— Ho capito — pensai. — Prima di sera sarà miliardaria. Tutti gli Americani del Nord lo sono!
Questa singolare diceria risvegliò in me la curiosità, che i discorsi della sera prima e il sonno della notte avevano un po’ illanguidita. Ma invano cercai le due sole persone che probabilmente avrebbero potuto ragguagliarmi: il Cavalcanti e l’ammiraglio. Nè l’uno nè l’altro era ancora uscito dalla cabina. Un incontro inaspettato mi distrasse di lì a poco di nuovo. Mi ero fermato, verso le dieci, a prua, vicino alla scaletta che scende alle terze classi, a osservare gli emigranti che, nel ponte inferiore, si affollavano, per l’ora del desinare, di faccia alla dispensa, aspettando. Quando ad un tratto uno degli emigranti, che stava solo in disparte, mi salutò. Risposi, supponendo fosse uno degli innumerevoli lavoranti italiani a cui avevo stretta la mano nel lungo viaggio: ma l’uomo si mosse, venne sino a piè della scaletta a capo della quale io mi trovavo, e mi domandò:
— E come sta l’ingegnere.... — pronunciando il nome di un mio zio.
Questo nome risvegliò di subito un ricordo lontano: fissai l’uomo, e:
— Ma tu sei Antonio! — esclamai scendendo la scaletta. — E che cosa fai qui?
Ed era proprio Antonio!, il più grande stolido e fannullone che avessi mai conosciuto; la disperazione di quel mio zio, che aveva dovuto impiegarlo come fattorino nel suo studio, collocarlo come portinaio nella sua casa dove noi abitavamo, perchè gli era stato raccomandato con la più viva istanza da uno dei suoi più ricchi clienti, nelle cui terre era nato, figlio di contadini. Quando mio zio aveva dovuto assumerlo nell’ufficio, Antonio ritornava da un primo viaggio in America; ma nessuno di noi si stupì che non avesse fatto fortuna, chè non era buono proprio a nulla; e qualunque incarico ricevesse come fattorino o portinaio, lo fraintendeva o sbagliava, quando non lo dimenticava tutto: e la maggior parte possibile del giorno e della notte passava dormendo; e solo per schivar fatiche o trovar ragioni di sdraiarsi sopra o sotto le dolci coltri del letto, mostrava un certo ingegno. Cosicchè il giorno in cui aveva annunciato all’improvviso che ritornava in America, nessuno di noi si era sforzato a dissuaderlo; anzi.... Che l’America se lo pigliasse e per sempre! Mi ricompariva invece a un tratto innanzi, poco mutato dopo sei o sette anni, magro, con la fronte sfuggente e quell’incerto e insulso sorriso che mi spiaceva tanto, abbastanza ben vestito però e certo in migliore arnese che non gli avessi, al suo partire, predetto il ritorno.
— L’America è così ricca! — pensai. Ma mi parve incauto di interrogarlo con domande troppo stringenti sulla sua sorte, e gli chiesi solo se ripatriava per sempre.
Mi rispose che sperava di poter stabilirsi in Italia, dove aveva lasciato i figli: «i miei figli», egli disse. Quel possessivo mi rammentò che, partito la prima volta dall’America, dopo tre anni, lasciando in casa un figlio, Antonio ce ne aveva trovati, tornando, due; il secondo nato due anni dopo la sua partenza: e placidamente, senza far parola, aveva accettato come suo il figlio altrui! Mi trattenni dal sorridere, e ricordando che nel secondo viaggio egli aveva tratta seco la moglie, lasciando i bambini a una nonna, gli chiesi notizie di lei.
— Sta bene, — mi rispose tranquillamente; — è qui, con me: la vedrà: ma non la riconoscerà più; l’aria dell’America le ha fatto tanto bene!
E dopo qualche altro discorso lo lasciai, pensando che ritornava dall’America un po’ meglio in arnese, ma non già più in cervello.