Senonchè la speranza spiana sovente troppo facilmente le difficoltà. Che la vittoria della Francia, della Russia e dell’Inghilterra, possa assicurare all’Europa la pace per qualche tempo, sembra cosa certa. Incerto è invece che possa, non dirò toglier di mezzo il militarismo, ma moderare quel mostruoso accrescimento degli eserciti che negli ultimi trent’anni ha così profondamente perturbata l’Europa, e alla fine generato il gran soqquadro di questi tempi. La vittoria dei tre Imperi alleati potrebbe generare anche questo effetto: ma solo se fosse seguita da un profondo rivolgimento dello spirito pubblico, che sarebbe poco meno che un nuovo indirizzo della civiltà.
Quale è questo rivolgimento dello spirito pubblico? Questo nuovo indirizzo della civiltà? Lo vedremo conchiudendo questi studî.
V. TRAGEDIA DI ORGOGLIO
Pace vera e disarmo, sono una cosa. L’Europa è oggi in guerra, perchè ha creduto di poter mantenere la pace equilibrando gli armamenti, e cioè accrescendoli egualmente da tutte le parti. Come ogni organo vuol compiere il suo ufficio; come il polmone vuol respirare, il braccio muoversi e lo stomaco digerire, così gli eserciti vogliono combattere. La guerra europea è scoppiata, perchè i tedeschi non volevano aver speso tanto denaro per acquistare armi, senza almeno poter vantarsi che la potenza tedesca era rispettata e temuta in tutto il mondo. Ma a loro volta in Francia, in Russia, in Inghilterra i popoli che spendevano somme così ingenti per armare l’esercito e la flotta, volevano poter con quelli resistere alle esigenze eccessive della politica tedesca. E naturalmente quel che al Governo tedesco pareva richiesta giustissima sembrava sempre alla Francia, alla Russia, all’Inghilterra esigenza quanto mai indiscreta e insopportabile: perciò quelle Potenze hanno per anni ed anni litigato, finchè alla fine, ogni popolo volendo che le armi acquistate a così caro prezzo non fossero acquistate invano, i Governi si sono tutti impuntati in una questione; e la guerra dei popoli è incominciata.
E così avverrà sinchè ogni popolo di Europa ambisca di avere il più forte esercito e la più forte armata che può. Ma potrà l’Europa disarmare dopo la guerra? Non è dubbio che nei primi anni della pace gli Stati non potranno accrescere e forse dovranno tutti diminuire gli armamenti. La guerra distrugge ricchezze e impedisce di produrne: anche se cessasse domani — e potrebbe invece durare ancora mesi, forse anni — già tutti gli Stati belligeranti si troverebbero nell’alternativa o di fallire o di ridurre le spese militari a proporzioni più ragionevoli. Ma il fallire aggraverebbe il male, perchè fatta la pace gli Stati saranno in grandissimo bisogno di denaro; e nessuno vorrà prestarne loro, se mancheranno agli impegni più antichi. Non resterà dunque che l’altro scampo.
Ma questo disarmo, imposto dalla necessità, quanto tempo durerà? Ecco il gran punto. La presente guerra, certo, distrugge infinite ricchezze; ma dieci anni d’intenso lavoro possono riparare molte rovine. E l’uomo dimentica così presto! Se dopo un decennio o due di raccoglimento o di saggezza, le idee e i sentimenti che hanno dominate le menti negli ultimi anni ripigliassero voga nelle generazioni di coloro che non furono nè testimoni nè parte della guerra europea, l’Europa ricomincerà ad armare; e dopo aver fucinate le armi, vorrà di nuovo un giorno o l’altro provarle. Cosicchè noi dobbiamo chiederci che cosa occorra, affinchè il disarmo parziale a cui possibilmente le Potenze ricorreranno dopo la fine della guerra, non sia uno spediente transitorio, ma il primo passo risoluto sulla via della pace definitiva.
Occorre che il frenetico orgoglio dei popoli moderni si umilii un poco. Questa guerra è una delle tante tragedie dell’orgoglio umano. Le rivalità politiche ed economiche non avrebbero, sole, avuta la forza di generare un tal soqquadro, perchè le rivalità politiche toccano soltanto piccoli gruppi, e gli interessi economici sono troppo numerosi e diversi. Sono i popoli interi, che oggi combattono sui campi di battaglia e si affrontano con le armi alla mano; nè le plebi non si sarebbero lasciate così facilmente condurre a versare il loro sangue per l’onore di una corona, per i programmi politici di un partito o per gli interessi di qualche industria o di qualche commercio. Ma le rivalità politiche e gli interessi economici hanno invece potuto trascinare i popoli a questo cimento, eccitandone l’orgoglio. Ogni popolo d’Europa vuole essere primo o almeno pari agli altri in ogni cosa; vuole possedere un esercito, un’armata, delle navi mercantili, delle industrie, dei commerci, una letteratura, un’arte, una scienza, una finanza, una politica coloniale che non sfigurino a petto delle altrui. Nazioni che si sono appena dirozzate da una barbarie secolare vogliono essere stimate colte come popoli che scrivono, scolpiscono, dipingono, indagano il vero e filosofeggiano da secoli; e perciò inventano ogni giorno dei genii, se non riescono a generarli. Popoli che cercano a prestito capitali, ne prestano a lor volta ad altri popoli per credersi anch’essi una potenza finanziaria del mondo. Nazioni che non hanno carbone o che non hanno ferro, vogliono a tutti i costi fondere il ferro e l’acciaio. Popoli scarsi di capitali o ancora poco numerosi conquistano immense colonie. Di qui una lotta incessante, accanita, talora puerile, che a poco a poco ha inferociti gli animi da frontiera a frontiera. Per somma sventura, viveva nel cuore dell’Europa un popolo che, a torto o a ragione, si era persuaso di esser più grande, più sapiente, più virtuoso, più coraggioso, più forte dei suoi vicini; che voleva perciò esser considerato e trattato come un popolo eletto. Ma i suoi vicini, pur riconoscendogli molte qualità, non volevano considerarsi da meno di lui e umiliarsi in sua presenza. Da dieci anni tutti questi popoli lottavano tra di loro con la penna, con la parola, con il denaro, con il commercio, con gli intrighi diplomatici, ciascuno cercando di dimostrare la sua eccellenza in confronto degli altri. E alla fine, siccome le discussioni non giungevano ad alcuna conclusione, si è venuto al giudizio di Dio!
Guardiamo nella nostra coscienza e siamo una volta almeno sinceri con noi medesimi.... Quell’ardente patriottismo che sostiene oggi i popoli d’Europa nell’immane contesa, che fa loro sopportare stoicamente tanti lutti, tante rovine e tante privazioni, è un tragico puntiglio di amor proprio. I tedeschi vogliono mostrare all’Europa di che cosa sono capaci, anche contro tanti nemici; e si ostinano, e muoiono, e impegnano le loro sostanze, e si rassegnano alla carestia, e si stanno rovinando, dopo aver raggiunta, lavorando trent’anni senza riposo, una bella agiatezza. Gli altri popoli d’Europa vogliono mostrare ai tedeschi che nè il loro numero nè la loro audacia, nè la loro preparazione, nè la loro ostinazione non li spaventano; e a loro volta sacrificano senza risparmio vite e tesori. L’orgoglio e la ostinazione delle due parti si esasperano a vicenda; e la lotta si inferocisce. Cosicchè terribili guerre devasteranno l’Europa sinchè i popoli saranno ebbri di tanto orgoglio; sinchè vorranno tutti primeggiare in tutte le cose; sinchè ognuno facilmente verrà nella persuasione di essere da più degli altri e di aver diritto ad esser trattato come un popolo eletto: sinchè l’Ungherese e il Serbo, il Francese e il Tedesco, l’Inglese e l’Irlandese, il Russo e il Polacco non saranno capaci di sedere alla stessa mensa, sia pur senza amore, ma senza odio e dispetto, sentendo di essere tutti eguali, riconoscendo che le opere civili sono numerosissime e diverse, onde ogni popolo può compierne con onore alcune, lasciando senza vergogna altri eccellere in altre.
Ardua impresa, dunque, pacificare la vecchia Europa; perchè l’orgoglio è da un secolo lo stimolo più forte dell’attività di tutti i popoli. La civiltà moderna ha procurati all’uomo molti vantaggi: infinita comodità di rapide comunicazioni; una abbondanza di tutte le cose necessarie e superflue, quale il mondo non aveva mai neppure sognata; valida difesa contro molti flagelli che avevano tormentate tante generazioni, come le malattie, la pestilenza, le carestie; una libertà di pensare, di dire e di fare, di cui i secoli passati avrebbero avuto sgomento. Ma in compenso i tempi moderni impongono agli uomini parecchi obblighi che i tempi antichi non conobbero: il servizio militare, balzelli da pagare in quantità e tutti gravissimi, una attività incessante, assidua, mai libera, sempre preoccupata della propria responsabilità, e perciò sempre grave e accigliata. Gli uomini vivevano più semplicemente due secoli fa; ma lavoravano anche meno, più pacatamente e più allegri. Cosicchè tutti i vantaggi che questa civiltà offre a compenso di tanti obblighi e del più grave e più serio lavoro, non basterebbero a vincere in molti l’innata pigrizia e a scuotere quell’egoismo del maggior numero, che vuol piuttosto il poco tranquillo che il molto agitato, se non si aggiungesse quest’altro stimolo dell’orgoglio. Tutti i popoli lavorano più di quanto sarebbe necessario a soddisfare i loro bisogni, perchè sono animati dalla emulazione di far più e di far meglio che gli altri popoli.
Perciò l’orgoglio è oggi, per tutti gli Stati dell’Europa, uno strumento necessario di governo. Sferzando l’orgoglio nazionale e lo spirito di emulazione dei popoli, che non vogliono esser da meno gli uni degli altri, i Governi ottengono che i Parlamenti accrescano le pubbliche spese per costruire nuove scuole e nuove caserme, nuove strade e nuove ferrovie; che i popoli ansanti si curvino volentieri a ricevere sulle spalle i crescenti carichi militari e i gravami del protezionismo; che tollerino rassegnati gli sperperi delle pubbliche amministrazioni, dappertutto ormai incurabili; che resistano al turbamento di cui è dappertutto cagione, sul principio, la grande industria; che facciano volentieri le spese e gli sforzi di quella politica coloniale, che nell’ultimo mezzo secolo ha aperta l’Africa all’Europa.