Ma il Cavalcanti fece un gesto di spavento. Volevo io dunque convertir il «Cordova» in un’accademia di filosofia?

— E perchè no? — risposi. — Del resto se non ci pensa lei, ci penserà lui. Ne deve avere una voglia! Perchè a Rosario, poveretto, è una specie di Socrate disoccupato, ridotto a far dei monologhi.

Ragionammo un po’ del discutere in genere, e del discutere di filosofia, sinchè il Rosetti, che non aveva aperto bocca, si levò sorridendo.

— In fin dei conti, — disse — che cosa abbiamo da fare a bordo? Nulla. Dunque possiamo anche fare un po’ di filosofia.

Era tardi, e ci separammo. Anch’io, in quel lungo discorrere dell’Alverighi, mi ero scordato della signora. Me ne andai a letto, senza aver saputo nulla intorno a lei: nè chi fosse, nè onde venisse. La cabina era a due letti: uno per me, l’altro per il bambino: e mi coricai senza indugio, perchè ero stanco: stanco della lunga conversazione della serata: stanco delle ore passate sul ponte di comando a scambiar gli ultimi addii con l’America: stanco degli innumerevoli abbracciamenti e ringraziamenti barattati con gli amici, a bordo e alla banchina Pharoux; stanco della veglia protratta sino a tardissima ora la sera innanzi, dopo il banchetto offerto dall’Accademia brasiliana all’Hôtel Alexandra; stanco delle due rapide gite fatte nelle tre settimane precedenti a San Paolo e a Bell’Horizzonte; stanco infine della lunga via percorsa di festa in festa, di discorso in discorso, per tanto mare e per tante terre, da Genova a Buenos-Aires, da Buenos-Aires a La Plata, a Rosario, a Mendoza, a Cordova, a Tucuman, a Santiago dell’Estero, a Santa Fé, a Paranà, a Montevideo, a Rio, nell’interno del Brasile.... Spegnendo la luce, in quel momento, più voluttuosamente ancora che sui guanciali del lettuccio, io mi adagiavo nell’idea di potere alfine, dopo il trambusto di quei cinque mesi, riposare per quindici giorni in mezzo all’Oceano. Non ricevimenti più, non discorsi, non lettere, non telegrammi, non faccie nuove! Addormentarsi la sera senza pensare agli impegni del domani, e svegliarsi tra cielo e mare, fuori delle brighe del mondo e delle proprie faccende! Cogliere finalmente sull’albero della vita quel frutto ormai così raro che appena matura una volta ogni tanti anni: l’ozio senza rimorsi!

IV.

Il dì seguente, quando uscii sul ponte, riposato dal buon sonno della prima notte di mare, tra le otto e le nove, il Sole e l’Oceano, i due solitari compagni dell’immensità, scherzavano insieme da vecchi amici. Ancora una volta, quella mattina, come ogni mattina dal principio del tempo, essi si erano incontrati al ritrovo dell’alba; e ancora una volta di essersi ritrovati gioivano insieme, essi, gli eterni giovani, che sui volti radiosi non portano le rughe dei secoli e dei millennii, come nel primo giorno della creazione; il Sole profondendo l’Oceano di liquido oro e zaffiro; l’Oceano scintillando a perdita di vista, vivo e fermo. Pochi però quella mattina gioirono sul «Cordova» della gioia innocente del Sole e del Mare. Una straordinaria notizia correva per la nave, dal ponte di comando alle stive tenebrose, elettrizzandola. Me l’annunciò, verso le dieci, l’Alverighi che, interrompendo di leggere un libro — vidi poi che era uno Shakespeare — si levò e mi venne incontro sul ponte delle imbarcazioni, domandandomi con una certa concitazione:

— Ma è vero che quella bella signora di ieri sera è la moglie di un ricchissimo banchiere di New-York?

Risposi che non lo sapevo e che al fare e al parlare l’avevo piuttosto per francese: aggiunsi che l’abito indossato la sera prima faceva supporre praticasse di solito la società elegante; esser però singolare che una milionaria viaggiasse nel piccolo «Cordova»; e non, come vuole l’etichetta che vige anche in mezzo all’Oceano, in un vapore del suo rango: il «Mafalda» per esempio, se voleva un piroscafo del Lloyd italiano. L’Alverighi aggiunse che un negoziante di gioie, il quale era a bordo, un certo Levi di Venezia, aveva stimato che la collana della signora potesse valere un cinquantamila franchi! Poco dopo, il capo dei camerieri mi fermava nel vestibolo della sala da pranzo, e con un sorriso radioso di legittimo orgoglio, mi disse:

— Ma sa, che quella signora è la moglie di uno dei più ricchi americani del Nord?