— Ma nossignori: a un certo momento, dei professori, degli archeologi, dei filosofi tedeschi si sentono presi anch’essi da una matta voglia di ammirar quelle appetitose nudità: ma come si fa, essendo regi impiegati di una devotissima maestà luterana? Ed ecco allora scoprono che quelle belle gambe, quelle belle anche e tutta quella altra grazia di Dio che sapete, sono l’incarnazione dell’idea. Ed ora anche nei paesi, dove pure una volta la gente sapeva distinguere anche al buio una donna nuda dall’assoluto, tutti vanno innanzi a quelle statue per adergere con l’anima all’ideale, quando invece....

E all’improvviso ammutolì, scrollando le spalle.

Tutti sorrisero, anche la signora, quando l’ammiraglio le ebbe riassunto sottovoce, all’orecchio, in francese, questo bizzarro discorso. Ma era facile capire che in tutti la meraviglia generata dai primi discorsi dell’avvocato cresceva, e con la meraviglia una specie di incertezza irritata: se conveniva discuter seriamente con quell’originale, prendersene gioco o voltargli le spalle arrabbiati. Io solo, che lo conoscevo, non ero nè stupito nè offeso; e quindi pur tendendo l’orecchio ai suoi discorsi, aguzzavo il cervello a sciogliere un quesito diverso: chi potesse essere la ignota signora che di rimpetto a me continuava ogni tanto a scoprire o a velare le belle spalle, ad ascoltare i nostri discorsi, pur saziando un vigoroso appetito con perfetta eleganza di movenze e volgendo intorno gli occhi di continuo ridenti. Vestiva, certo, riccamente: viaggiava sola, così almeno pareva: ma no, una attrice non era, di sicuro. Pareva conoscere da un pezzo l’ammiraglio, che la trattava con un fare quasi paterno ed esente da sospetti, perchè aperto, schietto e non disdicevole alla età di ambedue; era dunque probabile si fosse imbarcata a Rio. Ma aveva abitato a lungo a New-York, come aveva detto l’ammiraglio. Inoltre all’accento ed ai modi l’avrei giudicata francese. Le perle infine potevano essere argomento a supporre che fosse ricca molto; e la veste di gala, che praticasse di solito compagnie più eleganti della nostra. Chi era essa dunque? Ma invano ruminavo queste domande, mentre il Cavalcanti ricominciava a stuzzicar l’avvocato.

— Per passare allora ai tempi moderni, che pensa di Parigi l’estetica dei popoli non decrepiti?

Aspettavamo tutti una nuova eresia. Invece.... Intuì l’Alverighi che il Cavalcanti lo punzecchiava maliziosamente agli estremi paradossi? O si sgomentò egli stesso dell’impegno di sostenere il già detto, dicendo di più? Certo è che lì, a quella domanda, si fermò di botto: e con una mossa improvvisa sfuggì traversalmente.

— Per carità! — disse mutando a un tratto faccia e tono, tra scherzoso e sarcastico. — Vogliamo dunque fare una discussione di estetica?

— E perchè no? — domandò il Cavalcanti.

— Ma io non sono un professore europeo.... — rispose l’Alverighi, assumendo un’aria compunta e desolata. — Sono un povero proprietario argentino: che tante cose ha da fare! Due estancias nella provincia di Buenos-Aires e tre chacras nella provincia di Santa Fé da completare. Centomila ettari nella provincia di Mendoza da irrigare. Un territorio nel Paraguay, grande come una provincia italiana, di cui debbo far qualche cosa, alla disperata rivenderlo per il doppio di quel che l’ho pagato.... Nonchè, purtroppo, tre milioni di debiti da pagare. Sissignori: tre milioni, non uno scudo di meno. Niente paura, però: a un americano, tre milioni di debiti mettono l’allegria in corpo. È bello per un uomo poter dire: io, io solo ho fatti in tanti anni tre milioni di debiti, e li ho pagati: li ho fatti e pagati accrescendo la ricchezza del mondo.... Questa, signori miei, è la vera estetica dei tempi in cui viviamo!

— Questa è l’arte di far quattrini — obiettò asciutto asciutto il Cavalcanti. — Non è la scienza del bello....

A questo punto l’Alverighi tacque un istante, guardando l’interlocutore e sorridendo. Poi lentamente, sempre sorridendo e guardandolo, con un modo ambiguo tra il senno e lo scherzo: