Tacque, trasse l’orologio:
— Per Bacco, — disse, — è mezzanotte. A letto, a letto.
E se ne andò. Passeggiammo — il Cavalcanti ed io — per un poco in silenzio, sul ponte, ambedue meditabondi. Poi il Cavalcanti mi disse:
— È un savio, per davvero. Che profondi pensieri!
— Sì — risposi. — Ma se egli ha ragione, non abbiam torto noi? Dico noi, per dire i nostri tempi. Egli ci ha tenuti sospesi tra i due mondi: ma ora vorrei sapere da che parte dobbiamo buttarci.... A destra o a sinistra? Mi vien voglia di rubare al dottore il suo ritornello: non si può star a cavalcioni di due mondi!
VII.
Uscito dalla cabina, il venerdì mattina, e passeggiando per il ponte, vidi nella terza classe Orsola, che sola, rannuvolata e arcigna sedeva sopra un fascio di cordami facendo la calza. Mi rammentai della zuffa; e la curiosità mi spinse ad interrogarla. Ma quasi non mi diè il tempo di muoverle una domanda; chè subito aggredì:
— Maria! Quella vipera! Va dicendo a tutti che sono una ladra, per quei pochi debitucci che ho lasciati in America, come se fosse colpa mia! Lei si dà tanta aria perchè quattrini ne ha: ma come ha fatto a farli lo sappiamo tutti. Se avessi voluto far come lei, crede che mi troverei in questi guai? Ma di quel pane io non ne mangio; io non ho il pelo sul cuore come quella gentaglia. Lo domandi a quelli che sono stati in fazenda con noi, se hanno mai aiutato un poveretto, neanche con un bicchier d’acqua! Ogni povero italiano che doveva ricorrere a loro, sin la camicia era sicuro che gli levavano. Bella fatica, a far denari a quel modo!
Chiesi se prestavano denari: mi rispose di sì; ricominciò un lungo discorso: sinchè io le dissi che insomma da parecchie parti era giunta al mio orecchio la voce che la sua famiglia si era rovinata, perchè essa non aveva troppa voglia di lavorare. Mi guardò con occhi quasi spauriti.
— Lavorare? Lo chiama lavorare lei, quello della fazenda? Alla grazia! Lo domandi alla gente del mio paese, se mi piace lavorare. Ma come un cristiano, non come una bestia!