Ma il rapido e il rigoglioso crescere in Parlamento d’una forte clientela ligia ad un uomo soltanto, e quindi di un potere personale, in mezzo ai partiti che già del Parlamento occupavano tanta parte, non poteva non generare un perturbamento profondo. Il Governo parlamentare è un sistema di convenzioni, che non può reggere alla critica del buon senso, se non ci sono dei partiti un po’ distinti e disposti a lottare tra di loro con una certa lealtà. Questi tolti di mezzo o indeboliti oltre misura, quel Governo non è più che una commedia senza senso. Si spiega dunque come tra il 1900 e il 1906 tutti i partiti — quelli di destra e quelli di sinistra — si siano sentiti ogni tanto spinti ad assaltare, per distruggerlo, quel potere personale che si andava rafforzando in mezzo a loro. Ma tutti gli assalti — movessero da destra o da sinistra — furono brevi, fiacchi, slegati. Ogni partito, solo, era troppo debole; e nessuno aveva tal repugnanza al potere personale, da non acconciarvisi facilmente, se il potere personale servisse le sue ambizioni e i suoi interessi. D’altra parte lo stringere alleanze era cosa difficile. Ci si provò il Sonnino nel 1906. Parve strano a molti che egli comparisse al banco dei ministri tra il Sacchi e il Pantano da una parte, il Boselli e il Rubini dall’altra! Ma strano non era. Il Sonnino aveva cercato con quel Ministero di unire tutti i partiti più propriamente politici, rappresentati alla Camera, contro la preponderanza di una clientela personale.

Il tentativo non riuscì, per molte ragioni; tra le altre, perchè poco prima della battaglia decisiva, i socialisti, l’ala sinistra della coalizione, si sbandarono. Ma se, a capo di quella clientela, l’on. Giolitti era il più forte tra tutti i parlamentari, non avrebbe neppur egli potuto governare a dispetto di tutti i partiti. Quindi lo studio indefesso per procurarsi, a destra e a sinistra, l’appoggio sottinteso e indiretto almeno, quando non poteva averlo dichiarato e manifesto, dei partiti politici. Ma egli non fu veramente l’arbitro della situazione che dopo il 1906, allorchè, fallito il tentativo del Sonnino, tutti i partiti rinunciarono, apertamente o tacitamente, a combattere la sua preminenza nello Stato. In ciascun partito gli inconciliabili che non vollero deporre le armi, il Ferri e il Ciccotti sulla montagna, il Sonnino e il Salandra a destra, furono lasciati in disparte a continuare una stanca guerriglia di sparuti manipoli. E gli altri cercarono d’intendersi con quel potere personale che ormai teneva saldo l’acropoli dello Stato.

Così nacque e crebbe, nel primo lustro del secolo, quel potere tra costituzionale e personale, tra consortesco e politico, che ha governata l’Italia senza contrasto, tra il 1906 e il 1911, facendo del bene e del male. Narcotizzò, se non spense, molti odî, molti rancori, molte collere e molte impazienze; infrenò in Parlamento le furibonde gare dei capi, che ci avevano condotti ad Adua; seppe e potè — sino al 1911 — non chiedere al Parlamento e alla Nazione nè sangue, nè sacrifici straordinari, nè più denaro di quel che già il popolo era avvezzo a pagare: sopratutto — e fu sino al 1911 il suo merito maggiore — non die’ in nessuna di quelle tragiche follie, non commise nessuno di quegli errori irreparabili, in cui pare destino che noi dobbiamo ogni tanto ricascare. Ma ha nel tempo stesso indebolito lo Stato ad un punto, che anche i ciechi incominciano adesso a vedere il pericolo, cercando di accontentare i partiti, le classi e gli interessi opposti, il più spesso a danno degli interessi generali e della giustizia.

Negli ultimi dieci anni io ho potuto vedere e parlare, in molti Stati d’Europa e delle due Americhe, con capi di Stato, con ministri, ambasciatori, membri di famiglie regnanti o di Parlamenti. Figurarsi se non ne ho sentite di tutti i colori intorno all’arte di governare gli uomini! Ma in nessuna città di Europa e d’America provai mai tal sorpresa, come una sera in Roma, in casa di un amico, alla cui mensa pranzavo con un uomo di Stato molto autorevole anche oggi e che ha occupati parecchi ministeri nei diversi Governi dell’ultimo quindicennio, tra gli altri quello che è forse il più spinoso tra i ministeri non politici. Il discorso era caduto sui terribili guai che avevano tribolato parecchi dei suoi predecessori in quel ministero: quand’ecco quel potente ci dice che egli aveva trovato il mezzo di superare tutte le difficoltà in cui gli altri avevano così malamente incappato. Gli fu chiesto quale; e quello sorridendo:

— Ho esautorato il Ministero!

Non potei trattenere un gesto così espressivo di stupore, che il ministro, volgendosi con un cortese sorriso verso di me:

— Sì — continuò scandendo le sillabe — ho e-sa-u-to-ra-to il Ministero.... — E mi spiegò, lieto e orgoglioso, che aveva pensato non ci fosse miglior mezzo di evitar guai, che deferire quanto più gli riusciva i poteri del Ministero alle Commissioni, ai Consigli superiori, ai Corpi amministrativi, ai Sindacati del personale — non lasciando al ministro altro compito che quello di attaccare i francobolli sulle lettere. Orbene: questa frase alquanto ingenua definisce meravigliosamente il Governo che ha retta negli ultimi quindici anni l’Italia. Per non assumere responsabilità troppo grandi, per semplificare il suo compito, per non cedere alla tentazione di mal fare, per disarmare opposizioni talvolta giuste e tal’altra faziose, per procurarsi una facile popolarità, lo Stato ha lasciato fare, ha chiuso un occhio, ha ceduto poteri, ha rinunciato a diritti, ha veduti abusi in quantità convertirsi in diritti acquisiti; cosicchè oggi si è ridotto a non aver quasi più alcuna autorità per difendere l’interesse generale e per imporre la giustizia.

Avevamo bevuto il vino senz’alcool, e fumati i sigari senza nicotina: il secolo felice vuol che obbediamo anche allo Stato senza autorità! Ma è facile capire che un Governo esautorato può governare in tempi prosperi e facili, non in tempi agitati e difficili. Perciò vorremmo che il Parlamento non si facesse soverchie illusioni sulla miracolosa potenza di nessun uomo, e neppure dell’uomo che dal 1901 governa l’Italia. Egli potrebbe, forse, comporre un Ministero forte e sicuro nelle votazioni e nei tornei oratorî di Montecitorio; ma non so se potrebbe comporre un Ministero non solo più stabile, ma anche più fattivo di quello che ora governa. Ha dato le dimissioni nel mese di marzo perchè, nonostante la maggioranza che aveva numerosa e sicura, non aveva forza ad affrontare la difficilissima situazione creata dalla guerra di Tripoli e dal suffragio universale; e non si vede in quale combinazione, a destra o a sinistra, potrebbe ringagliardirsi al nuovo còmpito fattosi tanto più arduo. La maggioranza — non dimentichiamolo, per carità, in questo grave momento — è nei regimi parlamentari la finzione — o se volete adoperare una parola più elegante — il principio convenzionale che legittima il potere. Non è per se stessa fonte nè di energia, nè di intelligenza. Quanti Governi si son visti, sostenuti da strabocchevoli maggioranze, eppure impotenti e paralitici!

E allora? La conclusione è chiara. Ci troviamo in pericoli molto maggiori che i più non pensino. Se il Parlamento e il Paese non fanno a tempo uno sforzo vigoroso, noi potremmo anche incorrere in qualche catastrofe. E ancora e sempre occorrerebbe ricordarci di Adua!

II. L’ITALIA NELL’INVERNO DEL 1915 E LE SUE ESITAZIONI