E ricordiamoci infine che la crisi di Maggio ha distrutto, forse per sempre, quel curioso, artificioso e in parte ignorato governo che reggeva l’Italia da quasi quindici anni e che era una mescolanza — o contaminazione, se vogliamo usare la parola antica — di potere personale e di governo di parte. Ricordiamoci che, quali e quanti fossero i difetti di quel governo, esso ha retto l’Italia per quasi quindici anni, e che la sua caduta farà come un gran vuoto nello Stato; ricordiamoci che noi siamo in guerra; e che perciò è necessario, questa volta, riempire quel vuoto al più presto, e non di egoismi, di rivalità, di odî, di espedienti, di abilità, di piccoli interessi e discordie, di macerie e rottami: ma di capacità, di coraggio, di fede, di concordia, di idee, di alte ambizioni, di coerenza e di patriottismo sentito, con le materie solide insomma di cui si fanno le grandi costruzioni della storia. Ricordiamoci infine che la guerra del 1859 creò in Italia un governo, il quale per quindici anni ebbe autorità da poter fare, tra molti errori, anche cose degne di lode; e auguriamoci questa nuova guerra possa darci un nuovo governo che, poco importa con qual nome e con quali forme, sia almeno una forza; forza circoscritta e limitata fin che si vuole, ma vera forza; non simulacro, non apparenza, non finzione e impostura, sollecita solo di nascondere al popolo la sua vanità.

V. LA CONTRADIZIONE SUPREMA

In questa parte ultima sono stati raccolti e fusi in uno parecchi scritti pubblicati in diversi giornali e riviste, di Europa e di America. Sono stati raccolti e fusi in un solo, per schivare troppe ripetizioni e perchè viviamo in tempi in cui la concisione non è solo un pregio letterario, ma anche un dovere civico.

E si ricasca sempre lì, pensando e ripensando ai casi presenti dell’Europa, in quella domanda che, a guisa di mendicante ostinato a strappare insistendo l’elemosina, si ripresenta sempre, perchè non ottiene mai risposta adeguata: come, come ha potuto un’epoca, la quale aveva posto in cima a tutti i suoi pensieri l’incremento della ricchezza, la sicurezza della vita, e l’impero universale della ragione, come ha potuto preparare, volere, combattere questa terribile guerra? E a questa angosciosa domanda, che tante volte si è affacciata nelle pagine di questo libro, torneremo anche noi qui sulla fine, per tentare un ultimo sforzo e rispondere, se ci riesce.

1. — Patria e progresso.

Non tutto il male viene per nuocere — dice il proverbio. Le infinite calamità presenti possono essere — e sono già state per non pochi scrittori, tra i quali alcuno di molto insigne — motivo di qualche compiacimento. Era opinione comune che, se la guerra europea scoppiasse, sarebbe intervenuto a intimare di deporre le armi, se non la Ragione o la Pietà, almeno l’Egoismo. Si diceva che in alto e in basso gli uomini si erano ormai troppo avvezzati alla vita comoda, larga, sicura, e che non tollererebbero a lungo le privazioni e le rovine di una guerra generale. Si prediceva la rivoluzione, se la guerra durasse tre mesi. Si faceva credito al nostro secolo di abnegazione e di spirito di sacrificio per poche settimane e non più. Anche gli Stati Maggiori riconoscevano nell’Egoismo il sovrano dei tempi, e protestavano che non farebbero mai la guerra, se non pigliando gli ordini di Sua Maestà. Quando la storia della guerra europea sarà nota in ogni sua parte, si saprà pure che quasi tutti gli errori e quasi tutte le crudeltà del principio furono suggerite dalla fretta. I capi che avevano voluto tentare la grande avventura, erano partiti per il campo con l’idea fissa che bisognava far presto, perchè i popoli non resisterebbero a una prova troppo lunga.

Ma noi ci calunniavamo. Nessuna di queste previsioni si è avverata. Nel mese di luglio del 1914 le vecchie discordie dell’Europa rifermentavano più acri che mai. In Inghilterra, protestanti e cattolici minacciavano di pigliare le armi. In Francia, le due parti che da più di un secolo si avventano l’una contro l’altra ogni volta e dovunque si incontrano, si erano di nuovo avvinghiate e si mordevano accanitamente, nella chiusa arena di un tribunale. L’Italia aveva fatta poco prima una specie di prova generale della rivoluzione. In Russia milioni di operai scioperavano e tumultuavano. In Austria le razze e le lingue si rinfacciavano con rinnovato furore il sangue dell’Arciduca ucciso a Serajevo. Ma tra il 30 di luglio e il 1º di agosto, in quarantotto ore, tutte queste turbolenze sono cessate, non appena la guerra è apparsa inevitabile. Perfino la Francia, il punto dell’Europa dove, per ragione storica e geografica, tutti i venti di discordia si incontrano e fanno vortice; la nazione nel cui seno hanno lottato e lottano il germanesimo e il latinismo, il protestantesimo e il cattolicismo, l’autorità e la libertà, il principio di qualità e il principio di quantità — per la prima volta forse nella sua storia, dai tempi di Giulio Cesare — la Francia è stata un cuore e un’anima sola.

Insieme con le discordie religiose e politiche, sono cessati quei dispetti e quegli sgarbi che la Ricchezza e la Povertà usavano da un pezzo scambiarsi, tanto per ingannare il tempo. Il socialismo è andato in caserma e ha indossate le armi, docile e pronto come un giovane coscritto arrivato allora allora dal villaggio. E neppure oggi, dopo dieci mesi di guerra, uccisi e feriti milioni di uomini, distrutte infinite ricchezze, capovolto interamente l’ordine di cose in cui eravamo vissuti tanti anni, nessun popolo belligerante grida ancora misericordia o mercè. La storia non aveva ancora sottoposta una così grande moltitudine di uomini a tal prova; e la prova è stata così bene superata che molti si sono messi a gridare al miracolo. Ma ogni cosidetto miracolo della storia è sempre una di quelle opere lente, che il tempo compie di nascosto e rivela poi a un tratto agli uomini, quando l’ha terminata. Anche di questo miracolo noi troveremo la ragione in quell’immenso rivolgimento che è incominciato in Europa dopo la scoperta dell’America e al quale così spesso abbiamo dovuto risalire, per spiegare i calamitosi tempi presenti: in quel rivolgimento che, mutando scopo alla vita, a poco a poco ha fatto il mondo — altro dei tanti effetti di quella immensa rivoluzione, da cui tutto il nostro vivere presente dipende — più uniforme e perciò meno discorde. Che la civiltà moderna sia più uniforme di quelle che la precedettero, è cosa notissima: chi paragoni l’America all’Europa, le parti dell’Europa più nuove alle più antiche, subito se ne rende ragione, per dir così, alla prima occhiata. Meno chiaro è invece ai più, come questa differenza proceda anch’essa dal trapasso dell’antica civiltà qualitativa nella nuova civiltà quantitativa. L’uomo non può sforzarsi ad una perfezione se non limitandosi, scegliendo una sola tra le innumeri perfezioni che può proporsi, appuntando verso quella tutte le forze dell’animo e della mente, ignorando od odiando le altre; perchè non c’è mezzo più sicuro di riuscir mediocre in ogni cosa, che l’innamorarsi e l’aspirare nel tempo stesso a troppe perfezioni diverse. La varietà, l’isolamento, la discordia sono perciò altrettante ragioni vitali di ogni civiltà qualitativa, che si proponga come fine una o più perfezioni: onde le infinite lotte religiose, artistiche, letterarie, morali, politiche che hanno turbato il mondo prima dell’epoca nostra. Oggi invece soltanto le lotte di razza e di lingua sono ancora vive e violente, là dove una razza è governata da un’altra che vuole farle mutare a forza patria e favella: ma le altre lotte — religiose, artistiche, letterarie, morali, politiche — si affievoliscono da mezzo secolo, così in Europa come in America — e perchè? Perchè a mano a mano che la quantità domina il mondo e gli uomini antepongono la conquista della terra alla bellezza, alla gloria, all’eroismo, all’onore, alla santità, come scopo, pregio e ragione della vita, le antiche differenze tra gli uomini, che in passato erano state cagione in Europa di tanti odî e di tante guerre, si scoloriscono e diluiscono. Sono, sì, anche nei nostri tempi in Europa, come un secolo fa, cattolici e protestanti, laici e preti, popolani e borghesi, borghesi e nobili, dotti e ignoranti, romantici e classici, conservatori e liberali, monarchici e repubblicani. Ma di tutte queste differenze gli uomini del nostro tempo appena si accorgono, quando si trovano insieme per conquistare i tesori della terra. In questa impresa una differenza sola importa e conta: l’abilità, lo zelo, l’attività. Protestante o cattolico, un artigiano, un impiegato, un ingegnere, un funzionario contano oggi nel mondo assai più per quel che sanno fare, che per le dottrine religiose che professano. Se i nobili conoscono ancora i bei modi e la buona creanza, la borghesia è ricca di energie che il mondo oggi cerca, perchè ne abbisogna, più che le principesche eleganze. Il popolo è certamente ancora rozzo e ignorante: ma dovrebbero perciò i grandi spregiarlo? Se la moltitudine non lavorasse infaticatamente o non spendesse facilmente il proprio salario, se stesse paga, come nel buon tempo antico, di guadagnar poco e di vivere poveramente, pur di non lavorare a lungo, le classi ricche non impoverirebbero forse anch’esse? Non è cosa difficile ai ricchi sentirsi tôcchi da simpatia umana per la plebe, in tempi in cui nella plebe essi possono amare se medesimi. La letteratura non è più la laboriosa gara di una perfezione ambita e ammirata; è un passatempo — o un’arma per le ultime lotte politiche e sociali, che ancora fervono nel mondo: purchè diverta o sia arma efficace, tutti i generi e tutte le scuole sono oggi buone, per un pubblico eclettico e volubile, il quale ha perduta perfino la nozione di quegli esempi di perfezione, a cui la letteratura aspirava in altri tempi. Monarchia e repubblica sono forme di governo che riposano su principî differenti: ma chi ha voglia ancora e tempo di lottare per uno di questi principî contro l’altro, in un secolo che vuol sopratutto accrescere la ricchezza del mondo? Le Repubbliche, i Regni e gli Imperi gareggiano oggi per far quattrini: la saggezza dunque consiglia agli uomini di badare ai propri affari e di accettare le istituzioni vigenti. Gli ultimi repubblicani superstiti si rassegnano nelle monarchie; e gli ultimi monarchici fedeli, nelle repubbliche.

Perciò da un secolo in qua, a mano a mano che l’uomo si è infervorato nella conquista della terra, trascurando per quella ogni altra impresa e ambizione, le nazioni di Europa e di America sono andate fondendosi in grandi masse abbastanza omogenee, nelle quali l’opposizione dei principî religiosi morali estetici propria delle civiltà precedenti, e le stesse differenze di regione, di classe e di razza, si sono sbiadite; e si è nel tempo stesso indebolito lo spirito di isolamento e di discordia. Per questa ragione molti accusano oggi i nostri tempi di ingrassare beatamente nel brago del greve materialismo in cui sono affondati, e di non pensare ad altro. Ma a torto: perchè due idee mistiche si sono diffuse nelle masse omogenee delle nazioni moderne e le legano insieme: patria e progresso. Sono idee molto semplici o che per lo meno possono essere semplificate in modo da avere facile adito anche nelle menti rozze ed incolte; sono idee piuttosto vaghe, tali cioè che non possono punto frenare, ma possono invece esaltare le passioni dominanti del tempo, e massime tra queste quell’orgoglio che abbiamo visto essere il più potente stimolo a fare che il secolo senta: l’idea del progresso anzi è, come vedemmo, addirittura contradittoria e incoerente: sono infine idee mistiche e trascendenti, perchè obbligano gli uomini a sacrificare il loro egoismo — oggi il piacere, domani la libertà, le opinioni predilette, i beni, talora persino la vita — a qualche cosa che li sovrasta, invisibile o adombrata nei veli di un sacro mistero. Se fino al primo giorno di agosto dell’anno 1914 tutti gli uomini si affaticavano dalla mattina alla sera per accrescere la ricchezza del mondo, godevano essi forse — i disgraziati — le ricchezze che creavano? Per quale ragione sosteniamo noi tanti carichi — e il lavoro incessante, accigliato, affannato, e il servizio militare obbligatorio per parecchi anni, e il pericolo continuo della guerra, e le innumerevoli e gravissime imposte, e i molti doveri civici — se non per promuovere questo mal definito progresso del mondo, che noi non sappiamo neppure che cosa sia precisamente; se non per creare delle ricchezze che il più spesso sono un peso e un tormento a ciascuno di noi? Questa epoca che ha fama di tanto pratica è mistica invece, mistica rozzamente e violentemente; e il popolo che sembra più pratico di tutti, l’Americano, è il più mistico, perchè più di tutti gli altri si affatica per creare ricchezze di cui meno gode.

Non calunniamo dunque i nostri tempi, se vogliamo capire la guerra europea e spiegarci le sue sorprese. L’improvvisa concordia in cui tutte le nazioni d’Europa si stringono, lo spirito di sacrificio di cui fanno prova, non sono un miracolo inesplicabile dalla ragione. L’Europa voleva la pace. Ma quando ha vista la Germania minacciarla, tutta in armi, unita e concorde, ha potuto opporre alla concordia tedesca la propria concordia e mettere in pochi giorni da banda le discordie religiose e politiche, perchè queste si affievolivano da un pezzo, venendone meno la ragione vitale; e perchè nella massa più omogenea delle nazioni si è diffuso il sentimento patriottico. A tutti i Governi fu facile, tanto più che la Germania ne aveva dato l’esempio, di ottenere nelle prime settimane della guerra il consenso unanime del popolo intero a tutti i sacrifici e a tutte le dedizioni; e di impadronirsi, con i potenti mezzi di cui lo stato moderno dispone, del corpo e dell’anima della propria Nazione così pienamente, che i pentimenti, che potessero sopravvenire in seguito, fossero inutili e vani. Ed ora tanti popoli sopportano con pazienza gli ineffabili sacrifici della guerra, sia perchè in tutti, specialmente in quelli che sono di una sola razza e che parlano una sola lingua, il sentimento patriottico è penetrato profondo nelle classi più numerose e meno colte; sia perchè si sono oramai legati gli uni con gli altri a combattere sino all’ultimo, in modo che nessuno si può sciogliere: gli aggressori per il puntiglio e la paura delle meritate rappresaglie, gli aggrediti per la necessità di difendersi, e la sete di vendicarsi.