A colazione parlammo soltanto della signora che, rimanendo nella sua cabina, ci lasciò liberi di ragionare a nostro piacere di lei. Dall’ammiraglio sapemmo finalmente che la ricchissima americana era invece proprio francese: figlia di un banchiere di Parigi, di nome Blum; che aveva sposato Federico Feldmann della banca Loeventhal e C. di New-York; e che da tre anni dimorava a Rio, dove suo marito dirigeva il «South American Syndicate», grossa impresa di ferrovie, banche e miniere, organizzata a New-York. Capii subito allora chi fosse, almeno per approssimazione: perchè avevo conosciuto il marito a New-York. Del resto della signora non si ragionò solo alla tavola di mezzo, ma anche alle altre, in tutta la sala; chè ogni tanto qualche faccia si voltava verso la poltrona ove essa avrebbe dovuto sedere. Cosicchè tra questi discorsi, anche a me era uscita di mente la discussione della sera precedente: quando a un tratto, poco prima del levar delle mense, l’Alverighi a bruciapelo chiese al Cavalcanti se ammirava «Amleto». E quando il Cavalcanti gli ebbe risposto che l’ammirava moltissimo:
— Ebbene, — disse, — vuol che le dimostri come due e due fanno quattro, che «Amleto» è un drammaccio da arena diurna?
Ci guardammo in faccia, dicendoci senza parole «ricomincia». Il Cavalcanti rispose con un gesto rassegnato, che voleva dire: «Se ciò fa piacere a lei, si figuri!» Io indovinai subito che l’Alverighi voleva, come avevo supposto, riattaccar briga: ma perchè aveva scelto quel modo, quando ad «Amleto» nessuno aveva neppure alluso la sera prima? Non ci fu verso di saperlo.
— Ebbene, stasera, dopo pranzo, adempirò la mia promessa — concluse breve e asciutto l’Alverighi. — Ho portato con me uno Shakespeare. Lo volevo rileggere nella traversata. Ma lei, Cavalcanti, mi deve promettere di ribattere ogni argomento mio.
E non disse altro. Del resto anche il discuter intorno ad «Amleto» non era forse un passatempo? Le giornate son così lunghe e così vuote, in mezzo all’Oceano!
Restammo dunque intesi che la discussione su «Amleto» sarebbe fatta la sera, nel salone superiore. La colazione era terminata, e la siesta, necessario ristoro a chi naviga i mari dei tropici — quel giorno a mezzodì eravamo giunti a 23 gradi e 53 minuti di latitudine meridionale, a 39 gradi e 49 minuti di longitudine occidentale — ci disperse poi tutti nelle cabine. Non uscii sul ponte di passeggiata, che tra le quattro e le cinque; e uscendo, a sinistra della porta, tra questa e la scaletta per cui si saliva al ponte superiore, vidi seduti in cerchio, su sedie, seggioloni e seggioline, sette od otto passeggeri: i due mercanti astigiani; un dottore italiano di San Paolo con la signora, che ripatriavano; una bella genovese, alta e bruna, con due occhi neri, fulgidi, ombreggiati da folte sopraciglia, che andava a Genova per mostrare ai suoi genitori due sue creature natele a Buenos-Aires; parecchie altre signore. Tacevano, guardando tutti verso la scaletta, come aspettassero qualcuno: a un tratto, difatti, una signora scese rapida, sorridendo, fece col capo cenno di sì; e subito la genovese si levò e svelta anch’essa salì a sua volta in punta di piedi là donde l’altra era discesa. Ridiscese anch’essa dopo un minuto o due, e subito un’altra infilò la scala.
— Che vanno a far lassù, queste curiose? — mi chiesi.
Salii, e subito capii: verso prua, oltre le quattro barche issate sui parapetti, la signora Feldmann leggeva, distesa sopra un seggiolone a sdraio; e una dopo l’altra le signore salivano a vederla, le passavano accanto con quel fare impacciato proprio di chi si sforza di parere disinvolto, sbirciandola; e ritornavano poi alla scala girando intorno alle cabine sull’altro fianco della nave. Appoggiato al parapetto, tra due barche, guardai due o tre curiose passare; poi andai a salutare la signora, che non avevo ancora veduta in quel giorno. Al mio avvicinarsi, essa depose il libro sulle ginocchia, posandoci sopra la mano coperta di grosse gemme; alzò il capo e sorrise.... Ma io credetti, lì per lì, di non riconoscerla! Era pallida, invecchiata e quasi appassita. Seguendo storditamente il primo moto del pensiero, le domandai se fosse stata indisposta.
— «J’ai donc une mine affreuse, aujourd’hui?» — mi domandò pronta, con un sorriso malizioso.
Capii che essa si era di nuovo specchiata nel mio pensiero: tentai di riparar lo sbaglio con qualche complimento: aggiunsi che di solito il mare era poco amico delle signore.