Non ci sarebbe da meravigliarsi se un giorno si venisse a sapere che il Governo, inquieto per lo zelo con cui qualche Potenza europea cercava di persuaderci ad una ragionevole transazione con la Turchia, abbia fatto il famoso decreto per poter meglio resistere a consigli ed esortazioni, che gli avrebbero create gravi difficoltà interne. Quel famoso Ministero insomma, per le persone che lo componevano e le leggi che proponeva, non ha potuto reggersi in una Camera di diversa opinione e di altro sentire; non ha potuto far approvare il monopolio e il suffragio universale, che capitolando innanzi alla corrente nazionalista, scatenata dalla guerra. La guerra alla Turchia e il decreto di annessione furono il prezzo posto dal partito conservatore all’approvazione del monopolio e del suffragio. Il Paese sborsò volonteroso il prezzo; e quindi il Governo potè forzare la situazione parlamentare e far approvare, da una maggioranza ostile, una legge attenuata di monopolio, e il suffragio universale, tal quale l’aveva proposto. Ma il prezzo era più gravoso assai che il Paese non credesse da principio; onde è nato il penoso stato presente. Il quale richiede ancora una breve disamina; e sarà poi possibile tirare la conclusione di questa rapida storia.

3. — Non vogliate essere troppo abili! (Dal Secolo, del 1º maggio 1914).

Mi è capitato spesso, in questi ultimi tempi, di udire deputati di parte ministeriale esclamare sospirando: «Pare impossibile, ma dal 1911 in poi Giolitti non ha commesso che errori! Dove se ne è andata quella sua antica e famosa abilità?». In verità l’on. Giolitti non ha commesso che un errore, dal quale tutti gli altri hanno poi proceduto, per quel ferreo destino che lega l’una all’altra le azioni umane.

Dico errore, perchè questo è forse uno dei pochi casi della storia politica in cui la parola «errore» può essere adoperata non impropriamente, ma per quel che davvero significa: atto cioè che ebbe conseguenze non liete e che poteva schivarsi. Troppo spesso infatti noi imputiamo le pubbliche sciagure all’errore di un uomo di Stato, il quale fu invece costretto ad agire a quel modo, pur scorgendo dell’agire il pericolo, perchè altrimenti incorreva in un male maggiore. A pochi uomini di Stato invece capitò la rara fortuna e il tremendo cimento, che toccò al Giolitti in quella primavera dell’11, in cui la sua potenza toccò l’apogeo. Egli era allora veramente arbitro della situazione: poteva cercare i suoi ministri a destra come a sinistra, perchè ogni parte della Camera era pronta all’ossequio e alla chiamata; poteva scegliere nella farragginosa eredità del Gabinetto antecedente a piacere; fare un passo indietro o fare un passo innanzi sulla via della riforma elettorale, in cui il suo predecessore aveva messo il piede troppo alla leggera.

Per qual ragione egli cercò i suoi collaboratori tra i radicali e i socialisti, e propose il monopolio e il suffragio universale? Lo mosse certamente la speranza di gettare un altro ponte tra le istituzioni e la moltitudine, anche a rischio di dover affrontare aspre lotte con i partiti conservatori. Proposito nobile, senza dubbio: ma alla nobiltà del proposito corrispondevano le forze? Se è vero quel che si dice, egli avrebbe pensato che la sua potenza personale, tanto cresciuta nell’ultimo decennio, potesse bastare, se appoggiata risolutamente dagli uomini di parte Estrema, a sforzare le resistenze dei partiti conservatori. Senonchè questo pensiero fu il vero e proprio errore suo, dal quale tutti gli altri mali hanno proceduto. I fatti hanno data ragione ai pochi che sin dal principio giudicarono artificioso e temerario quel piano. Offrendo parte del potere ai radicali e ai socialisti, il Giolitti si indebolì invece di rafforzarsi ad un Governo di riforme: perchè la maggioranza, composta ancora di conservatori, avversò le sue riforme per una doppia ragione e con una forza doppia: per essere quelle ancora acerbe al loro gusto e per esser proposte da un Ministero che scivolava troppo a sinistra. Cosicchè per conservare il potere e per poter vincere l’opposizione nascosta o palese alle due leggi capitali da lui proposte, dovè fare la guerra e farla secondando la corrente imperialista.

A questo errore del capo del Governo corrispose un errore della parte Estrema. Troppo facilmente questa parte si illuse, tre anni fa, di potere, facendo leva della potenza personale dell’on. Giolitti, smuovere il principio della maggioranza su cui posa il regime parlamentare e impadronirsi, almeno parzialmente, del Governo prima del tempo, pur essendo ancora piccola minoranza. Il sogno era bello, ma era un sogno: e quanto meglio avrebbero fatto quei partiti a dar retta al Fradeletto, che parve allora ai più un sognatore, mentre era il solo che vegliasse e vedesse, ad occhi aperti, il mondo e le cose quali erano! Forse il Paese non si troverebbe oggi in tanti guai.

Ma più grave è la responsabilità dei partiti e dei gruppi che disponevano della maggioranza nel Parlamento. Questi gruppi e questi partiti avevano il diritto di governare e la forza per far valere questo diritto, che nei regimi parlamentari è appunto la maggioranza. Questi gruppi e questi partiti non volevano nè un Governo per metà radicale, nè il monopolio, nè il suffragio universale: perchè dunque non si sono serviti della forza di cui pure disponevano per rovesciare il Ministero sin dal principio? Perchè hanno invece giuocato di astuzia prima e tentato poi, quando l’esaltazione popolare parve offrirne l’occasione, di affogare nel Mediterraneo quel detestato Governo con le sue leggi, mentre avevano pronta e alla mano l’arma infallibile per recidere il sottile stame a cui per tanti mesi fu appesa la sua vita? Perchè delirando alla fine anche essi insieme con le masse, e nella folle speranza di sterminare i socialisti, hanno forzato il Governo non soltanto a impadronirsi nel modo più spiccio e più semplice della Tripolitania, ma a fare di proposito e per un puntiglio d’amor proprio una guerra lunga e dispendiosa, che ha così sordamente irritate le plebi?

La qual cosa apparirà un immane errore, sopratutto a chi la consideri alla stregua dei ragionevoli interessi dei partiti conservatori. Questi avranno negli anni venturi fin troppo frequenti occasioni di borbottar fra i denti, come Strepsiade nelle Nuvole di Aristofane: «Maledetta guerra! Non posso più nemmeno castigare i miei servi». La lunghezza della guerra — ci accadrà pur troppo di dover toccare spesso questo tasto — ha indebolito ancor più lo Stato così di fronte alle masse, come a petto delle potenti consorterie finanziarie e burocratiche che da un pezzo minacciano sopraffarlo: ed è questo, tra gli effetti della guerra, certamente il più funesto, quello che forse annulla da solo tutti gli altri vantaggi che la guerra ha potuto procurarci, e quello che peserà maggiormente sulle classi alte.

Non ho ricapitolata la storia di questi tre anni per incoraggiare il pubblico alle sterili recriminazioni o per giudicare uomini e cose con il facile senno di poi: l’ho ricapitolata affinchè riesca più agevole ai più intendere la luminosa lezione che essa ci porge. Per quale ragione siamo noi cascati nelle presenti difficoltà, che se non sono invincibili, sono certo gravi e numerose? Perchè tutti i partiti hanno voluto esser troppo abili e furbi; e hanno creduto di poter giocare impunemente di scaltrezza con il principio stesso su cui riposa il regime parlamentare: il principio di maggioranza.

Questo principio, come tutti i principî su cui posa di secolo in secolo, nelle sue mutazioni incessanti, l’ordine sociale, è convenzionale, limitato, rovesciabile, non necessario. È una finzione, che un ingegno sottile e baldanzoso può facilmente, solo che voglia, sbugiardare, provando che non nelle maggioranze ma nelle minoranze si ritrova più spesso il senno e la ragione. Ma gli italiani furon sempre gente di ingegno sottile e baldanzoso: da quando poi hanno perduto il santo timor di Dio frequentando le scuole filosofiche aperte da due secoli nei diversi Paesi di Europa, e specialmente in Germania, sono diventati dei terribili sofisti, che giuocano con i principî politici, morali, giuridici, estetici di cui il mondo ha vissuto e in cui il mondo ha creduto per tanti secoli, come il prestigiatore giuoca con i fazzoletti, i coltelli, le palle od i piatti.