Andai a vedere i miei, feci un giro per il ponte, poi entrai nel fumoir, con il deliberato proposito di ragguagliarmi intorno alla misteriosa signora. A un tavolo sedevano il dottor Montanari, il Cavalcanti e il Rosetti che, con un sigaro cavour in bocca e un mazzo di carte in mano, si accingeva a far dei solitari. Ma l’Alverighi quella sera aveva offuscata anche la signora. Discorrevano infatti dell’Alverighi.
— Sono quattro giorni che sputa sentenze — borbottava il dottore. — Non ha fatto altro, da quando siamo partiti. E sempre i suoi milioni in bocca. Cose da pazzi! Se continua così, pranzerò nella cabina.
— Perchè? — rispondeva dolcemente e sorridendo il Cavalcanti. — Io lo trovo curioso, invece. Lei lo conosce, non è vero, Ferrero?
Che il Cavalcanti sorridesse e il Montanari smaniasse a quel modo, non fu per me, che li conoscevo ambedue, meraviglia. Non ostante il suo bel nome toscano, il Cavalcanti era nato in quella che si potrebbe chiamare l’India del Brasile, in una provincia settentrionale, quasi sotto l’equatore, da una famiglia antica e cospicua ma impoverita; e nato a contemplare la natura e la vita assai più che ad operare nel mondo: perchè una dolce e quasi mistica indolenza ed un intimo orrore della farraginosa e insaziabile attività che ha creata nei climi temperati la civiltà moderna si univano in lui ad una finissima sensibilità e ad una intuizione meravigliosa, dando forma ad uno spirito tra poetico e filosofico, scevro di invidia e di orgoglio, semplice e benevolo, infinitamente vago di curiosare in tutte le cose, poco pugnace, e che pendeva assai al misticismo. E tale era rimasto, intatto e puro, pur scendendo in Rio, in mezzo all’affannoso via vai della civiltà moderna: dove, discepolo in letteratura del grande Machado de Assis e in diplomazia del barone di Rio Branco, egli aveva sfogate nella letteratura le sue mistiche inclinazioni e imparato ad operare in mezzo alle faccende del mondo, riuscendo rapidamente e facilmente a farsi largo in mezzo alla sua generazione, come il fratello suo più che amico Graça Aranha. A trentotto anni infatti, dopo aver varcato più volte l’Oceano per diverse missioni, se ne veniva ora in Italia, primo segretario della legazione del Brasile presso il Quirinale; ed era tra i giovani autori del Brasile il più celebre, per il suo famoso romanzo «La terra promessa». Ma il suo spirito, naturalmente benevolo, era stato ancor più addolcito da quella eclettica equanimità che è propria della cultura americana; parte perchè i paesi d’America, non possedendo una cultura antica, ricevono facilmente i frutti più diversi della cultura europea; parte forse anche perchè, come gli esplosivi, quando scoppiano all’aperto, fan più romore che danno, così tutte le idee, anche quelle che compresse in Europa da interessi, istituzioni e tradizioni debbono squarciarsi una via fra le rovine scoppiando, svampano invece, innocue fiammate, nei vasti e semivuoti paesi d’America. Quante volte a Rio, in quella gran foce per cui sbocca nel Brasile con i suoi bracci maestri e i piccoli rigagnoli il fiume della cultura mondiale, nella gigantesca libreria Garnier, all’angolo della Rua Ouvidor e dell’Avenida Centrale, quante volte avevo ammirato il ricco eclettismo della cultura brasiliana, chiacchierando tra le quattro e le cinque del pomeriggio, con José Verissimo, con Joâo Ribeiro, con Araripe, con Oliveira da Lima, con Machado de Assis, con Graça Aranha, con Souza Bandeira, con tutta l’Accademia brasiliana, nella immensa sala a piè degli scaffali che salgono, alti quattro piani, a toccare con il capo il tetto, fra le immani cataste dei libri scaricati dagli ultimi vapori d’Europa, in mezzo ai panieri che scendono, colmi di volumi, dai balconi disposti di piano in piano lungo le pareti! Romanzieri, poeti, critici, storici, essi ammiravano i classici e il romanticismo, la letteratura greca e la letteratura russa, Platone e Federico Nietzsche, Sofocle e Ibsen. Eclettico ed equanime anch’esso, il Cavalcanti non era uomo che le eresie dell’Alverighi e quegli eccessi di forma e di pensiero potessero, fuorchè per qualche istante, irritare a battaglia: lo incuriosivano invece a studiar quel fenomeno, per capirlo ed anche per sorriderne un poco, come aveva fatto a più riprese: ma leggermente, con dolcezza e carità umane, con sfiorante e non amara ironia.
Altro uomo, invece, il Montanari. L’avevo conosciuto nell’andata. Era romagnolo, di Faenza se ben rammento; e medico nell’armata; e patriota e monarchico, come i vecchi — poichè la Romagna essa pure si rammoderna — erano monarchici o repubblicani, patrioti o internazionalisti una volta, in Romagna: con furore di ghibellini e di guelfi rinati. Ma perciò appunto era anche disgustato dell’universo tutto quanto. Egli soffriva, come di una sventura propria, del progressivo decadimento della monarchia nei nostri tempi; egli fremeva ancora di orrore, dopo tanti anni, solo a ricordare che un anarchico arrivato d’America aveva osato levar la mano contro il Re d’Italia; egli non vedeva che un immane traviamento degli spiriti e quasi un alto tradimento del popolo intero, in quella formidabile spinta, che ogni anno muove tanti uomini della vecchia Europa a varcare l’Oceano. E dei vizi, della ignoranza, delle sventure, dell’incessante via vai di questa moltitudine, egli parlava con una asprezza che a molti pareva spietata: come non pochi in quel suo portamento eretto, rigido, soldatesco, in quel suo guardar dritto negli occhi a tutti, in quel sorriso sardonico che increspava le guancie magre, rasate, incavate, in quel suo frequente rispondere agli argomenti altrui con sdegnoso silenzio, sentivano la provocazione di un’insolente alterigia. Ma a torto: chè quell’anima non era nè dura nè superba, ma esacerbata; esacerbata dalla cinica indifferenza con cui i tempi lasciano impolverarsi e tarlare quelle che erano state per le vecchie generazioni le sacre imagini dell’autorità sulla terra e nel cielo. Egli quindi odiava l’America; e brontolava contro tutto il resto del mondo sopratutto per disacerbarsi l’odio in cui ne aveva la parte nuova; contro l’Italia che pure amava sopra ogni altra cosa; contro l’Europa cui pure, almeno per dispetto dell’America, tributava un certo rispetto; contro quella moltitudine che accompagnava nei suoi erramenti dall’uno all’altro continente, imprecando, gridando, brontolando ogni minuto le sue tre parole favorite, l’intercalare imparato a Napoli e la suprema sintesi di tutta la sua filosofia della vita «cose da pazzi!»: ma a prò della quale pur faceva con zelo quel po’ che poteva.
Che costui avesse preso in tanta uggia l’Alverighi era naturale. Ma io conoscevo un po’ il facondo avvocato, e volentieri, seguendo l’invito del Cavalcanti, entrai nel discorso di lui.
— Sì, l’ho conosciuto a Rosario — risposi. — Fu il nostro Cicerone per tre giorni. È un italiano, un mantovano anzi, che ha fatto in pochi anni una grande fortuna in Argentina....
— Alla larga! — interruppe il dottore.
— Adagio, dottore, non precipiti così il suo giudizio — continuai. — Lei conosce la storia di quell’uomo? No? Ebbene, indovini un po’, se le riesce, a quale carriera l’avevano avviato i suoi in Italia.... Ne volevano fare un filosofo! Sicuro, un filosofo! Suo padre era un provveditore agli studi, intelligente, coltissimo, autore di parecchi pregiati lavori storici ma povero e carico di famiglia. E il figliolo infatti a ventidue anni si laureò, non ricordo più in quale Università, con una tesi su Descartes e Spinoza; ma per imbarcarsi tre mesi dopo alla volta di Buenos-Aires.
— Strana idea per un filosofo — osservò il Cavalcanti.