il Rosetti:
— Vedrò di spiegarmi chiaro e spero di conchiudere — disse. Poi volgendosi a me: — Io non mi ricordo più che giorno è oggi: lo chiedo a te: tu mi rispondi: giovedì. Ma a rigor di logica io avrei il diritto di dubitare della tua risposta, perchè tu potresti sbagliarti: e quindi pure il diritto di verificare la tua risposta, consultando per esempio il calendario che è nel refettorio. Ma anche il calendario potrebbe ingannarmi, puta caso se il capo dei camerieri avesse dimenticato di levare il foglio questa mattina: io avrei dunque il diritto di accertare questo punto, interrogando il cameriere. Ma costui potrebbe ingannarmi o ingannarsi: e via dicendo.... Ammesso pure che io giungessi a stabilire con sicurezza che oggi è giovedì, avrei allora il diritto di domandarmi che cosa è un giovedì. Una divisione del tempo. Ma il tempo si può dividere? E che cosa è il tempo?... Tu vedi dunque che il solo quesito: «che giorno è oggi?» potrebbe condurmi in capo al mondo o nei più impervii e oscuri abissi della metafisica, se io volessi inseguire il dubbio che mi fugge innanzi sinchè mi regge il fiato. Ma io non lo inseguo.... Quando tu mi hai risposto «oggi è giovedì», io ho lasciato i dubbi fuggir per l’infinito a loro posta: e mi son persuaso. È giovedì! Il sentimento della verità, la persuasione, è nato dunque in me da una limitazione, perchè ho limitato il dubbio; limitazione non necessaria, provvisoria, perchè da un momento all’altro potrebbe sopravvenire un fatto — un altro discorso, un altro calendario — che mi obbligherà a ricredermi, cioè a trasportare più lontano il limite del dubbio. Per qual ragione l’atto di volontà che interrompe il mio dubitare scatta appena tu mi hai risposto: «è giovedì»? Se anche volessi, non saprei sciogliere questo quesito; e questa è già una buona ragione perchè non mi ci provi. Ma in questo mistero mi par di discernere chiaramente una cosa sola: che una specie di opinione pubblica — o volontà grande — mi obbliga, ad un certo punto, dal di fuori, sotto pena di passare per matto, a non dubitare più. Se a proposito del dubbio «che giorno è oggi?» io facessi una inchiesta infinita e mi mettessi a specular sul tempo, tutti mi consiglierebbero di consultare un psichiatra. Solo i malati di follia del dubbio e i bambini si divertono a smarrirsi nell’infinito saltando di «se» in «se» e di «perchè» in «perchè»....
— E io, quando ho bevuto troppo — pensai.