— Parigi? — esclamò la signora, — Parigi? Perchè a Parigi non hanno ancora pensato a collocare i caffè nelle moschee arabe e le sale da pranzo nelle cattedrali gotiche?

— Hanno torto, a Parigi.

— Se Parigi è un cimitero, la sua New-York è una bestemmia. Solo dei barbari potevano fare un così orrendo scempio delle nostre architetture religiose.

— Ma signora, — ribattè l’Alverighi, — si è lei mai sentita offesa, pranzando in Europa sotto il tetto di una qualche posticcia pagoda cinese: per esempio al «Pavillon chinois» del Bois de Boulogne? Eppure anche questa è una profanazione. Lei mi dirà che l’architettura cinese ci è straniera: noi non sentiamo che la pagoda è un tempio. Ebbene: per la stessa ragione il vero americano può secolarizzare certe architetture religiose dell’Europa.

— Ma la Cina non ha scoperta, popolata e incivilita l’Europa come l’Europa l’America, — disse una voce nuova ed aspra: il dottor Montanari, il Commissario governativo per l’emigrazione, che era venuto a sedersi accanto al Rosetti a mezzo il pranzo.

L’Alverighi si voltò verso di lui, e pronto e sicuro come al solito:

— Ricordi storici! — disse. — Moneta fuori corso, oggi!

— Per voi, — ribattè l’altro duro, — non per noi. Agli Americani fa comodo di buttare in mare il fardello di gratitudine che devono all’Europa.

La discussione si riscaldava: si sentiva minacciar vicino il diverbio, come il temporale d’estate. Ma il pranzo era finito, e il capitano ne approfittò per levarsi. Anche la signora e l’ammiraglio, scambiata un’occhiata, si levarono. La discussione era dunque troncata. Uno dopo l’altro ci levammo tutti ed uscimmo.

III.