Tacque di nuovo. Soggiogati da questa luminosa concatenazione di profondi pensieri, noi pure tacemmo, quasi rispettando la sua meditazione. Sul ponte deserto, alla fioca luce delle lampade, passò, in punta di piedi, senza romore, un marinaio. L’Oceano riprese a scrosciare come una cascata nella notte. Quanto tempo passò? Alcuni minuti forse, lunghi e raccolti: sinchè il Cavalcanti a bassa voce, forse per sospingere di nuovo il discorso, quasi timidamente:
— Vulcano.... ho paura, — disse.
— Chi lo sa? — rispose lentamente il Rosetti. — L’avvenire è più oscuro di questa notte in cui navighiamo. Certo a giudicare da quel che si vede si direbbe che Vulcano sta per diventare il padrone del mondo.... Eppure.... Che di nuovo, come ai primi albori della storia, gli uomini ritornino ad adorare il Fuoco e soltanto il Fuoco.... no, non ci credo: non mi pare possibile. Solamente.... Solamente.... Apollo avrebbe bisogno di essere aiutato da un immenso atto di volontà di quelle moltitudini che oggi la spinta del progresso incalza a confondere il bello ed il brutto, il vero ed il falso, il bene ed il male, su tutta la faccia del globo, per arraffare i tesori della terra. — Fece una pausa, come esitando, poi: — Lo devo dire? Ed un atto di volontà che ponesse dei limiti.... dei limiti.... A che cosa? Prendo il mio coraggio a due mani: sinora ci ho alluso copertamente; non lapidatemi.... Che cosa è quella mancanza di convenzioni, di modelli, di regole, di principii, di tradizioni, di limiti intrinseci ed estrinseci a cui ho tante volte accennato — nell’arte, nella filosofia, nella azione, nello spendere e nel desiderare — se non la libertà, che da un secolo trionfa in Europa e in America? La libertà promessa dalla Riforma, dalla filosofia del ’700, dalla Rivoluzione? Parliamoci chiaro: Apollo si velò il volto divino per vergogna e dolore il giorno in cui vide la Libertà governare i due mondi con il braccio di dinastie scettiche, di aristocrazie infrollite, di democrazie doppie, di parlamenti ignoranti: e l’Europa e l’America rette da Stati che tremano in cospetto di coloro a cui dovrebbero incuter terrore; e non osano più spendere mille lire che facciano scandalo al bottegaio del canto: e si lasciano rimbrottare da qualunque meccanico o tessitore arricchito che non sanno amministrare la cosa pubblica così bene come essi i loro fondaci; e spogli di pompe e di cerimonie come di rispetto e prestigio, impigliati in mille interessacci e affaracci, assoldano i barbari che distruggono l’«Iliade» e l’«Odissea», e non si vergognano di dichiararsi incompetenti nell’arte, nella filosofia, nella religione: ignoranti cioè ed inutili! Ma il Fuoco e la Libertà avevano stretta da lungo tempo una segreta alleanza, signor Cavalcanti. Tutte le dottrine, tutte le filosofie, tutte le scuole, tutti i moti politici e religiosi e sociali, che negli ultimi secoli hanno o rovesciati o allontanati quanto bastava perchè non dessero impaccio tutti i limiti antichi.... Mio Dio, quanti sono! Vien la vertigine a pensarci: il protestantesimo, la Rivoluzione Francese, le filosofie critiche, il romanticismo, tutte le guerre e le rivoluzioni minori del secolo decimonono, le teorie democratiche, le istituzioni parlamentari, le libertà politiche, le ferrovie, i battelli a vapore, i libri di Rousseau, l’emigrazione, l’America, le scoperte della scienza, la diffusione dell’a, b, c.... Tutte queste diavolerie hanno diffuso negli spiriti, a poco a poco, quella mobilità, quell’orgoglio, quel desiderio di cose nuove, quelle cupidigie o ambizioni, in mezzo a cui e per cui il Fuoco ha potuto fare quel tale subbuglio nel mondo, che tanto sbigottisce la signora Ferrero. Ma il Fuoco trionfante ha ripagata la Libertà, dichiarando pubblicamente l’alleanza.... Poichè esso accresce ogni dì la mobilità degli spiriti, il loro orgoglio, il desiderio del nuovo, la cupidigia, l’ambizione, la fretta; e quindi la smania di libertà, il bisogno di rovesciare a destra e a sinistra i limiti.... Augusto Comte è oggi poco meno che obliato, tanto che ci siamo messi tutti quasi a ridere incontrando qui a bordo un suo superstite seguace: e perchè? Perchè voleva creare una filosofia limitata, che si astenesse dal porre in dubbio almeno la verità della scienza e la realtà del mondo; una filosofia che potesse essere, come la filosofia di Aristotele e di san Tommaso, uno strumento di disciplina. Trionfano le filosofie illimitate, che discutono perfino se la scienza è vera o se il mondo esiste; la stessa macchina che servì agli increduli per dare l’assalto a Dio, serve ora ai credenti per diroccare la scienza; da tutte le parti pullulano gli spiriti inquieti e sottili che insegnano agli uomini a ragionare illimitatamente di tutto, anche a rischio di rimaner senza più nessuna guida nel mondo: nè la religione nè la scienza. Ma che ci possiamo fare? La filosofia ormai, protetta da Vulcano, osa deporre la maschera, di cui si era coperta prudentemente in secoli più pericolosi; esce dall’incognito e mostra ufficialmente la sua qualità vera di grande maestra dell’arte di saltare i limiti, sotto colore di guardarli dal di fuori e dall’alto.
Ma a questo punto non potei a meno di interrompere l’intenso ragionamento.
— Ma ricercando quale è — dissi — il valore della scienza, oggi, la filosofia non si sforza forse di difenderci contro una nuova impostura che ci minaccia? Tutto vuol essere e dirsi scienza oggi: perfino le farneticazioni della signora Eddy. Scienza cristiana, ma scienza! E in nome della scienza i barbari hanno proceduto a distruggere l’«Iliade» e l’«Odissea»; hanno dette tante corbellerie sulla antica storia di Roma! Lo disse del resto lei stesso l’altra sera: la scienza è diventata il factotum del mondo moderno. Bisogna quindi limitarla o, se preferisce, delimitarla un pò.... Obbligarla, come tenta di fare il Bergson, a riconoscere che essa può studiare a fondo solo la materia inanimata.... Ma non cerchi, come fa, di accaparrarsi la vita e gli esseri vivi!
— È vero — rispose il Rosetti. — Ed è anche vero, in una certa misura almeno, quel che l’Alverighi ci ha ripetuto tante volte, a giustificazione della sua fuga in America, che l’oligarchia intellettuale dell’Europa non è scevra di prepotenza, di corruzione e di inganno: pur troppo! Ma credi tu che la filosofia di Bergson — che pure è un grande filosofo e ha riabilitata la filosofia come genere letterario, del che dopo Kant c’era bisogno — credi tu che sia un farmaco sufficiente? O che gioverebbe meglio, come propone l’Alverighi, americanizzare il mondo? Il male pur troppo ha una sede più profonda che non l’intelletto; e a curarla occorrerebbe non della filosofia, ma una virtù....
Tacque un istante: o cercasse la via di esprimere più largamente questo ultimo pensiero, o lo disturbassero i due mercanti astigiani che passavano frettolosi e incappottati, chiacchierando in quel loro consueto e triviale piemontese. Di nuovo l’Oceano scrosciò sotto di noi come una cascata....
— Una virtù? Quale virtù? — incalzò dolcemente, passato qualche istante di silenzio, il Cavalcanti.
E il Rosetti riprese:
— Non ostante la smodata cupidigia che congestiona le nostre anime, noi siamo migliori dei nostri antenati. Chi lo negasse, sarebbe ingiusto. L’ho detto poco fa: noi abbiamo mescolato non poche virtù pagane con parecchie virtù cristiane e con qualche virtù nuova; e quindi siamo più giusti, cioè più perfetti. I potenti abusano meno della propria forza, non solo perchè non possono, ma perchè non vogliono. Siamo forse un po’ più intemperanti, ma siamo anche molto più laboriosi. Insomma, a far le somme: non possiamo lagnarci.... Ma.... c’è un ma.... La lealtà. Nessuna civiltà ebbe mai maggior bisogno di porre un limite preciso alla libertà, di dir la bugia. Ricaschiamo sempre nella necessità di un limite. Poichè ho un bel predicare io, che l’uomo deve camminare verso l’avvenire senza voltarsi: non mi faccio illusioni, sapete: appunto perchè sono dei limiti e dei limiti convenzionali, sempre provvisori, l’uomo è di continuo in guerra con i principii su cui riposa l’ordine sociale e morale. Qualche volta apertamente: gli interessi e le passioni cercano allora di rovesciare i limiti con la violenza e passare — con le guerre, le rivoluzioni, le rivolte, le leggi marziali, le bombe, gli attentati, i delitti; più spesso, chè c’è meno pericolo, copertamente, con la sofistica. Perchè la sofistica non è mai morta delle ferite mortali che la logica le ha inferto in tanti memorandi duelli? Perchè tutte le epoche hanno patentato e coperto d’oro un corpo pubblico e ufficiale di sofisti, gli avvocati? Perchè Socrate potè pensar di fare una grande riforma morale insegnando agli uomini a ragionar bene? Perchè la sofistica è l’arsenale dove l’uomo cerca i mezzi per osservar i principii convenzionali quando gli riconoscono un diritto, di eluderli, fingendo di rispettarli, quando gli impongono un dovere. E se l’uomo si provvedeva largamente, in questo arsenale, quando i principii erano consacrati dalle religioni, immaginarsi adesso, che il mondo non è più bambino e ormai ha scoperto il segreto del giuoco! Lei ha ragione, Cavalcanti: noi siamo troppo vecchi e conosciamo troppe arti, troppe morali, troppe teorie diverse; la filosofia ci ha troppo smaliziati e ammaestrati tutti, anche quelli che non l’hanno studiata mai, a saltare i limiti sotto pretesto di guardarli dall’alto; lo spirito critico è troppo vivo; sopratutto noi siamo ormai troppo avvezzi a goderci la sfrenata libertà in cui viviamo! E lei aveva ragione, Cavalcanti, anche quando diceva che per questa ragione la nostra civiltà è così plastica, progressiva, vivace. Quindi più l’uomo invecchia, più ricco, sapiente, potente diventa, e più dovrebbe ruminare, ripetersi, inculcar ben bene nella mente questa regola suprema della saggezza: «Va, senza voltarti mai per guardare il braccio che ti spinge; credi nel principio che tu professi ed osservalo, come ti fosse imposto da Dio e fosse l’unico vero, l’unico bello, l’unico buono, la salute e la salvezza del mondo; non discutere, non sofisticare, non transigere; sii fedele sino all’estremo; a rischio della tua vita e della tua fortuna. Ma se il principio cade, rassegnati come se fosse una limitazione umana, convenzionale, arbitraria della infinita Verità, dell’infinita Bellezza, dell’infinito Bene, che continuano a fluir nella vita per il canale del principio che ha vinto! Legati da te stesso, così da non poterti sciogliere più, con la legge dell’osservanza interna, a non mentire e a tradire quando nessuno ti può imporre la verità e la fedeltà!» E invece sin dalla culla la quantità trionfante ci insegna a mentire. Sempre lì ricaschiamo, amici miei. Sì, la quantità trionfa oggi, grazie alle macchine, al fuoco, all’America: ma non può assumere apertamente, in proprio nome, il governo del mondo. Lo «zapatero le plus cher du monde», ha dovuto abbassare la sua insegna, perchè, neppure un tempo che confonde quanto il nostro, tutti gli «étalons de mesure» nella mediocrità, si acconcia a riconoscere per migliore una cosa perchè costa di più, a fare della quantità il criterio della qualità. «La pago più cara, perchè è migliore» — vuol convincer sè stesso, perchè se no crederebbe confessarsi sciocco! L’uomo ha bisogno, sempre e dovunque, in qualunque luogo e tempo, di tradurre la quantità in qualità, anche quando non possiede nessun criterio qualitativo sicuro: e allora si ingegna; e nei casi disperati squalifica in nome della libertà i modelli, per non esser costretto a giudicar brutti gli orrori di cui la macchina ci è così larga, proprio come Leo per salvare i sandali se l’è presa con il piede. Brutti, i nostri vestiti? Ma chi vi dice che quelli del secolo XVIII fossero belli? A me piacciono più quelli di questi e non mi seccate! A questo gioco di bussolotti si riduce l’Estetica dell’Alverighi, che vi è sembrata così curiosa; e che del resto è l’Estetica che i nostri tempi praticano senza tanto ragionare, perchè è la più comoda, tutti i giorni. E quindi la quantità deve pigliar la maschera della qualità, falsificarla quanto basta a ingannare gli uomini, che là dove essi non si procurano che l’abbondanza, si procacciano anche la bellezza e la bontà. Ma ditemi un po’: che cosa sono tutti questi tappeti di Smirne, fabbricati a Monza; questi arredi indiani, fabbricati in Baviera; questi falsi Champagne americani, tedeschi, italiani; queste «nouveautés de Paris» fabbricate dappertutto; questi conigli che, in barba a messer Darwin, si trasformano in lontre in poche settimane, se non menzogne della quantità che ruba gli ultimi stracci alla qualità rovinata e scacciata? Chi non sa quanti inganni la chimica ha forniti all’industria? La quantità trionfante ha fatta della civiltà moderna una immensa scuola di menzogna: e perciò noi non possediamo più nessuno di quei delicati strumenti di verità e di fede — come il giuramento e l’onore — con cui le religioni e le aristocrazie raffrenavano l’uomo in segreto, lo costringevano a esser sincero quando poteva impunemente mentire, fedele quando poteva esser fellone.... Ed ecco nascere e farsi gravi, nella società moderna, difficoltà per risolver le quali si studiano dottrine, e istituzioni, e provvedimenti ma inutilmente, perchè dipendono dalla lealtà; e il sentimento, se esistesse, le scioglierebbe in un attimo. La oligarchia intellettuale dell’Europa per esempio, che l’Alverighi ha accusata, esagerando ma non senza qualche fondamento di verità, di ingannare il mondo: ma la cagione di questo male non è forse morale? Tutte le professioni sono rette da una morale particolare: l’ufficiale può essere dissoluto o far dei debiti ma non può esser vile e aver paura della morte, sotto pena di esser squalificato: il mercante può esser codardo, ma deve pagare i debiti: il prete deve serbar una condotta decente, almeno in apparenza.... E via dicendo. Solo l’uomo che scrive e che pensa non ha morale professionale: può esser codardo, bugiardo, dissoluto, sprecone: gli è concesso di aver tutti i vizi. Chi conosce la natura umana, non si stupirà quindi che molti approfittino piuttosto largamente di questa comodità. Quale dovrebbe essere la virtù professionale dell’uomo che scrive e che pensa? La lealtà. Il critico, lo scienziato, il filosofo, di cui fosse provato che per un interesse qualunque hanno affermato esser brutto quel che giudicavano bello, falso quel che credevan vero o viceversa, dovrebbero essere infamati come l’ufficiale che scappa. Supponete che la civiltà nostra riuscisse a inculcare agli uomini che la lealtà è la virtù elementare di tutti, e agli intellettuali che essa è la virtù loro professionale; e allora la scienza rinuncerebbe a simulare sulla vita un impero che non ha; affermerebbe essa stessa di essere un principio di verità sicuro, ma limitato; avrebbe scrupolo di illudere gli uomini che essa può essere il loro factotum e dar la salute, la giovinezza, la bontà, la vittoria, la ricchezza: o dimostrare che Romolo e Omero non sono esistiti! Nè gli uomini sarebbero costretti, per protesta, ad affiliarsi, come la signora Yriondo, alla «Christian Science»! I dotti verrebbero insomma tra gli uomini con anima pura, dicendo: «Molto abbiamo studiato e poco sappiamo: quel poco, eccovelo, è vostro, servitevene: ma non ci crediate dei maghi! Noi siamo degli uomini e la vita sfugge al nostro debole impero. Una pianta, un animale, un uomo, un popolo, una civiltà sono una sintesi di parti diverse; non si può distaccare una parte dalle altre, senza distruggere l’essere: il che vuol dire che la nostra scienza, per studiare la vita, la dovrebbe addirittura ammazzare, e che quindi non la può studiare che a volo, di sfuggita, per sorpresa. La vita è una grande caverna oscura, che noi possiamo guardarci dentro soltanto per un pertugio e spiraglio, da cui entrano insieme lo sguardo nostro ed il sole: se noi ci collochiamo troppo lontano dallo spiraglio non riusciamo a discerner quasi nulla nella caverna; ma se avviciniamo l’occhio di troppo, intercettiamo con il capo il raggio del sole e facciamo buio nella caverna, dove vogliamo guardare.... Bisogna dunque trovare il punto in cui, pur non intercettando il raggio del sole, noi riusciamo a vederci meglio: ma quel punto non è il medesimo per tutti gli uomini; ciascuno lo deve cercare da sè, e non può cercarlo che oltrepassandolo: quindi l’errore è continuo, la illusione incessante, il travaglio atroce: chè quando finalmente riesce ad un uomo di fermarsi in quel punto unico, che cosa vede? Delle ombre che si muovono in una penombra, e per un solo istante: chè subito il desiderio di veder meglio lo spinge ad avvicinarsi al pertugio sperando che quelle ombre si chiariranno, ma invano, perchè si annebbiano di più: allora egli subito si ritrae e retrocede ai di là del punto buono e non vede meglio: riprende ad avanzare e a retrocedere sinchè alla fine ritrova quel punto, per un solo istante però; chè il tormentoso travaglio di quella illusione e delusione eternamente rinascenti ricomincia....»