Ma l’Alverighi afferrò al volo queste parole e:

— Sicuro, — ripose. — A New-York voi trovate la Babele dell’architettura. L’Asia e l’Europa, il paganesimo e il cristianesimo, trenta secoli scomposti nei loro elementi e ricomposti a capriccio da un genio bislacco, ironico, folle, sublime. E proprio per questa ragione io adoro New-York. L’armonia e la proporzione sono l’estetica delle civiltà decrepite. La vita è scabra, ruvida, ineguale, violenta, come New-York. L’europeo non ci si raccapezza, in quella nebulosa incandescente; è naturale, perchè arriva da un pianeta spento; e si domanda, sgomento: ma dove sono? In Grecia? a Parigi? a Norimberga, a Bagdad, al principio del ventesimo secolo, al tempo dei Normanni, sotto lo scettro dei Faraoni? In una città vera o in una città astrale, edificata nel pianeta Marte o in un altro pianeta, da esseri conformati diversamente, più intelligenti e possenti?

Forse troppo occupata in quel momento a sorvegliare la scollatura dell’abito, la signora non rispose. Sottentrò il Cavalcanti. Che l’avvocato dicesse sul serio nessuno poteva più dubitare: ma non era questa ragione bastevole perchè nessuno dei suoi ascoltatori non sentisse la voglia di volgere la sua tesi in ischerzo. Mi parve infatti che il Cavalcanti volesse stuzzicare un po’ l’estro paradossale del suo interlocutore con insidiose domande.

— Dunque — egli disse — l’armonia e la proporzione sono l’estetica dei popoli decrepiti. Che cosa pensa lei, allora, della tragedia greca?

— Buona per il teatro dei burattini — rispose pronto, senza esitare un attimo, l’Alverighi.

— Ah! — esclamò il Cavalcanti come chi è percosso in pieno petto: nè disse altro. Poi, dopo un istante, soggiunse: — E la scultura greca?

— E la scultura greca? — gridò l’Alverighi riscaldandosi all’improvviso. — Quello sì che è un bel caso, per Dio! Basta visitare un museo e non essere un professore di archeologia, per capire che la scultura greca è un’arte sensuale, fiorita in un tempo in cui una bella donna o un bell’uomo erano rari come le mosche bianche.

— Ma io credevo — obbiettò la signora — che i Greci non avessero sotto occhio che corpi bellissimi... Che così educarono il gusto!

— Se ci fosse stata abbondanza di belle donne in carne ed ossa, — replicò l’avvocato — i Greci non ne avrebbero fabbricate tante di marmo. No: quella è un’arte sensuale.

E non so se per riguardo alla signora o per poter esprimere il suo pensiero con minore fatica, continuò in italiano: