Cosicchè la più felice delle conclusioni sembra balzare fuori da questo lungo discorso. Noi siamo nati davvero nel secolo d’oro annunciato da tante leggende e da tanti poeti! La dottrina del progresso non mente, anche se noi non la sappiamo ridurre in una definizione precisa! Il mondo progredisce davvero, poichè noi possediamo tutti i beni della terra: la ricchezza, la potenza, il sapere, la concordia, lo spirito di sacrificio; perchè noi sappiamo vivere in pace e sappiamo fare la guerra....
2. — Le due faccie del progresso.
Conclusione troppo felice e troppo pronta. La dottrina del progresso, a cui noi abbiamo sinora creduto, se non bugiarda, era ambigua; e con le sue ambiguità ci ha tratti in una difficoltà disperata. Allorchè viaggiavo l’America e la paragonavo al mondo antico nel quale avevo vissuto in ispirito tanti anni; quando scrivevo Tra i due mondi e preparavo quel discorso che tenni a Milano nel gennaio del 1914 e che è stampato in questo volume; allorchè affondavo e rivoltavo il coltello dell’analisi nelle innumerevoli contradizioni latenti entro l’idea di progresso quale noi la professiamo, e dalle vette di un’alta meditazione contemplavo ai miei piedi, con una specie di voluttuosa tristezza, il mondo immenso, tutto in moto e in affanno e in furore per cercar sempre qualche cosa di nuovo e di meglio, senza saper chiaramente quel che volesse; non supponevo che di lì a qualche anno o a qualche mese, una tal catastrofe doveva procedere da una di quelle contradizioni. Poichè chi voglia risalire la catena delle cause sino alle più remote, dopo essersi soffermato agli intrighi delle diplomazie, agli occulti disegni degli Stati Maggiori, alle ambizioni dei Governi, alle gelosie dei popoli, alle sobillazioni dei giornali, ai vaneggiamenti delle filosofie salariate, alle rivalità delle industrie e dei commerci, alle irrequietezze degli imperi cadenti, alle sofferenze delle nazioni oppresse, all’orgoglio, alle ambizioni, ai sogni della gente tedesca e a quella sua smania di oltrepassare sempre la meta raggiunta anche a rischio di smarrirsi nell’illimitato, dovrà giungere passo passo ad una delle tante contradizioni, in cui noi vivevamo da un secolo; alla contradizione suprema, che non abbiamo mai saputa sciogliere: a quella furia di accrescere la potenza dell’uomo, senza distinguere tra la potenza che crea e la potenza che distrugge. Quando la scienza scopriva qualche nuova diavoleria; quando l’industria costruiva una macchina più veloce e potente; quando contavamo le nostre ricchezze e scoprivamo che erano cresciute, noi gridavamo che il mondo progrediva. Non si era il secolo nostro proposto di conquistare la terra con il fuoco e con la scienza? Ogni passo che ci avvicinava a questa meta lontana non doveva considerarsi — e la stessa ragione filologica non ce ne faceva avvertiti — come progresso? L’Europa e l’America avevano dunque progredito lasciando le antiche diligenze per salire nei treni, le navi a vela per salire nei piroscafi; avevano progredito inventando il telefono, il telegrafo, l’automobile, l’aeroplano e il dirigibile; accumulando cognizioni e mezzi quanti bastavano a debellare l’istmo di Panama, che aveva vinto trent’anni fa il Lesseps: avevano progredito, fabbricando le macchine che falciano, vagliano e misurano il grano, che arano e seminano, che cuciono le scarpe e battono i chiodi e fanno, rapide come il lampo, tante altre operazioni, per tanti secoli lasciate alla piccola e tarda mano dell’uomo.
Nè basta. Conseguente a se stesso e al suo modo di intendere il progresso, il nostro tempo celebrò come le virtù più nobili la laboriosità, la disciplina, l’obbedienza, il coraggio, l’energia, lo spirito di iniziativa e di novità, l’ambizione e la sicurezza di sè; come eroi i self-made-men, gli inventori fortunati e sfortunati, i pionieri di tutte le aspirazioni, gli iniziatori di rivoluzioni nell’arte, nell’industria, nella religione, nella banca, nella moda e nella politica. Ma i tempi non hanno fabbricate solo delle ferrovie, delle navi, degli aratri, delle trebbiatrici, dei vagli velocissimi, preparato dei farmaci meravigliosi, accese delle luci sfolgoranti, trovata la via di parlare e di scrivere attraverso lo spazio. Hanno anche fabbricati fucili, cannoni, corazzate, polveri cento volte più potenti e micidiali che quelle di cui si servivano i nostri nonni e bisnonni. Hanno ingrandite e abbellite le scuole, gli ospedali, le biblioteche; ma di quali atroci ordigni non hanno anche armati i più grandi eserciti che la storia abbia visti! Dovevamo andar noi fieri anche di questi progressi come di quelli? Domanda spinosa tra tutte! Rispondere di sì, voleva dire venerare, alla foggia hegeliana, la distruzione come la creazione; adorare sullo stesso altare Dio e il Diavolo. Ripugnava ad un’epoca che ha creduto nella bontà della natura umana, che si è tanto affaticata per accrescere la ricchezza del mondo. Ma a rispondere di no, occorreva sciogliere gli eserciti, sopprimere le monarchie che ne stanno a capo, rifar la carta dell’Europa, mutare profondamente lo spirito dello stato moderno. L’Europa non se ne sentiva la forza; e quindi ha prescelto non rispondere nè si nè no; contentarsi di una definizione del progresso vaga quanto bastava perchè potesse abbracciare la pace e la guerra, la violenza e il diritto, la vita e la morte, gli aratri a vapore e i mortai a motore, il siero antirabbico e la melinite; non ha osato decidere se l’audacia, lo spirito d’iniziativa e di sacrificio, il coraggio e la perseveranza fossero egualmente da ammirare, sia che l’uomo li adoperasse nelle lotte contro la natura o per conquistare terre ed imperi, in guerre di aggressione e in guerre di difesa. Sempre ha tentennato tra il sì e il no; gli uni dicendo di sì, gli altri di no.... Il secolo voleva la pace; ma quando si è accinto a predicarla, subito si è scoraggito a vedere su tante faccie di soldati, di filosofi e di politici tanti ironici sorrisi; e pieno di vergogna non ha osato neppure — esso il secolo che tutto aveva osato, anche rivoltarsi a Dio e rivedere le bozze della creazione — ripetere quello che San Tommaso aveva asserito a fronte alta e senza esitanza in mezzo alle barbarie del medio evo: che la guerra è lecita solo se è fatta per una causa giusta e senza prava intenzione.
E così venne il giorno in cui la Germania ha appiccato il fuoco ai quattro canti dell’Europa. Essa ha avuto questo coraggio incredibile, perchè tra tutte le nazioni di Europa ha più intrepidamente confusa nel progresso la distruzione e la creazione e affermato che una nazione deve sforzarsi di essere grande in pace e in guerra, che l’imporre con la forza e con il terrore agli altri uomini la propria volontà non è minor merito e gloria che il debellare la natura e sforzarne i segreti tesori. Le vittorie del 1866 e del 1870, il rapido sviluppo delle industrie, il grande incremento della popolazione e della ricchezza, quel difetto di «senso umano» e di misura che è proprio del pensiero tedesco, la febbre d’orgoglio, di ambizione, di cupidigia che l’assalse negli ultimi anni, spiegano come la Germania abbia potuto violentar due principî così opposti entro una definizione ibrida e contradittoria, e creare alla rinfusa strumenti di vita e strumenti di morte; moltiplicare officine e caserme, navi mercantili e da guerra; voler essere una immensa officina e un immenso accampamento, servendo una mostruosa e doppia divinità del Progresso che incitava gli uomini a diventar più ricchi e più temuti, più sapienti e più minacciosi, più laboriosi e più violenti. Finchè un giorno, essendo giunta al sommo della prosperità e della potenza, si è creduta anche al sommo della forza, e allora ha sfidato ad un duello mortale tre dei più grandi imperi di Europa. E la terribile carneficina è incominciata; nè si può prevedere quando avrà fine, la guerra europea sembrando differire da quante la precedettero precipuamente perchè non ha limiti: nè nello spazio, nè nel tempo, nè nel modo.
3. — Una guerra senza limiti.
Nelle guerre precedenti, anche nella guerra del 1870, solo una parte della nazione aveva combattuto: la parte giovane, valida e già istruita alle armi. In questa guerra già parecchie tra le maggiori nazioni belligeranti non badano più, per far numero, nè alla età, nè alla debolezza, nè alla impreparazione, nè alle condizioni di famiglia: ogni uomo capace di imparare in poche settimane a maneggiare un fucile è preso e mandato alla guerra: anzi si può dire che perfino i vecchi e le donne siano stati mobilizzati, perchè quelli che non combattono negli eserciti, sostituiscono nelle opere civili i combattenti, curano i feriti, aiutano le famiglie orbate del capo. È il caso di chiedersi se la guerra europea non sarà terminata da giovinetti imberbi e da vecchi canuti. Era sembrata cosa unica e immensa che nella guerra della Rivoluzione e dell’Impero tutta l’Europa avesse prese le armi: questa volta combattono l’Europa, l’Asia, l’Africa, l’Australia; e chi si meraviglierebbe, se dopo la Turchia e l’Italia anche gli Stati balcanici prendessero le armi; e se un giorno fossero, se non dichiarate le ostilità, rotti i rapporti diplomatici tra la Germania e gli Stati Uniti? Quando la guerra scoppiò, tutti pensammo che più di tre mesi non poteva durare: dieci mesi sono passati, chi osa più sperare che non debba durare un pezzo ancora, almeno se non interviene un miracolo? Già tutti gli Stati preparano la seconda campagna invernale. Pur essendo certo che anche la guerra europea, come ogni altra cosa al mondo, avrà quando che sia una fine; pur apparendo probabile che debba terminare con uno scioglimento subitaneo e inaspettato, nessuno, per quanto aguzzi gli occhi, riesce a scorgere innanzi a lui quel limite insuperabile verso il quale pure cammina e al quale avrà fine anche questa nuova pazzia delle genti umane. Nè si vede quale sia il limite a cui voglia finalmente dar di freno al furore una delle parti belligeranti, quella che sembra essersi proposto di combattere senza riconoscere nè leggi, nè convenzioni, nè regole, nè principî o di pietà o di umanità o di qualsivoglia altra natura....
Neppure la leggenda aveva mai sognato quello che oggi i nostri occhi vedono: nè tante miriadi di combattenti, nè tante e così lunghe battaglie, nè tanta mole di strumenti mortiferi, nè tanta distruzione di vite e di averi, nè tanto accanimento e furore di animi. Viviamo in un secolo che è il più potente tra quanti sono apparsi sulla terra; ma che non vuole nè freni nè limiti e quindi non ha discernimento: crea e distrugge, fa il bene e fa il male, secondo l’interesse o le circostanze o il mutabile umore lo spingono e sempre a modo suo, cioè in grande. Per tre generazioni aveva atteso a colonizzare nuove terre, ad aprire nuove vie, ad accrescere la ricchezza, gli strumenti e il sapere, a istruire e a disciplinare la moltitudine; e aveva fatti prodigi di bene. Ma quando, preso da subita follia, ha volte le sue forze alla distruzione, ha compiuto tale uno sterminio, un flagello, un orrore che per secoli gli uomini allibiranno al ricordo. Le stesse virtù di cui l’Europa ha saputo far mirabile prova — la concordia, il patriotismo, lo spirito di sacrificio — non sono proprio le ragioni per cui la guerra dura così ostinata e terribile? Tedeschi, francesi, belgi, serbi, russi, austriaci da dieci mesi combattono: ora vincono gli uni ora gli altri; milioni di uomini sono caduti; eppure la guerra continua: perchè? Perchè non eserciti e Stati guerreggiano oggi, ma popoli tutti egualmente risoluti a vincere, a qualunque prezzo, perchè tutti esaltati da quella mistica idea della patria, che negli uni infiamma l’orgoglio ed esalta la prepotenza, negli altri esaspera il risentimento dell’aggressione e quindi l’ardore della vendetta. Perciò le sconfitte e le vittorie non sono mai decisive; ed è forza sempre ricominciare. Le battaglie che non riescono — e quelle che ci riescono sono poche — ad annichilare le forze di uno degli avversari, non operano se non per l’impressione che fanno sulle menti: un popolo può dunque essere sconfitto non una ma dieci volte, senza essere vinto, sinchè non disperi della vittoria. I Romani antichi l’hanno provato in cento guerre. Non c’è forse popolo che abbia subite più disfatte e vinte più guerre.
Ci eravamo dunque troppo illusi gloriandoci che la nostra civiltà fosse la più perfetta tra tutte quelle che l’avevano preceduta? Parrebbe. A tutto c’è compenso nella vita. Certo gli uomini del medio evo erano molto più poveri, più rozzi, più ignoranti di noi; non potevano viaggiare in ferrovia nè volare, nè navigare sotto l’acqua; ma non imaginavano neppure gli orrori a cui oggi l’Europa assiste queta queta, quasi indifferente: città incendiate, milioni di uomini trucidati, fatti a pezzi, bruciati vivi, polverizzati da esplosivi infernali, navi che in pochi minuti sprofondano con gli uomini, bare immani di vivi. Onde l’Europa era nel 1315 un paradiso, a paragone dell’Europa quale è nel 1915: meraviglioso effetto di sei secoli di progresso, del quale hanno oggi ragione di sorridere ironicamente i cinesi, gli indiani, i musulmani e tutti i popoli che così leggermente avevamo maltrattato di barbari; e del quale del resto anche molti europei oggi dubitano amaramente. Quanti si chiedono ogni giorno, scuotendo il capo, se questo, proprio questo è il celebrato progresso del secolo! Tirar via e oltrepassare la domanda in silenzio come tutti avevamo fatto sinora, slanciandoci nel folto dell’azione e quasi pretendendo rispondere, non con parole ma con le opere, non si può più, se volendo progredire senza perdere tempo a chiederci che cosa è il progresso e scambiando per progresso vero tutto quel che lì per lì giovava e piaceva, ci è capitato di dover fare in pochi mesi un gran rogo dei tesori accumulati in molti anni, noi che ci gloriavamo tanto di accrescere la ricchezza del mondo; e di dover assistere freddi alla strage di milioni di giovani, noi che ci eravamo sentite viscere fraterne perfino per i muli, i cavalli ed i cani! Le moltitudini hanno diritto di chiedere alle classi che in nome del progresso le hanno condotte a questa prova, se esse sono state ingannate; i cinesi, gli indiani e i musulmani hanno ragione di chiedere se anche la guerra europea è prova di quel meraviglioso progresso, nel quale noi crediamo con tanta fede e che vogliamo imporre con la forza anche alla loro rassegnazione. E quanti sono oggi sicuri, proprio sicuri, che i tempi, impauriti e inorriditi, non risponderanno rinnegando come una menzogna il progresso di cui l’Europa si vantava?