Ci rifaremo, per capire come venimmo a questi guai, da quel giorno della primavera del 1911, in cui Leonida Bissolati arrivò a piedi, in giacchetta e cappello moscio, alle porte della reggia; e salì bel bello le scale del Quirinale per ragionare con il Sovrano intorno alla situazione parlamentare. Nessuno ha dimenticato il susurro di quei giorni, e il gran malcontento che agitò il partito conservatore o costituzionale che dir si voglia, quando si ebbe notizia che il Bissolati era nelle viste del nuovo Governo come ministro. A stento e brontolando la maggioranza aveva tollerato che due ministri radicali sedessero nel Gabinetto Luzzatti; ed ora l’uomo in cui il partito o i partiti costituzionali riponevano piena fiducia, che tutti avevano evocato dal suo ritiro a Roma a impugnare con mano più ferma il timone, voleva chiamare al Governo i socialisti addirittura? Ma i malcontenti si rabbonirono, quando il Bissolati ebbe fatto il gran rifiuto; perchè a paragone del peggio che avevano temuto — dei socialisti — i ministri radicali parvero un male tollerabile. L’on. Giolitti era in quei dieci anni venuto in tanta fama di abilità, che non parve alla parte conservatrice lecito disperare egli volesse e sapesse servirla anche con quel Ministero screziato di rosso. Onde la Camera gli manifestò unanime fiducia, quando egli espose il suo programma, annunciando due grandi riforme: il monopolio delle assicurazioni sulla vita e il suffragio universale.
Fu dopo quel voto, e nei mesi di aprile e di maggio del 1911, che la fortuna dell’on. Giolitti toccò l’apogeo. «Siamo giunti al perfetto equilibrio — mi diceva verso la metà di maggio un deputato tra i più colti e intelligenti. I partiti si bilanciano ormai, egualmente contenti». E così poteva sembrare davvero, in quelle settimane. Delle tre sorelle dell’Estrema, l’Estrema radicale si godeva la luna di miele del potere; l’Estrema socialista non stava in sè per la gioia di sapersi ormai ufficialmente fidanzata con il Governo, si chiedeva ogni giorno se sognava o era desta, e affrettava con il desiderio le auspicate nozze; la Estrema repubblicana non poteva esser nè maritata nè fidanzata, avendo fatto voto di castità, ma non osava turbare la gioia delle due sorelle più fortunate, che del resto nell’egoismo della loro felicità non la guardavano più neanche in faccia. L’Estrema socialista anzi non si riconosceva più; e come succede spesso alle fidanzate, si sentiva presa di subito affetto e ammirazione per tutto quello che circondava o avvicinava lo sposo; anche per il suocero, che nel caso era l’on. Giolitti.
Ma la prosperità è caduca — diceva la saggezza antica. Questa gioia e questa ammirazione di tutti i partiti durarono fino al giorno in cui fu scoperto in Roma il gran monumento di Re Vittorio. La sera prima, a tarda ora, la «Stefani» aveva divulgato il disegno di legge proposto dal Governo per monopolizzare le assicurazioni sulla vita. Caddero quella mattina le tele che avvolgevano la statua del Re; e tutto il giorno, fino a notte inoltrata, Roma tripudiò, esaltandosi nelle memorie del passato. Ma che sorpresa, i giorni seguenti, quando, quetate le fanfare e tolte vie le bandiere della festa, le gente rilesse a mente fredda e con ponderazione il testo della legge! Io non voglio qui discutere le ragioni di alto interesse pubblico, con cui si cercò giustificare una tanto grave perturbazione dell’ordine giuridico garantito dalle leggi a tutte le industrie e a tutti i commerci: se cioè fosse quello il miglior modo o almeno un modo sicuro di far lo Stato meno ligio ai grandi potentati della finanza. Anche se l’avvenire dovesse comprovare definitivamente questo argomento, lo storico non può non osservare che, nel momento in cui la legge fu proposta, questo interesse di Stato appariva remoto, mentre la perturbazione era profonda e imminente. Con un tratto di penna quella legge pretendeva distruggere una industria fiorita liberamente per forza propria e all’ombra del diritto comune, rifiutando qualsiasi risarcimento a coloro che ne vivevano, per i capitali e il lavoro spesi a farla prosperare; gettava nell’ansietà un infinito numero di persone poco facoltose, riducendole a temere — a torto o a ragione — che rovinassero le Compagnie di assicurazione a cui avevano affidati i sudati risparmi, unico schermo contro certi colpi molto temuti della Fortuna; screditava l’Italia presso l’alta finanza dell’Europa, largamente interessata in molte Compagnie operanti nella penisola, e che non potevano rassegnarsi, senza almeno protestare, ad una così improvvisa confisca.
Io non so davvero spiegare come la consumata esperienza di uomo, invecchiato nel Governo degli uomini, abbia potuto così lungamente illudersi che una legge di quel tenore potesse essere facilmente approvata, in un Paese in cui — e chi poteva saperlo meglio di lui? — il Governo è così debole di fronte a tutti gli interessi particolari; ed è costretto a rispettare come sacri tanti diritti acquisiti molto meno legittimi e meno difesi di questi, di cui si proponeva di far scempio nel volger di un giorno. O piuttosto me lo spiego, ripensando che agli uomini i quali hanno governato a lungo succede spesso che alla fine presumono troppo della propria potenza. Questo caso così frequente si ripetè forse una volta ancora, nella primavera del 1911, in Italia. In pochi giorni, infatti, il Governo che poche settimane prima pareva idolatrato da tutta l’Italia, fu assalito da ogni parte da critiche, recriminazioni, invettive e rampogne furenti. L’Orlando Furioso dell’opposizione, il martello dei ministri novelli, il Giornale d’Italia, diè in un’altra di quelle sue matte furie e incominciò a tirar colpi all’impazzata; gli interessati — assicurati e assicuratori — si intesero e cercarono di far valere le proprie ragioni come sapevano e potevano; i sonnecchianti rancori dei gruppi e dei partiti si risvegliarono. Per opprimere i ricchi con leggi di quella natura l’Estrema Sinistra voleva scalare il potere e l’on. Giolitti si curvava a farle spalla!
Gli stessi socialisti avevano da principio ricevuto con una certa indifferenza questo regalo del Governo. Avrebbero forse preferito un altro presente di nozze. Non si riscaldarono un po’ che quando videro la maggioranza parlamentare e i giornali conservatori andar sulle furie: ma allora uscirono in un elogio della legge che dovette far venire la pelle d’oca al Governo. Dissero che la legge a loro piaceva solo perchè era il primo saggio di «espropriazione senza risarcimento!». Anche gli altri difensori meno accesi della legge usarono, forse anche abusarono, di argomenti presi a prestito alla demagogia: denunciarono all’invidia delle masse i grassi guadagni e le pingui sinecure degli assicuratori; malmenarono alla cieca l’alta banca; e scagliarono qualche saetta intrisa di tossico nazionalista contro la finanza che non conosce frontiere. Ma tutti questi argomenti esasperavano addirittura la maggioranza del Parlamento contro il detestato monopolio; cosicchè nelle settimane in cui il testo della legge giacque sul tavolo della Commissione parlamentare incaricata di scrutarne le viscere, la corrente delle opposizioni e delle critiche ingrossò rapidamente, rumoreggiando sempre più fragorosa, come una piena, nei giornali, negli anditi della Camera, nei crocchi politici e perfino in qualche pubblico comizio....
La critica del resto facilmente trionfava delle timide difese, perchè la legge, preparata con incredibile fretta e leggerezza da un ministro incompetente e incapace, era zeppa di errori, di lacune e di contradizioni. Ma quando la discussione incominciò nella Camera dei Deputati.... Oh meraviglia! Quella piena di critiche e di rampogne parve ad un tratto sparire sotto terra, in qualche misteriosa voragine. Per molti giorni la legge, che in piazza era stata impugnata con tanta veemenza, fu timidamente criticata e superficialmente difesa da oratori quasi tutti oscuri, silenti od assenti gli uomini più autorevoli, davanti ad una assemblea enigmatica, che applaudiva ugualmente amici e nemici, e nella quale si vedevano i socialisti volteggiare intorno al Governo come una torma di beduini, lanciando per difenderlo invettive e interruzioni ai conservatori, che infuriati raccattavano e ritorcevano contro di essi i dardi da cui tante volte erano stati feriti, chiamandoli ascari, mazzieri e servitori del Giolitti. Il mondo alla rovescia, insomma! Chi avesse seguito da una tribuna, come l’ho seguita io, questa discussione, ma senza conoscere uomini ed interessi, avrebbe potuto pensar di leggere un rebus vivente che sfidava l’intelletto più sottile. Come era chiaro e piano invece quel rebus, a chi ne possedeva la chiave! La Camera non voleva approvare la legge, ma non osava neppure rovesciare il Ministero, ognuno temendo lo scioglimento della Camera. Applaudiva quindi i deputati favorevoli per dimostrare ossequio al Governo; applaudiva gli oppositori per fare manifesto il proprio animo avverso alla legge; e intanto aspettava con pazienza, come una moglie sottomessa aspetta che il marito ritorni a lei da un passaggero capriccio, che il Governo si ravvedesse, capisse il tormento che la struggeva, e correggesse almeno la legge. Tante altre volte il capo del Governo aveva saputo cedere a tempo!
Ma il capo del Governo si ostinò questa volta. Non si lasciò smuovere nè dai giornali, nè dagli interessi, nè dai savî, nè dal numero delle opposizioni, nè dagli incerti umori della maggioranza. Fu necessario il discorso dell’on. Salandra e i segni manifesti di una imminente rivolta della maggioranza, perchè acconsentisse finalmente a tentare accordi e accomodamenti tra la legge e i diritti acquisiti: ma era troppo tardi!
Il momento in cui il Ministero avrebbe potuto riparare l’errore iniziale senza scapitare nel prestigio e nella forza era passato da un pezzo. La Camera si aggiornò dopo aver approvato il principio generico della legge e rimandata a novembre la discussione degli articoli. Ma ormai il destino era irrevocabile. Pochi mesi ancora, e il Governo democratico, con tutti i propositi che maturava, con tutte le speranze che aveva risvegliate, andrebbe ad arenarsi per sempre nelle Sirti. Poichè proprio la grave crisi interna e parlamentare, generata dall’accordo dell’on. Giolitti con l’Estrema Sinistra, dal monopolio e dalla legge del suffragio universale, ha spinto il Governo alla guerra di Libia.
2. — Il suffragio universale e la guerra di Libia. (Dal Secolo, del 26 aprile 1914).
Per quale ragione l’Italia mosse, tre anni sono, così all’improvviso, tanta mole di armi alla conquista della Libia? Perchè l’ora del destino era suonata sul quadrante della storia? Perchè l’equilibrio del Mediterraneo sarebbe, se no, stato alterato ai nostri danni? Perchè i giornali avevano scaldata la testa al pubblico ignaro o perchè faceva comodo al Banco di Roma? Ognuno scioglie il quesito a modo suo; tutti credono di avere — e in parte hanno — ragione. Il popolo non si muove mai ad una impresa di guerra, se molti non sono a spingerlo. Tuttavia tra i fattori dell’impresa due furono certo di grande rilievo: il movimento della opinione pubblica, che tra l’agosto e il settembre del 1911 venne per la Tripolitania in quella furia di conquista che tutti ricordano; e la debolezza del Governo, che non potè opporsi alla pubblica esaltazione.