Non è quindi da meravigliare se un uomo, fattosi in dieci anni potentissimo nel Parlamento e nello Stato, abbia pensato alla fine di poter sforzare questa finzione convenzionale sino a farne lo strumento per porre ad effetto, a dispetto della maggioranza, un suo vasto disegno politico; se delle minoranze abbiano creduto di potere, con un po’ di scaltrezza, eluderla a proprio vantaggio e del Paese, scalzando la maggioranza; se la maggioranza, minacciata da queste scaltrissime abilità, si sia a sua volta illusa di poter difendersi con una scaltrezza ancor più sottile: mantenendo intatti i suoi diritti senza compier nessuno sforzo per farli valere!
Poche volte si videro tante abilità giostrare tra di loro in più elegante torneo, intorno ad una formula, che essendo finzione, e cioè apparenza, sembrava innocua ed inerte. Ma ahimè! Le finzioni che reggono il mondo si vendicano a volte in maniere impensate e terribili degli uomini che tentano far loro violenza o frodarle. Così fu che per voler vincersi l’un l’altro in abilità ed in scaltrezza, uomini e partiti accumularono negli ultimi tre anni tanta mole di errori, di imprudenze e di impegni, che il Governo non meno che il Paese se ne risentiranno per un pezzo.
È dunque venuto il tempo di ricordare che, se i principî su cui posa l’ordine sociale sono in una certa misura convenzionali, limitati, arbitrari, non necessari, non è possibile nè Stato, nè politica, nè ordine morale, nè ragionevole concordia di intenti e di opere, se gli uomini non frenano le passioni e la smania di ragionare in modo da agire come se quei principî, sinchè vigono, fossero assoluti ed eterni; se non li rispettano lealmente, invece di cercare di eluderli o violentarli. Il che tradotto in linguaggio meno filosofico e più chiaro vuol dire che la politica italiana ha bisogno di sincerità, di lealtà e di verità. Noi non ci trarremo dalle difficoltà in cui ci ha spinta una abilità troppo innamorata di combinazioni artificiose, se i partiti, se i gruppi, se gli uomini non ritorneranno ad una più aperta schiettezza e semplicità di intenzioni e di atti; se tra il dire e il fare continuerà a interporsi un oceano di reticenze, di sottintesi, di scaltre menzogne, di segrete mire, di interessate e consapevoli imposture; se le minoranze non avranno pazienza di aspettare il potere finchè non saranno maggioranza; se la maggioranza non avrà il coraggio e l’energia di far valere il proprio diritto, ma crederà che ad assicurarlo bastino i testi e le dottrine che i professori commentano nelle Università innanzi a qualche dozzina di studenti sonnecchianti e svogliati; se gli uomini cui tocca di governare il Paese, a furia di volere esser abili, saranno così ingenui da illudersi che all’abilità dei partiti politici sia rimasto quel potere di far miracoli, che gli uomini negano ormai perfino a Domeneddio.
4. — La settimana rossa. (Dal Secolo, del 17 giugno 1914).
Abbiamo noi veduti in questi giorni, per le piazze e per le vie delle cento città, proprio quei guizzi e quei lampi, che precorrono nella storia tutte le guerre civili? Non saprei. Certo è però che i casi di Ancona furono più che altro l’occasione a manifestare una avversione generale contro lo Stato e l’ordine costituito, che, sebbene sorda e confusa, apparisce — il negarlo sarebbe cecità — largamente diffusa.
Si potrebbe discutere assai e molto si discuterà intorno alle cause di questa crescente avversione. Io ne vorrei oggi studiare una sola, che non è tra le minori: l’indebolimento dello Stato. I popoli sentono i governi, come il cavallo sente il cavaliere: se è fermo in sella o se si può sbalzarlo di groppa. Lo spirito rivoluzionario e la forza dello Stato son come i due piatti della bilancia: uno scende, quando l’altro sale. Le masse italiane prendono coraggio a manifestare con atti rivoluzionari la loro avversione allo Stato, perchè lo sentono indebolito. Indebolito dalla guerra e dalla Libia. Indebolito dalle strettezze di denaro e dalle ultime elezioni. Indebolito dalla rivolta della burocrazia, dal disordine intellettuale delle classi governanti, dagli odî e dalle discordie che le dividono. Indebolito infine dall’estenuamento in cui il Parlamento è caduto.
Chi voglia capire in che strette ci ritroviamo, volga lo sguardo dal Paese a Montecitorio. Mentre si incendiano stazioni e chiese; mentre in tutta la penisola folle infuriate assaltano lo Stato con i sassi e lo Stato risponde a fucilate; mentre si preparano in ogni parte repressioni e rappresaglie, oscure notizie arrivano dall’Abissinia. A chi le sa leggere dicon chiaro che potrebbe presto scoppiare un’altra guerra tra il regno d’Italia e l’impero di Etiopia. Abbiamo ancora sulle braccia la Libia conquistata solo a metà. Abbiamo sulle braccia l’Albania. Siamo ricascati di nuovo in quella contradizione tra la nostra politica coloniale e la nostra politica continentale, che fu una delle cause di Adua. Dobbiamo versare nell’erario, ogni anno, parecchie centinaia di milioni di più. E pronto per affrontare tutti questi pericoli, per vincere tutte queste difficoltà, sta un Ministero che, sebbene conti parecchi ministri di ingegno egregio, non ha e non avrà mai maggioranza sicura; che vive alla giornata, non sapendo ogni mattina se il tramonto lo saluterà ancora al potere.... Ma la Camera non si risolve a rovesciarlo, perchè sa che il Ministero che gli succederebbe non sarebbe nè più stabile nè più forte di questo; perchè sa che il solo uomo il quale sarebbe sostenuto da una maggioranza sicura, ha bisogno di riposo. Cosicchè i più sono ridotti ad augurarsi che il solito «interregno», che si apre al principio di ogni legislatura, duri poco.
Se la situazione fosse quale la vedon costoro, sarebbe già grave. In un momento difficile la fortuna dell’Italia potrebbe pender dunque da un filo così sottile e così fragile come è la energia, la forza, la salute di un uomo solo? Ma più grave apparirà se si consideri che anche le speranze riposte segretamente o palesemente da molti nell’uomo possono a ragione giudicarsi chimeriche. Altro che interregno! È una vera crisi dello Stato, questa: la crisi del Governo che ha retta l’Italia negli ultimi quattordici anni; di quel curioso, artificioso e in parte misterioso Governo non compreso dai più, che fu una mescolanza — o contaminazione, se vogliamo adoperare la parola antica — di potere personale e di governo di parte.
Questo fenomeno è di così vitale importanza, che giova soffermarsi alquanto a studiarlo. Ci sono nel Parlamento, come si agitano nel Paese, dei partiti veramente politici, bene o male organizzati, e che rappresentano, alla meglio o alla peggio, le aspirazioni e i bisogni di questa o di quella parte della Nazione. Tali il partito socialista, il partito repubblicano, il partito radicale, il partito clericale; tale anche quel partito, meno ben definito, più ondeggiante e svaporato, ma di tutti il più potente, che chiamandosi qui costituzionale, là liberale, altrove monarchico o moderato, dappertutto sbandierando il tricolore e intonando la marcia reale, è il braccio e la voce di quella parte delle classi alte che, per sentimento o per interesse, è più ligia all’ordine di cose stabilito nel 1860. Ma questi partiti non contendono tra di loro con varia fortuna che per una parte dei 508 collegi. Gli altri collegi sono rappresentati in Parlamento o da milionari che li hanno comperati a peso d’oro; o da faccendieri, che li hanno mendicati con i favori spiccioli; o da campioni di potenti consorterie locali, che se ne sono impadroniti con le buone o con le cattive maniere; o da beniamini del Governo, che li hanno scroccati con l’aiuto di questo.
Di questa disparità di condizioni politiche un uomo si è abilmente prevalso, nel primo decennio del secolo, per primeggiare, come nessun altro prima di lui, nello Stato. Forte del prestigio acquistato debellando ed ammansando i socialisti, favorito dalla prosperità economica e da altre circostanze, che sarebbe troppo lungo esporre, l’on. Giolitti riuscì, tra il 1900 e il 1906, a raccogliere, nei collegi dove i partiti politici erano meno forti, una clientela di deputati ligi a lui personalmente, numerosa e fedele. Ci riuscì qui imponendo con la forza del Governo degli amici provati; là puntellando la fortuna pericolante di un partito o di un uomo; dovunque discernendo con occhio sicuro quello tra gli uomini e i partiti rivali che già da solo era più forte e facendo piegare definitivamente a suo vantaggio le sorti della contesa.