— Lei ci crede, dunque, alla scienza del bello e del brutto?

— Ma certamente. La filosofia tedesca....

— E anche io, — interruppe l’altro, come chi si decide e precipita. — Ci credo anch’io: ma ad una estetica che ho inventata io, brevettata, infallibile, che si riassume in una regola sola: bello è quel che mi piace, brutto è quello che mi dispiace. Sissignori: New-York mi piace; perciò affermo che è la più bella città del mondo; e vi sfido tutti a provarmi il contrario. In nome di quale autorità? Da che cattedra o pulpito? In forza di qual principio? Ogni uomo ha conquistato oggi perfin la libertà di vilipendere i re e di rifare i conti a Domeneddio: vorrei vedere che qualcuno mi contendesse, a me, la libertà di proclamar bello quel che mi piace, senza il permesso della Facoltà! Allons donc!

Anche io, in quel momento, come tutti gli altri, tenevo gli occhi sull’Alverighi: su quel piccolo viso taurino dalla fronte scendente a piombo sotto i neri capelli ritti e fitti, dagli occhi vivi e grossi a fior della fronte, dalle guancie rosse sulla fascia nerissima della barbetta a due punte, ben ravviata, che risaliva per quelle a ricongiungersi con i capelli. E su quel viso rubizzo, aguzzo, acceso, deciso, beffardo, che mi ricordava i personaggi delle pitture etrusche, io leggevo che egli diceva sul serio, mosso da una convinzione profonda anche se strana. Ma leggevo pure in faccia ai miei compagni, che essi si andavano confermando che l’Alverighi o vaneggiava o si burlava di loro, sebbene proprio sicuro sicuro non ne fosse nessuno, nemmeno il Cavalcanti. Tanto è vero che, invece di rispondere a tono, il Cavalcanti ribattè di fianco e non senza una certa titubanza:

— Certo.... se si ammette che il gusto dell’armonia e della proporzione sono un segno di vecchiaia.... Allora è difficile dimostrare che New-York è brutta. Ma questa affermazione sua mi pare alquanto ardita.... Sarò forse decrepito anch’io.... Io credo che non solamente lei, signora, ma che tutti gli uomini sono naturalmente attratti ad ammirare quel che è armonico, leggero, proporzionato, ad odiare quel che è pesante, asimmetrico, scomposto....

— Lo crede lei? Davvero? Davvero? — esclamò con aria di sfida, l’Alverighi.

— Ma certo. In molti questo istinto può essere offuscato o pervertito: ma c’è. In tutti c’è....

L’Alverighi stava per rispondere; quando la signora che, intenta a rimettere in centro con la mano sinistra, gli anelli della destra, non aveva forse ascoltato le ultime frasi, li interruppe ambedue.

— Io desidererei sapere di Parigi, quello che lei ne pensa. Il signor Cavalcanti glielo aveva chiesto.

— È una città archeologica, il cimitero della decrepita civiltà dell’Europa.