Sostiamo a piè di una smisurata colonna in un tempio egiziano: o aggiriamoci tra le rovine di uno di quegli immensi edifici persiani, assiri o babilonesi, che gli archeologi cercano con tanto zelo. Che cosa sono, se non piccole moli, al paragone, il Partenone, il Tempio così detto della Concordia a Girgenti e tante altre meraviglie dell’architettura greca? L’Iliade e l’Odissea non sono forse due brevi volumi, accanto ai poemi interminabili dell’Oriente; al Ramayama o al libro dei Re? Ogni Vangelo è una raccolta dei discorsi di Gesù; paragonate uno dei Vangeli ad una raccolta dei discorsi di Budda e vedrete quanto conciso e taciturno è Gesù nelle pagine dei suoi discepoli ellenizzati a confronto del riformatore indiano, che parla per migliaia di pagine, resistendo imperterrito — egli, ma non lo sventurato lettore — alla fatica ed al sonno. La massa, il peso, la ripetizione, la prolissità, questo troviamo in Oriente. In Grecia, invece, la proporzione, l’armonia, la leggerezza, la chiarezza, la concisione. L’Oriente ambì di essere un colosso, la Grecia volle essere grande.

Il colossale ed il grande differiscono infatti per una ragione nel tempo stesso intellettuale e morale. Grande è lo sforzo compiuto dall’uomo per raggiungere un modello ideale di perfezione, creato dalla sua mente; l’ambizione di superare una difficoltà di ordine spirituale, la cui legge è interna. Colossale invece è lo sforzo di vincere la materia e di sottoporla al nostro volere e al nostro capriccio, l’ambizione di rovesciare un ostacolo esterno. Chi volesse servirsi di un gergo un po’ astratto, direbbe che il grande è qualità pura, il colossale è una miscela impura di qualità e di quantità. Non solo per fare, ma per capire le cose grandi, in ogni campo del pensiero e dell’azione, occorre disciplina e modestia; poichè è necessario accettare come legge un modello di perfezione. Il colossale invece soddisfa l’orgoglio; e abbaglia, stordisce, soggioga anche le menti rozze, ineducate e sregolate. Non è dunque meraviglia che anche la Grecia e Roma, dopo aver fatte cose grandi davvero nei secoli più felici, siano ricascate nel colossale. Andate a Girgenti: poco lungi dal cosidetto Tempio della Concordia, così piccolo e così grande, la cui bellezza ben si potrebbe definire qualità pura, giacciono alla rinfusa gli avanzi di un tempio gigantesco e in mezzo a quelli certi rottami di colossali colonne che strappano anche oggi grida di stupore ai barbari dei due mondi. Passate in Roma; paragonate gli avanzi del Mausoleo di Augusto e Castel S. Angelo che fu il Mausoleo di Adriano, il Panteon di Agrippa e le Terme di Caracalla, le Terme di Caracalla e le Terme di Diocleziano: voi vedete i secoli giganteggiare uno sopra l’altro, a mano a mano che si allontanano dalle origini. Una volta ancora gli edifici narrano, in caratteri di marmo e di pietra, la storia delle generazioni. Per secoli Roma era stata modesta, povera, prudentissima nel secondare le circostanze che la spingevano a ingrandire l’impero. Roma voleva fondare un grande impero, non un impero colossale, come gli imperi dell’Oriente. E in quei secoli Roma, governata da una aristocrazia, tanto autorevole da reggere lo Stato non solo, ma da dirigere pure il pubblico gusto, seppe capire e imitare le cose grandi. non le colossali, che la Grecia aveva fatte. Ma la ricchezza, la potenza, la sicurezza alterarono anche Roma. Quella aristocrazia parte perì, parte fu esautorata; le moltitudini, abbandonate a loro stesse, asiatizzarono; i tempi si gonfiarono di un orgoglio frenetico, smaniarono di una insaziabile sete di piaceri e di eccitamenti, e quindi furono presi dal delirio del colossale.

Di quanti esempi simili a questi è ricca la storia di tutti i popoli latini: della Spagna, dell’Italia, della Francia! Dopo la Grecia, la storia è stata una lotta incessante tra questi due principî, il colossale ed il grande: una lotta che, se nella architettura si vede con gli occhi e si misura con il metro, si ritrova, visibile alla mente, dappertutto; nella letteratura, nello Stato, nella guerra. In ogni tempo ed in ogni luogo, ove la Grecia sia stata anche per poco maestra, ci furono e ci saranno uomini e popoli che vollero e vorranno far grandi cose; uomini e popoli che vollero e vorranno far cose colossali. Non è questo forse il senso profondo anche della crisi in mezzo a cui noi viviamo sbigottiti da sei mesi? Quando noi e i nostri figli non saremo più; quando le passioni che infocano i nostri tempi saranno spente; quando gli storici leggeranno, con animo tranquillo, i morti documenti delle nostre presenti sciagure, come i geologi, dopo una eruzione, salgono armati di picozza sulle lave raffreddate, questa guerra sembrerà forse agli uomini una immane follia. Diranno allora gli storici: «Viveva nel cuore dell’Europa un popolo numeroso, potente, ammirato, invidiato, temuto. Pullulava ormai, tanto era fecondo; possedeva l’esercito che era giudicato il più forte di tutti; in pochi anni aveva varata la seconda armata del mondo; si arricchiva con l’industria ed il commercio così presto e in tal misura, da destar la gelosia anche dei popoli sino allora considerati più ricchi; era venuto in tanta reputazione di sapienza che in mezza Europa ed America le Università non erano ormai più che immense gabbie di ridicoli pappagalli, buoni solo a fare malamente il verso ai maestri di quella nazione. Anche gli anziani tra i popoli dell’Europa, un po’ scoraggiti e stanchi, quasi già si acconciavano a riconoscere in quel nuovo rivale uno dei modelli del mondo. Nessun altro popolo in Europa poteva godersi più sicuro la pace. E invece no: più cresceva per numero, forza e ricchezza; più era ammirato e temuto, e più quel popolo smaniava, mormorava, si adombrava di ogni cosa: qui di nemici che gli tendevano insidia; là di offese inflitte al suo onore; altrove di torti e di ingiustizie che avrebbe subìte dall’invidia altrui. Sinchè un giorno, alla fine, quando stava per metter il piede sul vertice della prosperità, della gloria e della potenza, essendo nata una questione che toccava altri più che lui e che ad ogni modo poteva, pur essendo grave, esser composta con le ragioni, questo popolo incomprensibile ha in una settimana mandato cartello di sfida, si può dire, al mondo intero, poichè ha provocato a guerra — e che guerra! — i tre più vasti imperi del mondo, e insieme con quelli due piccole ma valorose nazioni!».

Così forse gli uomini giudicheranno un giorno. Ma a noi, figli della Grecia e di Roma, l’enigma non pare tanto oscuro. Quel popolo era invasato dal furore del colossale, che è uno dei tanti delirî dell’orgoglio umano. Poichè la causa ultima di tanta catastrofe è stato proprio l’orgoglio di un popolo; e questo orgoglio è proprio un frutto del secolo in cui viviamo. In questa città dove una numerosa schiera di spiriti pensosi vigila e scruta gli eventi del mondo, alcuni savi, atterriti dagli orrori inaspettati di questa terribile guerra, si sono chiesti se per caso arricchendo, istruendosi e accrescendo la sua potenza l’uomo non si corrompa e non peggiori. Come negare tuttavia che i nostri tempi abbiano gittati con larga mano i semi del bene, nelle anime, sopratutto nella moltitudine, tanto trascurata dai secoli precedenti? Impegnatisi in una grande lotta con la natura per strapparle i tesori nascosti e soggiogarne le forze erranti per il creato, i nostri tempi hanno sradicati dal mondo tutti i vizi che avrebbero nuociuto in quella lotta, e massime la pigrizia; hanno seminate e coltivate con cura assidua le virtù che potevano servire: la precisione, la puntualità, lo zelo, la solidarietà. La tenace concordia con cui tanti popoli — fenomeno non ancora visto nella storia del mondo — combattono da sei mesi, prova quanto i legami della solidarietà nazionale sono forti anche nella moltitudine. Come e perchè, allora, i tempi sono stati presi ad un tratto da questa follia di distruzione e di morte? Perchè troppo intenti a convertir tutti gli uomini in artigiani laboriosi e disciplinati, hanno trascurate altre passioni, che possono traviare ed inferocire gli animi: l’orgoglio, per esempio, di cui la passione del colossale è una delle forme più pericolose. In principio, alle sue prime scaramuccie e battaglie con la natura, la civiltà nostra aveva fatte modestamente delle grandi cose. Ma poi, dopo le prime vittorie, quando la ricchezza, la potenza, i mezzi sono cresciuti a dismisura, i tempi saliti in orgoglio non furono più contenti di far delle grandi cose, vollero fare cose colossali — e potevano, di tanti mezzi disponevano ormai! Che cosa sono le città, le officine, le armate, gli eserciti, gli imperi del mondo antico, a petto dei moderni? Il commercio e l’industria di una volta, a paragone del commercio e dell’industria di oggi? Tutti i popoli dell’Europa furono, prima o poi, tôcchi dal delirio; ma uno, più di tutti gli altri, perchè meglio predisposto dalla natura e dalla storia. La natura sembra avergli largita una violenta energia, che lo spinge facilmente ad eccedere in ogni cosa. Non ha mai sentito l’influsso profondo della cultura greca e latina, sebbene — o fosse perchè — nell’ultimo secolo abbia generato filologi ed archeologi in quantità. Più che dalla precisa delimitazione del pensiero classico è stato in ogni tempo attirato da quel mistico indefinito che le teste deboli scambiano così facilmente per l’infinito. Aveva vinte due grandi guerre, e possedeva un suolo ricco di ferro e di carbone: gran cosa in un’epoca, in cui il fuoco non è più il modesto servo dell’uomo ma il signore del mondo. E perciò alla fine ha ambito di giganteggiare sul mondo impicciolito ai suoi piedi; si è creduto grande, tentando opere e imprese di mole non ancora vista.

Invece era soltanto un colosso: incontentabile, inquieto, sospettoso, come tutti i colossi. I popoli e i tempi che vogliono far delle cose grandi, possono ancora esser felici, quanto si può essere felici in questo mondo; perchè si propongono di raggiungere un ideale di perfezione, che per quanto lontano è un segno e limite fisso, al quale è possibile di avvicinarsi godendo. I popoli e i tempi che vogliono far delle cose colossali camminano invece nell’illimitato e senza meta, volendo sempre oltrepassare l’ultima linea raggiunta; e quindi non possono esser contenti mai. Perciò gli imperi e le civiltà che hanno nutrite ambizioni colossali, dopo essere stati per qualche tempo il tormento proprio ed altrui, sono precipitati in catastrofi subitanee e incomprensibili; perciò noi possiamo domandarci se il Destino non vuole che noi assistiamo, ancora una volta, a una di queste catastrofi.

E se tali sono veramente, in questo momento, gli oscuri disegni della storia, come grande e nobile apparisce il nuovo sacrificio di sangue che il Destino, dopo tanti altri, ha chiesto ancora alla Francia; quello che il Destino potrebbe chiedere domani agli altri popoli della famiglia latina! Non dimentichiamolo: solo con le prove, che ne testimoniano la forza vitale, i popoli tengono vivi i principi morali, intellettuali ed estetici da essi creati o professati. I nostri padri avevano costruito il Partenone, il Panteon, Venezia e Versailles; avevano creato l’Impero, la Chiesa, il diritto, la filosofia e l’arte decorativa del XVIII secolo; avevano fatta la Rivoluzione.... Ma che ci giovava, da cinquant’anni a questa parte? Il sentimento greco e latino della grandezza si spegneva, oppresso dalla smania asiatica del colossale. Dappertutto la quantità trionfava sulla qualità; e il progresso, cioè il merito dei popoli, si misurava dalle statistiche del commercio. Per aver voluto opporsi quanto ancora poteva a questo capovolgimento del mondo, la Francia passava ormai agli occhi di tutti o di quasi tutti per una nazione decaduta e invecchiata. Perchè la sua popolazione e il suo commercio crescevano meno che la popolazione e il commercio della Germania, essa aveva finito il suo còmpito; era un inutile ingombro in Europa ed in Africa! Chi crede che la penna o la parola avrebbero potuto sviare la torbida fiumana di sofismi e di interessi, che travolgeva ormai tutti i popoli verso le orrende enormità di una civiltà puramente quantitativa? Un grande avvenimento, occorreva: uno di quegli avvenimenti, che soli hanno la forza di persuadere e di convertire la moltitudine; una di quelle prove decisive, in cui si vede quel che possono davvero i principî che reggono le diverse nazioni. La prova è, questa volta, così terribile, che nessun oserebbe dire che essa doveva aver luogo. Ma poichè il Destino l’ha voluta.... Innalziamo dunque le menti, al disopra delle tristezze e delle angoscie dell’ora che volge, nel sublime pensiero del grande avvenimento che si compie intorno a noi, in noi, e per mezzo di noi. Nelle prime settimane della guerra un brivido di angoscia ha agghiacciati tutti i figli di Roma. Molti cuori tremarono, in quel terribile agosto, in cui nessuna forza umana sembrò potesse fermare il furente colosso che, coperto di ferro e rovesciando ogni ostacolo, invadeva questa terra, dove una civiltà troppo antica e delicata pareva agonizzare. E tutti volgevano gli sguardi impazienti verso il settentrione lontano, sperando veder spuntar di lassù l’atteso soccorso! Quando, tutto a un tratto, allorchè già i più incominciavano a disperare, il colosso urta e vacilla contro una specie di invisibile ostacolo, sorto come per miracolo; si ferma, indietreggia.... Noi abbiamo forse in quei giorni vissuto uno dei grandi momenti della storia; poichè fu quello il momento in cui la nostra generazione, stupefatta, si chiese per la prima volta se proprio la massa ed il numero fossero il tutto, nel mondo! E da quel momento, qualche cosa succede nelle menti degli uomini, per ogni terra del mondo. Che cosa? È troppo presto presumere di indovinarlo. La prova, pur troppo, non è ancora finita. Ma poichè è cosa sicura che noi termineremo il corso della vita in un mondo diverso da quello in cui siamo nati e cresciuti, noi possiamo almeno sperare che la Francia abbia ancora una volta, con il suo coraggio indomito, spezzata una fatalità storica che pareva soverchiante. È necessario che tanto e così prezioso sangue — quel sangue la cui effusione empie da sei mesi di una angoscia incessante le nostre anime — non sia versato invano per l’umanità tutta quanta. È necessario che questa guerra fiacchi e rovesci il folle orgoglio che aveva indurite e acciecate le menti. È necessario che insegni di nuovo agli uomini ad ammirare le cose che sono grandi davvero, per la perfezione raggiunta, nella piccolezza delle proporzioni e nella modestia; che prepari nuove generazioni capaci di far grandi cose con semplicità e senza orgoglio; che aiuti i tempi a ritrovare l’equilibrio morale nel sentimento della vera grandezza. Temerità sarebbe affermare che questa sarà l’ultima guerra del mondo. Ma se ci saranno ancora delle grandi guerre, è necessario, per l’onore e per la felicità del genere umano, che non ci sia più un’altra guerra colossale, come questa che oggi inzuppa di sangue la terra. Onde noi tutti, figli della Grecia e di Roma, legati alla Francia dal vincolo sacro della lingua e della cultura, dobbiamo ripiegarci su noi medesimi, interrogare la nostra coscienza; e rispondere ad un quesito terribile e decisivo.... Noi non abbiamo visti mai senza dolore ed orrore i chiassosi trionfi del colossale nel mondo. Gli interessi o i trasporti passaggeri dei tempi frivoli non hanno mai spento in noi l’istinto, che ci sforza a cercar la grandezza nell’armonia e nella perfezione. Chiaro è infine che questa terribile guerra richiederà ancora inenarrabili sacrifici di sangue e una lunga tenacia. Noi dobbiamo dunque chiedere a noi medesimi: possiamo noi lasciar la Francia sola, sino alla fine, nel cimento terribile, che deve ringiovanire il genio della nostra razza?

III. LA LOTTA PER L’EQUILIBRIO

Questi cinque saggi furono, sotto altro titolo e nello stesso ordine, pubblicati il 28 febbraio, il 7, il 14, il 21, il 28 marzo 1915 nell’edizione domenicale del New York American, e di parecchi altri giornali dell’America del Nord. Il testo italiano fu pubblicato nei giorni medesimi dal Progresso italo-americano, che è il maggiore giornale italiano di Nuova York.

I. IL BELGIO, CHIAVE DEL MONDO

L’invasione del Belgio ha offeso il mondo, come una prepotenza e una perfidia che capovolgeva dalle fondamenta l’ordine morale dei tempi nostri. Ma poichè il popolo tedesco grida e il Governo lascia intendere di voler conservare per sempre con la forza quel che ha conquistato con la perfidia, è opportuno considerare quali effetti politici ed economici genererebbe in Europa la incorporazione del Belgio alla Germania. Non solo la Fede e l’Onore andrebbero in esilio per secoli dal vecchio mondo; ma l’equilibrio delle forze sarebbe talmente alterato, che la Germania diverrebbe arbitra oggi dell’Europa e forse domani del mondo. Il Belgio è in questo momento la chiave del mondo: onde si spiega come la Germania, nel primo tumulto che seguì lo scoppio della guerra europea, se ne sia prontamente impadronita, gridando che necessità non ha legge e che i trattati son pezzi di carta.