Ma il Cavalcanti lo interruppe a questo punto sorridendo:
— Insomma, l’Estetica non trova grazia innanzi a lei. Eppure....
— E come potrebbe trovarla? — rispose scherzosamente il Rosetti. — Anche questo oltraggio, dopo tanti altri, dovevano dunque fare all’Italia i barbari? Non scherzo: ragiono sul serio. Ma ditemi dunque: abbiamo sì o no prodigata al mondo tanta bellezza in tante forme, da San Marco a Palazzo Vecchio, da Giotto a Tiepolo, da Donatello al Vela, dal Palestrina al Verdi, da Virgilio ed Orazio al Manzoni, che dopo tanti secoli e tante rapine e distruzioni e dilapidazioni, quel che si è conservato basta ancora a sbalordire anche il secolo delle macchine? Sono o non sono venti secoli che ci affatichiamo a vuotare sulla terra l’infinito della bellezza, tentandolo da tutte le parti; e non siamo che al principio?... Ed ecco un bel giorno, comparisce in mezzo a noi il professore Giorgio Federico Hegel dell’Università di Berlino; e cavando dalla sua testa un suo criterio, indice il giudizio universale dell’arte passata presente e futura: e ci cita innanzi alla sua cattedra.... E questo popolo, invecchiato nell’arte, non si è messo a ridere? E non ha detto all’illustre professore che anche un filosofo è matto se vuol giudicare alla stregua di una misura sua l’arte del mondo, come sarebbe matto chi volesse vuotare l’Atlantico nel Mediterraneo, attraverso lo stretto, in un minuto; perchè il criterio di questo illustrissimo signor filosofo sarà acuto, ampio, ingegnoso, profondo, portentoso, trascendente, sublime, iperbolico, come vi piace, ma è e resterà personale? Che un filosofo serio dovrebbe tutt’al più, in queste materie, imitare Aristotele e non osar di più? Aristotele aveva dato fondo a mezzo l’universo: ma quando nel suo gran viaggio venne alla letteratura stette contento, con esemplare modestia, di ricevere dai suoi tempi, e non pretese dettarglieli, i criteri convenzionali, limitati, momentanei di perfezione, che la «volontà grande» della Grecia aveva scelti nell’infinito della Bellezza per giudicar la tragedia, per esempio: e da quelli dedusse un codicetto di regole. Come Gian Battista Alberti, quando compose il suo libro sull’Architettura....
— Allora l’Estetica — interruppe il Cavalcanti — dovrebbe, secondo lei, solamente raccogliere e formulare regole d’arte. E per insegnarle, suppongo: quindi all’arte occorrono anche scuole.
— E nelle quali — soggiunse pronto il Rosetti — non si insegni solo, come si fa ora nei Conservatori e nelle scuole di Belle Arti, timidamente, quasi vergognandosene, la tecnica manuale di questa o di quell’arte. Ma scuole che insegnino il bello, inculchino certi principii di arte.
— Ma di questo passo si va difilati alla Bellezza di Stato — rispose sorridendo il Cavalcanti. — Se occorrono scuole del bello, anche lo Stato ne deve fondare: quindi dovrà esserci una scultura, una letteratura, un teatro di Stato, come la «Comédie Française»!
— Sicuro — rispose il Rosetti con un fare un po’ malizioso. — Ogni modello, appunto perchè è arbitrario, deve essere imposto da una autorità: da un ordine sociale, da una scuola, da una religione, da uno Stato: se no, ciascun uomo cercherà di farsi da sè il suo modello, e allora abbiamo visto quel che succede. O meglio: non si sa più quel che può succedere: può succedere perfino che New-York diventi la più bella città del mondo e il «Mercante di Venezia» un capolavoro. Nessuno si raccapezzerà più. L’uomo ha sempre bisogno di un buon Cicerone, che lo accompagni nel mondo e gli comandi: ammira, questo è bello; questo è brutto, chiudi gli occhi e volta le spalle. Non la accettiamo anche adesso, nel secolo della libertà, questa autorità imperiosa nella moda? Perchè non è punto vero che ognuno oggi si veste secondo gli garba, come dice l’avvocato. Una potenza invisibile — i grandi fabbricanti di panno e i grandi sarti — governa dispoticamente il regno della moda, fa e modifica il gusto ogni anno, impera agli uomini e alle signore, ci impone dei criteri di eleganza, convenzionali sì ma indiscutibili, almeno per sei mesi: come quello — me l’hai raccontato tu, Ferrero, mi pare — per cui la signora Feldmann escludeva dai beati regni dell’eleganza il nostro avvocato, perchè ha osato portare una giacca nera e dei calzoni turchini. Non domandare il perchè, caro mio: non si discute con la moda: si obbedisce! E quando noi la accettiamo nel vestire, la rifiuteremo, questa autorità, nelle altre arti? No, l’autorità è necessaria: e non vedo per qual ragione non debba esercitarla anche lo Stato con le scuole. Almeno se non si vuole che a dar regola e norma al gusto non restino più che i mercanti di quadri, i direttori dei teatri, gli editori e — Dio ci scampi — i professori di Estetica e i critici dei giornali. Perchè son proprio queste le nuove autorità che nascono nei regni della Bellezza in mezzo alle rovine delle antiche: Corti, Governi, Accademie. L’Alverighi ha potuto gridarci nelle orecchie: libertà, libertà! Libertà sia pure: ma e poi? La pittura — per esempio — fu per secoli ancella della Chiesa e dello Stato. Dopo la Rivoluzione, si cacciò anch’essa in capo il berretto frigio e scese in piazza a rivendicare i sacrosanti diritti dell’Ispirazione e del Genio.... E che cosa le è capitato? Che ora è in pericolo di passare nel servidorame dell’Oro. I mercanti di quadri, oggi, sono la potenza segreta e insindacabile che, per mezzo delle Esposizioni, dei giornali, dei critici, del denaro speso con arte, fanno la reputazione degli artisti, creano la voga delle scuole; come le Accademie una volta: per guadagnarci, naturalmente. Vi meravigliate? Ma una forza che governi il gusto del pubblico è necessaria; e poichè le antiche autorità sono cadute....
— Ma lei — interruppe il Cavalcanti — mi risuscita a poco a poco tutto il vecchio mondo, che credevamo di aver distrutto!...
Il Rosetti non parve udirlo; e come continuando il suo pensiero:
— Noi abbiamo — disse — derisa New-York: ma che cosa facciamo noi, Italiani, che abbiamo edificati i più bei palazzi e le più belle chiese del mondo, per insegnare all’America a costruire delle belle città?... Io mi domando spesso quando l’Italia sentirà vergogna dell’incuria in cui languirono le sue scuole di architettura o dell’incoscienza con cui ha lasciati escludere per definizione i letterati dalle scuole di letteratura, sotto pretesto di scienza! Che dei barbari poco letterati abbiano inventate le scienze filologiche, tanto per dar qualche cosa da fare alle Facoltà di lettere, si capisce. Ma l’Italia! L’Italia, che possiede la più antica e ricca letteratura di Europa! Le Facoltà di lettere dovrebbero essere focolari di cultura letteraria: organi per conservar vivo il gusto e le tradizioni della grande prosa, della grande poesia, della grande storia, dei generi letterari più celebri! E Dio sa se ce ne sarebbe bisogno, nel secolo delle macchine e dei giornali da un soldo!