Nei mesi di giugno e di luglio del 1911, mentre la legge del monopolio era discussa nella Camera dei deputati, la situazione politica si alterò più profondamente che non paresse agli osservatori superficiali. Quella legge, la leggerezza e l’incapacità che l’avevano preparata, la sopraffazione statale che essa minacciava con ogni parola, gli argomenti demagogici che l’avevano difesa, la baldanza dei socialisti e la impazienza manifesta con cui affrettavano le desiate nozze con il potere, risvegliarono nei conservatori o costituzionali che dir si vogliano — nella maggioranza — il sopito malumore e la sonnecchiante diffidenza per l’avvento dell’Estrema Sinistra al potere. Con che diritto una minoranza usurpava tanta parte del potere? Spetta o non spetta il potere, nel regime parlamentare, alla maggioranza? E poi: era proprio matura una riforma, che inscriveva nella lista degli elettori milioni di analfabeti? Il suffragio universale, pure spiacendo, non aveva troppo inquietata da principio la maggioranza, sinchè questa aveva pensato di poter fidarsi a occhi chiusi del capo del Governo. Ma ormai molti non riconoscevano più nel capo del Governo l’uomo che per tanti anni aveva loro permesso di dormire sonni tranquilli. Dove volgeva? Quale uso intendeva fare dell’autorità acquistata governando per un decennio l’Italia? Voleva forse conciliare la Monarchia e i Rossi a spese dei vecchi partiti e delle classi ricche?

Chi sfogliasse i giornali di quei tempi li troverebbe pieni di queste ansie e di questi timori. Nel tempo stesso il Governo, dopo aver sognata per qualche mese l’onnipotenza sicura, apriva gli occhi; si avvedeva che così il mantenersi al potere come il far approvare il monopolio e il suffragio universale sarebbero imprese più ardue del previsto. E come sempre è accaduto e accadrà, dalle difficoltà interne cercò aiuto e riparo fuori di casa.

Tutti ricordano che tra il luglio e l’agosto del 1911 il Governo italiano attaccò briga con l’Argentina, a proposito di certi regolamenti sanitari; e da un giorno all’altro vietò l’emigrazione per il Plata. Questa mossa energica non poteva non piacere all’opinione pubblica, ancora calda delle feste cinquantenarie; e quindi rafforzava il Ministero. Ma intanto erano incominciate le trattative tra la Francia e la Germania per il Marocco; e ben presto fu chiaro che il decrepito impero stava per cadere, implorando protezione, ai piedi della Francia. Incominciò allora, nell’opinione pubblica, una inquietudine che, fomentata da molti giornali — e massime da quelli che più fortemente avevano avversato il Ministero e il monopolio — divampò presto in agitazione. Si rinfrescarono nella memoria del pubblico le delusioni dell’Egitto e di Tunisi; si ripetè che tutti pigliavan qualche cosa e noi sempre a mani vuote; si gridò che quella era la suprema occasione; sinchè commosso e agitato come un gran pericolo ci pendesse sul capo imminente, il pubblico chiese a gran voce la Tripolitania a compenso del Marocco preso dalla Francia. Quale sarebbe stato il dovere di un Governo forte in quel frangente difficile?

Resistere. Il pubblico non sapeva che, chiedendo la Tripolitania, chiedeva nientemeno che l’aggressione in piena pace di una grande Potenza europea; e dimenticava, mettendo in un fascio la Tripolitania, la Tunisia ed il Marocco, che la Tripolitania era una provincia dell’Impero turco, e l’Impero turco una grande Potenza europea, come la Francia, l’Austria-Ungheria o la Germania, rappresentata nelle capitali del mondo da ambasciatori; che tra Potenze europee non si fanno guerre e conquiste se non c’è almeno un serio pretesto, in mancanza di una ragione. La fatalità storica, il diritto della civiltà superiore, la necessità di compensi per gli altrui ingrandimenti non sono ammessi ancora in Europa tra i motivi o i pretesti di guerra. Se l’Austria, delusa nelle sue ambizioni orientali dalla guerra balcanica, avesse gridato a un tratto di sentirsi spinta dalla fatalità storica a impadronirsi del Veneto e ci avesse dichiarata la guerra, affermando che essa non voleva essere soffocata nell’Adriatico, che cosa avremmo detto noi e che cosa avrebbe detto il mondo? Ma il pubblico incitava il Governo italiano ad agire con la Turchia proprio a questo modo.

È vero che i letterati italiani, dal Machiavelli in poi, hanno sovente e volentieri considerato il diritto e la morale come veli bugiardi gettati sul mondo per nascondere la lotta brutale degli interessi, dai quali un uomo di Stato abile e destro non si lascia impacciar troppo. Ma è da sperare, per l’avvenire e per la salute del nostro Paese, che il Governo non dimenticherà sempre così facilmente che anche i principî di diritto internazionale, pur essendo limitati, parziali e convenzionali, sono una delle impalcature che reggono alla meglio nel mondo quell’ordine a cui si suol dare nome di civiltà. Nè credo possa dubitarsi che, se il Governo fosse stato più forte, non si sarebbe così facilmente indotto a dichiarare la guerra in quel modo che parve troppo spicciativo in tutta Europa, a quanti pensano che il diritto delle genti non debba essere solo un elegante passatempo di professori o un pretesto per concorrere al premio Nobel.

Ma il Governo non poteva fare più assegnamento nella Camera sopra una sicura maggioranza. Ma aveva proposto il monopolio e il suffragio universale che la Camera non voleva approvare. Ma aveva urtati, indispettiti, anche un po’ spaventati i partiti più potenti e i ceti più ricchi. Se avesse cercato anche di resistere a quella esaltata opinione popolare, avrebbe corso pericolo di essere rovesciato. Tutti i nemici del monopolio e del suffragio universale non l’avrebbero assalito, rimproverandogli di non aver difesi gli interessi dell’Italia nel Mediterraneo? Con l’aiuto della collera pubblica, anche una opposizione imbelle come quella che guatava nell’ombra il Governo, poteva buttare nel Mediterraneo il Ministero e quelle leggi detestate, senza più temere lo scioglimento della Camera. Non parrà cosa probabile, a chi ricordi quale era lo spirito pubblico nell’autunno del 1911, che un Governo, rovesciato per non aver agito in Africa, avrebbe osato appellarsi al Paese; e tanto peggio per lui, se avesse osato!

Non è da meravigliarsi dunque che il Ministero Giolitti abbia in settembre gettati i dadi. La situazione politica interna non gli lasciava scampo: o conquistava la Tripolitania o era spacciato. E quella situazione non diè tregua al Governo nei primi mesi della guerra, sinchè le due leggi, da cui tutto questo scompiglio è nato — il monopolio ed il suffragio — non furono approvate.

Nell’ultima discussione parlamentare l’on. Giolitti, rispondendo agli oratori che avevano biasimate le lentezze della guerra, disse che il Governo aveva voluto piuttosto spendere denaro che versare sangue. Decisione che a me pare molto savia, anche se sarà giudicata un’eresia dai generali educati alla scuola di Napoleone. Ma la guerra è un’arte viva e parte della politica: bisogna dunque adattarne i metodi ai tempi e agli uomini. Chi pensa che le masse avrebbero allegramente consentito a prodigare il proprio sangue per conquistare la Tripolitania e la Cirenaica, vada a governare la repubblica di Platone. Ai tempi che corrono, guai al Governo il quale, in una guerra coloniale, dimenticasse che il sangue è un liquido più prezioso dell’inchiostro; e che non si può prodigare il sangue a far delle grandi battaglie, come i giornali prodigano l’inchiostro a reclamarle e a descriverle!

Senonchè qualche deputato socialista avrebbe, a quel punto del suo savio discorso, dovuto interrompere il capo del Governo, dicendogli: «Sta bene, ma allora non dovevate decretare l’annessione!». Qui sta il punto. Il decreto di annessione richiedeva una guerra rapida, energica, aggressiva: non la cauta guerra di posizioni, che abbiamo rinnovata in Africa dalle campagne militari del settecento. Tutti i guai della guerra di cui ci lagniamo sono nati da questa contradizione tra lo scopo che si voleva conseguire — l’annessione, ossia la resa incondizionata dell’avversario — e il modo di guerreggiare che abbiamo scelto e che — lo ripeto — era il solo che potesse essere voluto da un Governo non impazzito. Da questa contradizione, procedè infatti la interminabile lunghezza della guerra e la sua spesa immoderata; da questa contradizione, quello snervante gioco di minaccie eternamente sospese, di bombardamenti a fior di pelle, di operazioni mai decisive; da questa contradizione, quella guerra platonica, che alla fine aveva esasperato noi, i nostri nemici e l’Europa tutta; da questa contradizione, la fine della guerra, che sarebbe difficile dire se fu una gran fortuna o una catastrofe. La pace di Losanna fu sottoscritta dai Turchi, perchè ormai incalzava la guerra balcanica: la guerra balcanica, dunque, fu lì per lì una provvidenza, perchè ci permise di uscire alla meglio da quella contradizione impossibile in cui ci eravamo cacciati, volendo uccidere il nemico senza colpirlo a morte. Ma è lecito chiederci se non minacci di diventare nell’avvenire una catastrofe, tante difficoltà nuove sono nate da quella.

Orbene: perchè nei primi giorni di novembre, quando appena avevamo messo il piede nel paese, all’improvviso, il Governo usci fuori con quel decreto? Nella risposta sta la ragione di molte tra le maggiori difficoltà in cui siamo impigliati. Nè pretendo di darla io, questa risposta. Non occorre però esser molto addentro nei segreti della nostra politica, per affermare che il motivo primo di quell’atto gravissimo, il motivo senza il quale gli altri, che possono avervi contribuito, sarebbero stati senza effetto, deve cercarsi anche quello nella situazione interna. Una pace che avesse assegnato a noi i territori turchi dell’Africa salvando il prestigio del Sultano di fronte ai Mussulmani, poteva, pur essendo seme di difficoltà future, risparmiarci molte delle difficoltà presenti. Ma tale pace, finchè durava la furia nazionalista dell’opinione pubblica, e finchè le due famose leggi non erano approvate, poteva mettere in gran pericolo il Governo. Che rumore avrebbero levato in ogni parte i nemici del Ministero, i nemici del monopolio, i nemici del suffragio universale, che erano tanti, denunciandola all’opinione pubblica come una sciagura!