— Lo tengono — disse — in quel conto che merita.... Quella storia della moglie non piace. Per quanto l’America li abbia tutti guasti e corrotti....
— Ma come l’hanno saputa? — chiesi io.
Si strinse nelle spalle:
— Tutto si sa, alla fine!
Ma l’argomento di quelle baruffe pareva al Cavalcanti e a me sbiadito, a petto dei ragionamenti della giornata. Lo lasciammo presto per ritornare a questi.
— Avvocato, avvocato, — disse il Cavalcanti all’Alverighi, — ma dove è stato lei, oggi? Che bella occasione ha perduto!
— Siamo alle porte dell’Europa, — rispose l’altro ridendo. — E devo pensare ai casi miei.... Tutto il giorno abbiamo lavorato, con il signor Vazquez, al rapporto per i banchieri di Parigi!
E di fatti, durante il pranzo, confabulò quasi solamente e sottovoce con il signor Vazquez, in spagnuolo, ogni tanto tirando fuori da una tasca o dall’altra delle carte, mostrandole al suo amico o scrivendoci sopra con la matita. Cosicchè prestò scarsa attenzione al discorso che il Cavalcanti avviò allora di nuovo.
— Dunque siamo d’accordo, ingegnere. L’arte muove sempre da un principio limitato, e in questo senso convenzionale. Forse qualche grande artista privilegiato, ogni tanto, crea dei principii che gli sono propri, ed ha tanta forza da imporli, solo o quasi, ai contemporanei ed ai posteri.... Dante, Michelangelo, Victor Hugo, Rodin.... Ma sono pochi.... E non l’arte sola, del resto. Anche il diritto, per esempio. Ferrero l’altra sera ha un po’ canzonato il diritto. Ma ci pensavo questa mattina: il diritto, la legalità, l’ordine non sono forse convenzioni limitate? Intorno al giusto e all’ingiusto non finirebbero più le dispute e i dubbi: se un atto della «volontà grande» come lei dice — Dio o lo Stato — non ponesse e imponesse dei principii limitati e convenzionali del giusto, che sinchè sono in vigore valgono come misura indiscutibile della ragione e del torto. A noi pare strano che le monarchie assolute riconoscessero al re il diritto di governare per la sola ragione che si supponeva fosse figlio di suo padre. Ma e i principii su cui posa il regime parlamentare? sono forse più ragionati? Un uomo o un partito diventano capaci di governare uno Stato, solo perchè la maggioranza del Parlamento dice di sì? Ma ogni uomo e partito si reputa in buona fede il più degno di governare: e bisogna pur stabilire una regola per scegliere, se non si vuol decidere a pistolettate. E la diplomazia che cosa fa? Che cosa facciamo noi se non stiracchiare e sofisticare certi principii convenzionali — diritto internazionale, si chiama, tanto per dargli un bel nome — sinchè un atto di volontà, una guerra cioè, non ce ne impone di nuovi? Così pure il Galateo, il Cerimoniale, il Codice Cavalleresco, le decorazioni, i titoli, le Accademie.... Siamo dunque d’accordo. Senonchè, ingegnere, mi permetta di ricordarle che tutti questi principii, essendo limitati, si esauriscono e quindi devono essere ogni tanto rinnovati. Non fo che ripetere le sue parole.... Ogni popolo dunque deve ogni tanto risvegliare le sue formule: estetiche, morali, giuridiche. Orbene: non sarebbe questa la ragione per cui ogni tanto noi cediamo alla tentazione, come diceva lei, di voltarci indietro a vedere la forza che ci muove? I nostri tempi sono più plastici degli antichi: perchè? Paragonate le civiltà, indiavolate come la nostra, che abusano, se volete, di filosofia e di critica, con la stagnazione delle società mussulmane, in cui lo spirito critico e filosofico non ha potuto nascere. Lo spirito critico, e la filosofia che ne è l’organo, sarebbero insomma la prima fonte del progresso....
— Sì, se il progresso esistesse. Ma si ricorda quanto abbiamo disputato invano, per sapere che cosa è? — disse il Rosetti, levandosi.