Accennò di sì, soggiungendo prontamente:
— E non la Bellezza solo; ma anche la Verità e la Morale.
L’avversario si allargava sul campo, invece di serrare le fila contro l’attacco: esitai un momento innanzi a questa mossa inaspettata: poi decisi di colpire là dove già prima miravo.
— E allora, ripeto: come può lei rimproverare all’uomo di cercare la ragione di tutte queste diverse e mutevoli opinioni? Perchè una ragione ci sarà pure.... Se lei ammettesse che l’arte è una emanazione di Dio, capirei.... Del resto lei stesso l’altro giorno ci ha dimostrato che ammiriamo le opere d’arte per interesse. Che cosa ha fatto allora se non voltarsi indietro, e cercar di scoprire la ragione per cui quel che par bello a me sembra brutto a lei o viceversa? E se lei si è voltato, perchè vuol poi che gli altri guardino fissi innanzi a loro, come dei soldati alla rivista?
Il Rosetti mi guardò sorridendo e:
— Tu non capisci, allora? — mi chiese.
— No, non capisco.
— E neppur lei, Cavalcanti?
Mi prese per il braccio, fece cenno al Cavalcanti di seguirlo: ci trasse ambedue al parapetto. Nelle acque sconvolte dello stretto, intorno alla nave, saltellava un grosso branco di delfini: apparivano con il muso in alto, come guardandoci: si tuffavano e riapparivano saltando, torcendosi, guizzando argentei nelle onde cupe, a guisa di piccoli e graziosi saltimbanchi del mare che seguissero correndo il «Cordova» per fare i loro agili e sveltissimi giochi sotto i nostri occhi. I parapetti della terza classe erano infatti gremiti al gratuito spettacolo, pieni di grida e risate. Anche il Rosetti parve un momento prendere diletto di quelle graziosissime bestie; poi:
— Osservate — disse — l’Atlantico, che si vuota per questo canale nel Mediterraneo! Come ribollono le acque dello smisurato Oceano, nella stretta delle montagne! Eppure, questo fiume che noi fendiamo tra due monti, non è forse quello stesso infinito Oceano che abbiamo valicato per due settimane, senza raggiungerne il termine? Ma si rimpicciolisce, freme e ribolle perchè non può d’un colpo vuotarsi nel Mediterraneo attraverso l’angusto canale. Ebbene: questo canale è l’imagine dello spirito umano: angusto canale anch’esso di un Oceano infinito. La bellezza è una cosa infinita, come ha detto lei, Cavalcanti; e non la bellezza solo, ma anche la verità, anche il bene. E lo spirito umano è limitato. Ogni uomo, ogni scuola, ogni epoca, non possono capire che una particella del vero: non possono creare e capire che alcune tra le infinite forme del bello; non possono praticare che alcune delle innumerevoli virtù umane, come in ogni istante del tempo solo una onda dell’Oceano può versarsi per questo canale nel Mediterraneo. Io non riesco a raffigurarmi l’Universo, se non quando me lo imagino come una realtà che chiamo infinita, per dir che ci soverchia da tutte le parti; e noi minuscole creature umane, perdute in quella non possiamo sfiorarne, alterarne, vederne e capirne a volta a volta che delle particelle piccole piccole.... Certamente tra tutte queste infinite forme della Vita l’uomo non ha nessun motivo intrinseco di scegliere l’una piuttosto che l’altra.... L’ha detto lei, Cavalcanti; e credo avesse ragione.... Ma abbracciarle tutte non può, perchè il suo spirito non è capace abbastanza: e quindi deve scegliere anche senza motivo, limitarsi cioè. Necessità contradittoria, non è vero?, lei diceva, Cavalcanti. Come si può scegliere senza motivo? Eppure bisogna. E in questa contradizione, a cui non si sfugge, giace forse la segreta ragione di quella lotta eterna tra il divino e l’umano, tra il finito e l’infinito, tra il contingente l’assoluto, tra il caduco e l’eterno, tra il convenzionale e l’imperativo, che travaglia e travaglierà il mondo. La bellezza, la verità e la virtù sono assoluti, eterni, divini, infiniti, imperituri; non c’è nessun dubbio su questo punto; è inutile sofisticare; son verità necessarie. Il Vero è vero, e non può essere falso: il Bello è bello, e non può essere brutto; il Bene è bene e non può essere male: questi sono quasi direi gli assiomi della vita, che se non si ammettono non si può vivere, come non si può studiare la geometria senza quegli altri assiomi che sapete! Ma i limiti che per la piccolezza della sua mente, del canale per cui trapassa, l’uomo deve porre a sè medesimo per intendere qualche parte di questa infinità, sono contingenti, momentanei, umani, arbitrarî, convenzionali: dipendono dalle circostanze: sono posti e tolti anche dagli interessi mondani, di cui tanto abbiamo parlato; si possono spostare, rimuovere, allontanare, avvicinare, allargare, restringere. Ma aboliti non possono essere mai — questo fu il suo errore, Cavalcanti — perchè se no la mente umana, priva di appoggio, vacilla, si smarrisce nell’illimitato, fraintende e confonde. Salite su questa specola; e come chiaro discernerete di lassù sotto di voi tutto l’immenso travaglio del mondo e della storia, che non è se non il travaglio tragico ed eterno di questa limitazione, arbitraria e pur necessaria! Per quale ragione infuria nel mondo sin dai suoi lontani cominciamenti e non potrà finire mai la guerra delle dottrine, delle religioni, delle sette, dei principii, delle idee, delle civiltà, delle leggi, delle classi, degli Stati? Per quale ragione in ognuna delle infinite contese che infiammano il mondo, gli uni si precipitano sugli altri o con le armi in pugno, o con l’ingiuria sulle labbra, o con l’odio nel cuore, tutti egualmente certi di aver ragione, di esser nel vero, di difendere la buona causa? Dove cova quella antica febbre mediterranea, dalla quale l’Alverighi si è illuso di mettersi in salvo emigrando, e cioè lo spirito di discordia eterno tra gli uomini, i quali pur vogliono tutti e dovunque le medesime cose? Onde nasce l’immenso malinteso della storia, che non potrà chiarirsi mai? Come si spiega che un essere provvisto di ragione come è l’uomo, pure in tante questioni non riconosca altro giudizio che quello della spada? Perchè la guerra è la suprema ordalia dei diritti e dei principii in lotta e non s’è trovato ancora nessun areopago o tribunale o corte di giustizia — neppure la Corte dell’Aja — innanzi alla quale interporre appello dai suoi ciechi e sanguinosi giudizi? Come accade che mutando luogo e tempo la bellezza imbruttisca, la verità si falsi e la virtù si corrompa; eppure non si possa mai sapere in quali di questi luoghi e tempi l’uomo aveva ragione, quando e dove invece errava? Per qual ragione l’opera dell’uomo è un’immensa fatica di Sisifo, che ogni generazione ricomincia, sognando ogni volta di trovar finalmente la verità, la bellezza, la virtù imperitura? Da quella specola voi vedete e capite!... Ogni uomo, ogni tempo, ogni popolo è prigioniero nei principii limitati e convenzionali della Verità, della Morale, della Bellezza, in cui gli fu forza di chiudersi: e chiuso in quelli, non vede, perchè gli manca il modello a cui riconoscerli, nei principii in cui gli altri uomini si chiudono, forme diverse della bellezza, della verità e della virtù; scambia per bruttezza, menzogna e colpa le altre particelle di quello stesso infinito bene che egli si gode: compiange, odia o disprezza come barbari, diversi, da meno di sè, tutti gli uomini che stanno fuori del suo carcere: anzi si sforza di ghermirli e trascinarli nel suo carcere, come il ciclope nella sua caverna, nel tempo stesso in cui è spinto ad evaderne egli stesso. Ogni principio umano — non dimentichiamolo mai — è limitato e perciò esauribile: quindi tutti devono essere periodicamente rinnovati. L’infinito pesa sull’angusto canale della nostra mente, come i flutti dell’Atlantico fanno ressa in questo stretto che noi attraversiamo; e ci sforza a trapassare da una verità, da una bellezza, da una virtù ad un’altra, senza mai ripigliar fiato, senza tregua mai o riposo. Ma il trapasso è smarrimento, dolore, delirio, perchè intorno al carcere di un principio esausto, ronzano angeli e diavoli; e gli angeli cantano che fuori si distendono i mistici campi dell’assoluto, dove l’uomo può vagar libero, addormentarsi, risvegliarsi per prati che non hanno nè sentieri nè confini, ma fiori senza numero e di tutte le bellezze e sboccianti nell’ora che non declina mai di una eterna primavera.... Ma i diavoli sussurrano invece al prigioniero che quel carcere fu edificato dalla iniquità, dalla stoltezza e dalla tirannia dei suoi simili: osi evadere e potrà rifare il mondo senza limitazioni, principii e convenzioni; sedersi, Minosse di un nuovo giudizio universale in mezzo alla storia, chiamando innanzi al suo tribunale tutti gli Stati, le Arti, le Religioni, le Dottrine, le Leggi e i Costumi del mondo. E il prigioniero, a sentir queste canzoni degli angeli e questi sussurri dei diavoli, si esalta, infuria, delira, scuote le inferriate delle prigioni.... E allora costruisce New-York. E allora inventa le macchine. E allora crea la Critica e l’Estetica....