— Scommetto che tu lo conosci, — ella disse, dopo aver lungamente riflettuto. — Anzi, so benissimo che lui conosce te.

— Cosa dici? — fece Arrigo impaurito.

— Non temere: non gli ho mai detto chi sono veramente. Abbi fiducia in tua sorella: ti ripeto che non sono sciocca, io...

— Ma dimmi dunque chi è questo tale!

— Il nome non te lo posso dire. È uno che ha cominciato con venirmi dietro per istrada; un giovine distinto, con la faccia pallida; è alto quasi come te: molto elegante.

— Sì, e poi?

— E poi niente. M’è corso appresso durante un mese; mi aspettava ogni giorno. È timido. Poi ha cominciato con salutarmi; una volta finalmente s’è fatto coraggio e mi ha parlato.

— E tu?

— Io?... Niente. Ho tirato innanzi. Mi ha chiesto di potermi scrivere una lettera. Io, per curiosità, e per levarmelo d’attorno, gli ho detto che mi scrivesse fermo posta e gli ho dato un nome falso. Prima venne una lettera, poi due, tre, quattro... una tutti i giorni alla fine.

Entrò Filippo con il vassoio del tè.