— Stando a quello che egli mi ha raccontato, — proseguii — chi lo persuase fu uno dei suoi maestri, un vecchio filosofo, il quale ammirava molto l’America, sebbene la avesse conosciuta solo sulle carte geografiche. Batti oggi, batti domani, a furia di ripetergli che egli aveva troppo ingegno per fare il professore in Italia, che c’era troppa filosofia e troppo latino in Europa e troppo poco in America, quel sapiente non troppo savio — ce ne son tanti, tra i dotti! — riuscì a persuaderlo al gran passo. Un bel giorno il nostro giovinotto salpò da Genova, per andare a seminare la vecchia cultura dell’Europa nelle vergini terre d’America. Quel che fu nei primi tempi di questo filosofo, sbarcato a Buenos-Aires venti o venticinque anni fa, con poche migliaia di lire in tasca, non sto a raccontarlo a loro.
— Pur troppo — sospirò il Rosetti, — una cultura di lusso non è un capitale, con cui si possa tentar la fortuna in America. Gli Europei non la vogliono capire....
— L’Alverighi però — continuai — era un uomo. Nel pericolo egli capì qual’è l’àncora di salvezza nelle grandi tempeste della vita ai tempi nostri.... Il vestito! Neppur Dante o Galileo troverebbero oggi chi li aiutasse, se si riducessero senza un colletto di bucato e con un solo paio di scarpe rattoppate. Fece quindi tutti i mestieri per salvare le fondamenta fisiche e metafisiche della sua personalità morale: abito, soprabito e scarpe; mangiò pane asciutto e bevve limpida acqua di fonte; ma uscì sempre in pubblico vestito con eleganza. Riuscì insomma a nascondere a tutti la sua penuria, e quindi tutti lo aiutarono volontieri. A poco a poco si procacciò amicizie e protezioni: l’argentino è generoso: ottenne di insegnar l’italiano in un fiorente collegio della capitale: prese a scrivere nei ricchi giornali spagnuoli: si rifece studente di legge, strinse amicizia, nell’Università, con giovani di famiglie cospicue: si addottorò con brillantissimi esami; e rapidamente venne in fama di valente avvocato. È di fatti un grande oratore davvero. Infine si stabilì a Rosario, fece un ricco matrimonio, e come tutti in Argentina, appena ebbe del denaro, si buttò nelle speculazioni fondiarie....
— Abbandonando le filosofiche — punzecchiò il Cavalcanti. — Benissimo!
— Sì e no — risposi.
Ma proprio in quel momento l’Alverighi entrò nel fumoir e senza guardarci andò a sedersi al tavolo accanto, dove due signori — due mercanti astigiani di vino, seppi poi — giocavano alle carte: troppo vicino perchè si potesse continuare a parlare di lui.
— Vogliamo uscire un po’? — propose il Cavalcanti.
Uscimmo tutti e quattro sul ponte di passeggiata, il più basso dei due ponti della nave, riserbati ai passeggeri di prima classe. La sera — una di quelle dolcissime sere, senza luna, senza vento, non calde, non fresche, che scendono talora in primavera, silenziose, ad addormentare per qualche ora in un sopore profondo i mari dei tropici — aveva tratti fuori molti passeggeri.
— Le nostre sedie sono dall’altra parte, a tribordo — disse il Cavalcanti.
E ci avviammo verso la passerella di prua, dopo che il dottore ebbe preso congedo da noi, per recarsi al suo servizio. Ma al momento in cui, giunti in fondo al ponte di babordo, stavamo per svoltare nella passerella, ci scontrammo con una giovane coppia che ne usciva. Ci traemmo in disparte; li vedemmo passare in silenzio, guardando diritti innanzi a loro; egli, basso e grassoccio, con grosse sopraciglia nerissime, camminava con un’andatura molle, restando un po’ indietro; lei alta, magra, ossuta, spigolosa si faceva innanzi impettita, rigida, con un portamento risoluto, quasi traendo a forza lui.