— Dei professori di poesia, però! — ripetei io, scherzosamente.
— Ti fanno ridere? Eppure, eppure.... Ma è vero: dimenticavo: l’uomo non si rassegna più a star prigioniero entro principii convenzionali e limitati; misura di continuo la piccolezza del suo carcere alla stregua delle sue voglie, dei suoi sogni, dell’infinito: farnetica continuamente di evadere per la breccia di formole universali. Ma ahimè! le formole universali sono — o personali, — come quelle di Hegel; o vuote, come quelle di Kant. E allora si inquieta, fruga, investiga: invece di abbandonarsi alla forza che lo spinge a volere il bene, la bellezza e la verità, si volta indietro a veder chi sospinge e chi parla, a rischio di fermarsi ogni momento. E alla fine gli vien fatto di scoprire in molteplici interessi mondani, nella imposizione di una autorità, nella forza di una tradizione la ragione della limitazione; e allora scambia questo limite momentaneo e caduco con l’essenza stessa dell’Arte, della Verità e della Morale. L’interesse è la trave fradicia con cui la filosofia moderna tenta di puntellare la sconquassata struttura delle nostre certezze: ma invano! Ridotto il mondo a un sistema di interessi, l’uomo si ribella contro tutte le autorità, le tradizioni, le regole.... Cerca al di là di queste la Verità, la Giustizia, la Bellezza e non trova che una vasta e grigia nebbia; smania dunque e si agita tormentosamente, senza più dar retta alla invisibile voce che gli grida dal fondo dei secoli: «Crea opere d’arte e non far dell’Estetica; scopri nuovi veri e non confonderti troppo con la gnoseologia; opera fortemente e non voler verificare se la storia si è sbagliata o ha avuto ragione»....
Ma a questo punto e in malo punto, un improvviso scoppio di urla, di fischi, di grida, un vociare confuso, l’accorrere frettoloso di parecchi marinai interruppero questo strano e malioso discorso. Il Rosetti si tacque: il Cavalcanti fece una smorfia annoiata; io, un gesto d’ira. «Che succede?» ci chiedemmo, avviandoci verso la passerella. Dalla quale guardando in giù subito riconobbi Orsola, dimenantesi e urlante in mezzo a uomini e a donne che la trattenevano e un’altra donna a me sconosciuta, la quale a pochi passi da lei piangeva in mezzo a un gruppo di emigranti: poi lì vicino, due uomini, avvinghiati così che non se ne discernevano le faccie e che si picchiavano, o meglio uno d’essi picchiava l’altro che si difendeva male; e intorno una calca di emigranti, nella quale chi gridava, chi urlava, chi sghignazzava, chi si dava l’aria di voler separare i due contendenti. Mentre discendevamo, due muscolosi marinai si fecero largo, e abbrancati i due litiganti, li separarono: vidi allora che il percotitore era il giovane abruzzese, e il percosso il suo amico Antonio: ma scesi che fummo ci trovammo in un pandemonio. Orsola era una furia, e vomitava ingiurie in siciliano, in italiano e in portoghese contro la donna che piangeva — una donna piacente di forse quarant’anni, vestita con molta pulizia e non senza una certa eleganza — mentre l’abruzzese, non meno infuriato di lei, chiamava Antonio con il nome proprio di un animale provvisto di corna; e gli gridava: «Ti voglio almeno strangolare!» e Antonio, pallido, rabbiosamente freddo rispondeva: «Fannullone, pezzente, straccione, morto di fame». In quella sentii squillare lontano, sul ponte superiore, la campana del pranzo. Tentai di chieder a qualcuno che cosa fosse successo: ma due non mi risposero. «Si sono picchiati», disse laconicamente un terzo, come chi non vuol essere seccato da altre domande. Erano tutti troppo intenti — e ostilmente — in Antonio e non mi badavano.... «È un pezzente, perchè non ha venduta sua moglie», gridò a un tratto una voce. Un tumulto di risa, di grida, di fischi salutò questa risposta. «Bravo! — Vergogna! — Non è mica un postribolo questo! — Va a far altrove il tuo mestiere! — Fuori, fuori!» si gridò a destra e a sinistra. Io mi chiedevo perchè tutte quelle persone fossero così inviperite contro Antonio, che la fronte escoriata e il naso sanguinante cercava di stagnare il sangue con la pezzuola; e stavo per accostarmi ad Antonio e parlargli, quando sopraggiunsero due ufficiali: uno strapazzò energicamente Orsola e l’altra donna e le fece trascinar via da due marinai, con molte grida, stento e fatica: un altro mandò Antonio all’infermeria e l’abruzzese nel dormitorio: poi con parole imperiose disperse la folla. Ci ricordammo allora di aver udito la campana del pranzo suonare, e risalimmo senza aver saputo nulla.
— Ma che cosa è successo? — chiesi all’ufficiale, che saliva con noi.
Alzò le spalle.
— Uno dei soliti litigi.... Per ragioni di femmine.
VI.
A pranzo, da principio, non ragionammo che della zuffa. Ma il capitano non pranzò con noi, quella sera, non volendo lasciare il ponte del comando sinchè la nave era nello stretto: cosicchè le prime notizie precise intorno alle ragioni di quel subbuglio ci furon portate dal dottore, che giunse un po’ tardi, dopo aver medicato Antonio. Ci raccontò che la mischia era cominciata da un alterco tra Orsola e quell’altra donna che noi avevamo vista piangente; che era poi quella certa Maria cui Antonio, secondo il dottore, faceva la corte. Le due donne si erano bisticciate e alla fine accapigliate, perchè Orsola andava raccontando a destra e a sinistra che Maria era l’amante di Antonio; e Maria che Orsola era una fannullona in fuga per i debiti! Maria aveva lavorato in una fazenda vicina a quella di Orsola; e che apparteneva allo stesso padrone.
— Questi sono i teneri affetti — conchiuse — del popolo sovrano, come dicono i socialisti. Cose da pazzi! È inutile; dite quel che volete, ma il popolo è cattivo e l’emigrazione lo peggiora. Non si può vivere a cavalcioni dell’Atlantico: bisogna decidersi! O di qua o di là, una, buona volta!
Io chiesi allora per qual ragione si fossero picchiati anche Antonio e l’abruzzese, che martedì erano ancora amici, e per qual ragione il pubblico fosse così ostile ad Antonio. Mi rispose che Antonio aveva difesa Maria e l’abruzzese Orsola; e quanto all’impopolarità di Antonio: