Nè meno dei Governi si son prevalsi e si prevalgono dell’orgoglio dei popoli e del loro amor proprio gli interessi privati: le industrie, il commercio, la scienza, le arti, e persino i divertimenti e le religioni. Industrie e commerci che vogliono accreditare nuovi oggetti o nuove abitudini; scienze in cerca di protettori ed arti a caccia di clienti; patroni di nuovi sollazzi, propagatori di nuove idee politiche o di nuove sètte morali e religiose, tutti si valgono sempre di questo argomento: che un popolo deve misurarsi con tutti gli altri in tutte le cose.... Onde è facile argomentare il perturbamento che arrecherebbe nella vita dell’Europa l’umiliazione di questi orgogli frenetici; e quanto l’asse del mondo moderno sarebbe spostato, se i popoli consentissero finalmente a spartirsi il lavoro considerando che la civiltà è una officina troppo vasta, perchè anche le più grandi tra le nazioni possano presumere di riuscire le prime in tutto: nella guerra, nell’industria, nell’arte, nella scienza, nella finanza; se ogni popolo si sforzasse di eccellere in alcuni rami dell’umano lavoro, lasciando gli altri popoli eccellere in altri, riconoscendo senza invidia la loro superiorità senza nè minacciarla apertamente, nè insidiarla di soppiatto.
Insomma, l’orgoglio occupa una parte troppo grande tra i sentimenti che muovono così gli uomini come i popoli moderni. Questa è la debolezza dei nostri tempi; una ragione di tante catastrofi e di questa terribile guerra. E il male è compenetrato così addentro nella carne e nelle ossa del mondo moderno, che l’estirparlo è impresa ardua tra tutte.
Ma il mondo va sempre cercando, da un eccesso all’altro, un equilibrio che mai non trova. Una catastrofe tanto immane non può mancar di muovere profondamente le anime, in tutti gli ordini sociali, perchè tutte ci rimettono uomini e beni. Nei palazzi come nelle capanne oggi si piangono quelli che sono partiti e che non torneranno più; si pensa con ansia al futuro. Chi teme che tra poco gli manchi addirittura il pane; chi trema che precipiti quella che era per lui la ragione stessa del vivere: il potere e il prestigio della propria famiglia, della propria classe, del proprio partito, della propria patria. Perciò quanti si illudono che, conchiusa la pace, noi ripiglieremo la vita che conducemmo sino al primo giorno di agosto del 1914, si accorgeranno che la vita della nostra generazione è stata troncata da questo cataclisma; e che ormai a tutti sarà necessario rifarsi da capo. Nè il corusco orgoglio di cui oggi sfolgora la civiltà moderna è una forza necessaria della grandezza civile: poichè altre civiltà che pur fecero grandi cose, come le civiltà antiche, non lo conobbero; furono prudenti e modeste. Non c’è dunque ragione di pensare che la storia non possa muoversi più, se non per la spinta di questa forza satanica. Il mondo vive trasfigurandosi di continuo; le epoche si succedono, spesso contrapponendosi. Al secolo dell’orgoglio, della guerra e del ferro, potrebbe forse succedere un secolo di più operosa modestia, di più raccolta serietà, di pace più sicura e sincera.
IV. L’ITALIA E LA GUERRA EUROPEA
Nel primo di questi tre studi sono ristampati quattro scritti pubblicati nel Secolo, il 23 e il 26 aprile, il 1º maggio e il 17 giugno 1914, i quali trattano dei fatti e degli avvenimenti di maggior rilievo, avvenuti negli anni precedenti la guerra. Sebbene le difficoltà di cui l’autore mostrava allora inquietarsi come s’inquietava il Paese, non appariscano ormai più ai nostri occhi che come dolci collinette a pie’ dell’Imalaia che ci sta innanzi e che ci è forza varcare, quegli studi sono stati ristampati tali e quali, perchè è sembrato all’autore possano servire come documenti storici e quindi aiutare così a capire i gravi avvenimenti degli ultimi tempi come ad orientarsi in mezzo alle difficoltà presenti.
Il secondo studio, «L’Italia esitante», è uno scritto, composto nel mese di gennaio del 1915 e stampato nel fascicolo dell’Atlantic Monthly Review per il mese di aprile. L’Atlantic è la più autorevole delle riviste non illustrate d’America; e si pubblica a Boston. Queste pagine furono scritte per spiegare le perplessità dell’Italia agli Americani — e non erano pochi — che un po’ per affetto all’Italia, un po’ per avversione agli Imperi germanici, si meravigliavano che essa tardasse tanto a prendere le armi. Espongono lo stato delle cose quale era al principio del 1915.
Il terzo studio, «La crisi di Maggio e la guerra», è inedito. Il titolo ne dichiara l’argomento e lo scopo, senza che occorrano dilucidazioni.
I. PRIMA DELLA GUERRA: UOMINI E FATTI
1. — Il monopolio delle assicurazioni. (Dal Secolo, del 23 aprile 1914).
L’erario, le industrie, i commerci in tormentose strettezze; disorientate le menti e inaspriti gli animi in ogni parte; i socialisti di nuovo in armi come nel 1900; mal sicure e piene di sospetti le relazioni coi vicini, in Europa ed in Africa; debole e incerto il Governo; la moltitudine un mare che si arriccia minacciando tempesta.... Lunga è la lista dei mali presenti. Quel certo assestamento a cui il Paese era giunto faticosamente nel primo decennio del secolo, è sconvolto di nuovo; ma nessuno potrebbe dire in quanto tempo ed a spese di chi le cose torneranno a bilanciarsi.