Il pranzo era terminato. Prendemmo cappotti e berretti, ed uscimmo a fumare sul ponte. I marinai ci dissero che eravamo in pieno Mediterraneo: ma invano guardammo per rendercene conto nella notte oscura e impenetrabile. Non faceva però troppo freddo; e incappottati potemmo piacevolmente passeggiare conversando, il Rosetti, il Cavalcanti ed io: chè l’Alverighi era partito con il Vazquez. E il Cavalcanti riprese il suo discorso, osservando che senza dubbio non era facile definire il progresso; ma non gli pareva potesse mettersi in dubbio che la plasticità dei nostri tempi fosse una virtù a paragone delle rigide civiltà antiche. Quindi noi abbiamo ragione di definire progresso la facilità in cui siamo venuti di creare e accogliere nuove verità e forme di bellezza, idee e principii nuovi di morale; accrescendo la varietà del mondo, che il Rosetti aveva detto essere la ragione stessa del progresso.

— Sì e no — rispose lentamente il Rosetti. — Sì, se le forme e i principii nuovi prendono posto accanto agli antichi: no, se li cacciano via, come vecchi servitori fatti inabili dall’età....

La frase non era chiara e chiedemmo dilucidazioni. Il Rosetti continuò:

— Se il progresso non è una illusione, dovrebbe esser qualche cosa, una forza o una legge, per cui il mondo sarebbe come il vino: migliorerebbe con il tempo. Ora io non riesco a imaginare come il tempo possa migliorare il mondo, se non quando penso che l’uomo scopre o crea senza riposo, di generazione in generazione, nuove Bellezze, nuove Verità e nuove Virtù: cosicchè le generazioni seguenti possono possedere e conoscere un numero maggiore di modelli, se sanno conservare tutti o in parte quelli che le generazioni precedenti crearono. Solo così, mi pare, noi riusciamo a saldare insieme, nel principio del progresso, la quantità e la qualità. Perchè «multa renascentur quae jam cecidere», come dico Orazio: idee, sentimenti e forme d’arte? Perchè, per non citar che un esempio, Teocrito ha potuto rinascere in Virgilio; Teocrito e Virgilio nel Tasso e nel Guarino; e tutti e quattro nei poeti pastorali francesi del secolo XVIII? O per qual ragione tanta parte dell’antica morale ebraica rivisse nelle prime sette protestanti? Perchè un principio esaurito è come una terra spossata; può ripigliare vita e vigore, dormendo qualche secolo; purchè se ne conservi il ricordo. Quindi più tardi uno nasce e meglio capiterà in questo basso mondo; perchè troverà nella tradizione un maggior numero di modelli e principii addormentati aspettanti il risveglio. Lei mi dirà che non tutti i principii d’arte e di morale possono rimetter foglie e frutti tali e quali. È vero. Noi non potremmo riedificare nè il Partenone nè il Pantheon nè il Duomo di Siena, nè il Camposanto di Pisa, nè il Palazzo Vecchio, nè il Colonnato di San Pietro. E tanto meno poi potremmo rifare la città antica o l’impero romano o il Cristianesimo o la Rivoluzione Francese. Ma noi possiamo capire, ammirare, studiare, inspirarci a tutti questi monumenti, come comprendiamo e godiamo la ceramica greca e la cinese, anche se non sappiamo più rifarle: ma noi abbiamo trasfuso nelle nazioni moderne il patriottismo, l’amore civico, l’eroismo della città antica; quel rispetto della legge e quell’odio della prepotenza che i giuristi hanno infiltrato a poco a poco nel sangue turbulento dei barbari; la misericordia, la dolcezza, l’orrore dei diletti crudeli, insegnato da Cristo; il sentimento dei diritti dell’uomo, creato dalla filosofia del settecento e dalla Rivoluzione Francese. Dunque il progresso non sta solo nel crear nuove verità, nuove arti o nuove virtù, ma anche nel conservarle di generazione in generazione, — e il conservarle dovrebbe essere (e si volse a me) il principale vostro ufficio, signori storici — nella misura del possibile almeno. Il conservare dunque, e non, come oggi si crede dai più, il distruggere sarebbe condizione necessaria del progredire. Perchè se gli antichi principii sono tolti di mezzo, c’è trapasso, ma non guadagno o progresso, non essendoci modo di dimostrare che i nuovi sono da più degli antichi....

— Ma allora — obiettò il Cavalcanti — per progredire occorre non già limitarsi, ma allargare i limiti, lo stretto, il canale quanto più si può....

— Naturalmente: perchè l’infinito preme sull’angusto canale della nostra mente e lo sforza. Allargare i limiti, sì: distruggere le sponde del canale, no, però....

— Sia pure — replicò il Cavalcanti. — Ma lei viene ora a darmi ragione: noi dobbiamo sforzarci, perchè l’arte progredisca, di aver nervi per tutte le arti e tutte le scuole; di distendere quanto più possiamo.... la nostra, facoltà di capire e di godere, con tutti i mezzi, anche con l’Estetica quindi.

— Con discrezione e discernimento, le dissi l’altro giorno e le ripeto oggi.... Conservare e conoscere quanti più modelli è possibile, sì. Ma non crearne troppi e troppo in fretta; nè mutarli troppo spesso; nè farsene un bersaglio, per divertirsi a rovesciarli e a raddrizzarli; nè scoprire ogni sei mesi il modello impareggiabile che rinnoverà il gusto del mondo; e non figurarsi neppure che un’opera d’arte possa e debba diventare un modello solo perchè oggi ci arreca piacere o magari ci manda in visibilio; sopratutto non confondere i modelli: non paragonare un dramma a un modello lirico, una scultura a un modello musicale. Il bello nasce da una limitazione; ergo, ogni modello non vale e i confronti non son possibili che per opere e fra opere le quali prendano le mosse dalla medesima definizione prima e limitata del bello. Paragonate tra di loro le architetture classiche, le gotiche, le barocche; non le barocche con le gotiche o con le classiche. Occhio all’Estetica dunque: e non diamo retta all’Alverighi che vuol che l’arte sia solo un godimento dispendioso, come lo Champagne e i sigari d’Avana. Anche nell’arte c’è la plebe e ci sono i grandi.... C’è un’arte spicciola, caduca, il cui ufficio è dilettare e servir di passatempo; la commedia divertente, il romanzo che si legge in treno o in campagna, il concerto, il disegno del mio vestito.... Ha il còmpito suo anche quest’arte; e per questa riconosciamo pure agli uomini quel diritto che l’Alverighi rivendicava per il nostro secolo in tutte le arti: il diritto di godersi il bello ciascuno come gli piace; e l’uomo distenda quanto vuole la sua capacità di capire e godere; e l’Estetica abbia diritto di vita e di morte! Ma ci sono pure i modelli: i capolavori nei quali si sono fatti luce, suono, marmo, parola i differenti principii del bello, creati di secolo in secolo; che servono come termini di paragone e misure per giudicare; e quindi mantengono viva la bellezza raffinando il senso del più bello e del meno. In questi — ricordiamocelo sempre — l’arte non è più un passatempo: è un limite come la morale; uno dei tanti limiti che fanno il mondo infinitamente diverso e vario, e che sono quindi la ragione del vivere e del progredire. E innanzi a questi, adagio! Innanzi a questi chiederei ai nostri tempi di non ricapirli per la prima volta e rivelarli finalmente al mondo di nuovo ogni sei mesi; di non servirsene come specchio della propria vanità, ciascuno per credersi ammirandoli a modo suo più intelligente dei propri simili. No: i modelli devono essere ammirati con modestia, con disinteresse e con illuminato spirito di disciplina nazionale: e i nuovi aggiunti agli antichi con una certa discreta ponderazione, sopratutto se stranieri, perchè non capiti insomma di raccogliere un Pantheon farraginoso di Dei disparati o incoerenti. Non dimentichiamo che una cosa è godere un’opera d’arte, e un’altra canonizzarla come modello; perchè il piacere che un’opera d’arte ci arreca spesso è mutevole, incerto, personale, impuro; e l’ufficio del modello invece è stabile. Per dare un esempio: noi abbiamo discusso l’altro giorno intorno a Shakespeare: non voglio decidere chi ha ragione e chi ha torto, tanto più che di deciderlo il mezzo non c’è: io dubito però che i paesi latini siano stati un po’ troppi corrivi ad aprirgli le porte del Pantheon dove stanno i modelli e a collocarlo accanto a Sofocle, Dante, all’Ariosto o al Molière. Perchè insomma ha degli squarci mirabili sì: ma, ma.... Tanti ma ci sarebbero! Lasciamo andare.... Insomma, è un po’ greggio. Che il «Mercante di Venezia» per esempio o «Re Lear» siano due capolavori, da mettere accanto alla «Divina Commedia» o al «Furioso».... Come italiano, questo non mi sentirei di affermarlo.... Per conchiudere: vediamo di non smarrirci nell’illimitato, per la troppa smania di progredire! Perchè — l’ho già detto, mi pare, ma repetita juvant — se si affastellano troppi modelli diversi o se si mutano troppo spesso o se si confondono, nessuno ci serve più; perdiamo la misura con cui giudicare e quindi il criterio per scegliere: ci riduciamo a dover accettar tutto, senza saper distinguere — come qualche volta, ho paura, capita all’America.... Molti principii, sì; ma non troppi: mi pare la regola del progresso artistico....

Da un pezzo ruminavo una obiezione. Onde, appena il Rosetti ebbe finito:

— Ma anche la morale — dissi — progredirebbe, quando diversi principii e modelli si mescolano, sia pure con discrezione? Ne dubito. Le epoche, le civiltà, i popoli moralmente più forti non sono quelli che sanno limitarsi? che pongono con un atto vigoroso di volontà una sola virtù, come la suprema misura, del merito: l’eroismo cavalleresco, i Giapponesi d’una volta; la carità e l’umiltà, i Cristiani dei primi secoli; l’abnegazione civica, i Romani, e via dicendo: e da quella deducono le regole della condotta — limitate ma imperative: buone o cattive, giuste od ingiuste, poco importa: si applicano e nessuno osa aprir bocca? Nelle epoche invece in cui molti principii morali si mescolano, gli uomini sono spinti dalla diversità loro a volgere il capo, a cercar la ragione degli uni e degli altri.... Come nell’arte, dalla diversità degli stili e delle scuole: ma nell’arte sono con lei: questo sforzo, almeno in una certa misura, giova, perchè allarga il gusto e la facoltà di godere: ma nella morale invece non confonde le idee e non snerva la volontà, come si vede oggi? Molte virtù sono opposte: ed una epoca come la nostra, che vuol essere severa e misericordiosa, eroica ed umana, non saprà più essere nulla! Più il canale si allarga, e più la corrente indebolisce, langue, ristagna....