— Passeggeri di ronda! — mormorò il Cavalcanti. — Fanno dell’esercizio.

Passammo, percorrendo la passerella oscura, sul fianco destro della nave. Ma le sedie nostre erano illegalmente occupate. Per non disturbare gli usurpatori salimmo sul ponte delle imbarcazioni, deserto, silenzioso, male illuminato da poche lampade elettriche troppo distanti; e ci sedemmo sopra una panca bianca, nel fioco chiarore, di fronte al camino oscuro come la notte, da cui esalava in densi turbini negri, a confondersi con le tenebre, il silenzioso respiro della nave; a piè delle grandi barche bianche issate sui parapetti, che parevano dormire; tra le bocche da vento che, rigide e taciturne, aspiravano la fresca e vivida notte; sotto le grosse funi che, tese per ogni verso, tremolavano sommessamente nelle pesanti fibbie di ferro, sfiorate da un soffio invisibile. Tutte le cose tacevano, quasi sollecite di non turbare il sonno primaverile del mare; anche il grave ansar delle macchine esalava lassù dal profondo come un murmure vago e lontano; sopra di noi silenzioso anch’esso e oscurissimo, il cielo turbinava di miriadi di astri, simile a uno sterminato velo nero fiammante di gemme.... Per un momento tacemmo anche noi, come soggiogati dal silenzio improvviso in cui eravamo saliti. Primo riprese a parlare il Cavalcanti.

— Lei diceva, dunque....

— Pur troppo sì — continuai. — Il demonio dell’America è entrato anche in questo figlio di un povero provveditore italiano.... Ha già parecchi milioni e li vuol raddoppiare; poi vorrà triplicarli, quadruplicarli, sinchè avrà fiato; dormirà, sì e no, quattro o cinque ore sulle ventiquattro; fa tante cause, lui solo, quante quattro avvocati; compra, vende, ricompera, ipoteca terre in ogni parte dell’Argentina, nel Paraguay; non ha famiglia sebbene abbia moglie e due bambini; potrebbe costruirsi un palazzo e non ha focolare; è il nomade moderno, attendato nei «vagons-lits» e negli alberghi.... In quel mese che viaggiai nell’interno dell’Argentina, me lo sarò visto passare innanzi tre o quattro volte, come il treno o come il lampo, in città distanti migliaia di chilometri: arrivava la mattina da sud e via la sera a settentrione; ricompariva da levante per sparire dopo qualche ora verso ponente.... Eppure... Eppure.... Vada nella sua cabina; la troverà piena di libri; italiani, inglesi, francesi, gli ultimi pubblicati; letteratura, storia, politica, filosofia. Appena conseguita una certa agiatezza si sforzò di riallacciare il filo dei suoi studi interrotti, come poteva, naturalmente. Ma non ha mai smesso di leggere, in ferrovia, nei ritagli di tempo, a precipizio, spesse volte sfogliando e divinando più che leggendo....

— All’americana — osservò scherzosamente il Cavalcanti.

— All’americana, se vuole — io risposi. — Sebbene ormai, anche in Europa.... E non soltanto legge, ma pensa, come un bastimento va, quando c’è tempesta: a ondate, a sbalzi, a sussulti. Quella sua testa è come un gran tino; e dentro ci ribollono le reminiscenze degli studi fatti in Italia, gli stralci delle letture precipitose, i frammenti di quel che intravede, incontra, urta correndo all’impazzata attraverso il mondo, le speranze, le aspirazioni e gli interessi suoi. Ci ribollono in una curiosa filosofia, piena di idee assurde, stravaganti, puerili, originali, stupende, che è come del mosto in fermentazione: gonfia e sgonfia, ma si agita sempre. Bisogna vederlo a casa sua, tra un viaggio e l’altro, tra un processo penale e uno civile, tra una compra e una vendita di terreni, quando va nei clubs di Rosario, e lì tiene cattedra, espone, disserta, vorrebbe discutere e non può; chè quei bravi mercanti di grano lo ascoltano, sì, con pazienza, ma si arrendono prima ancora di combattere, e non l’hanno in conto di matto soltanto perchè.... Buon per lui che i suoi milioni fanno il contrappeso alla sua filosofia! No, no: mi sbaglierò; ma quell’uomo è un genio, a modo suo, ma un genio: un genio, come dire? — rinselvatichito nella Pampa....

Tacqui. Il Rosetti continuava a fumare, in silenzio. Solo dopo qualche istante il Cavalcanti a mezza voce, come parlando a sè stesso:

— In nome di quale autorità? — disse. — Da che cattedra? In forza di qual principio potremmo noi dimostrare che New-York è brutta a chi dice che è bella? Non c’è che dire: l’estetica è messa con le spalle al muro. «Hic Rodus, hic salta».

Una idea improvvisa mi balenò; e interrompendolo:

— Provi dunque a rispondere, domani, — dissi. — Ne nascerà una discussione sull’arte; e anche questo sarà un passatempo. Vedrà se non è pieno di idee ingegnose, questo speculatore in terreni....