Egli finse di non ascoltare, prese un tono d’indulgenza e di protezione, quasi volesse accontentare i capricci d’una piccola bimba.

— Ci voglion anche altre scarpine; le tue son belle ma non vanno per sera.

— Eh, lo so!

— Falle fare.

— Sì. Mi piacciono d’un certo cuoio che ha un colore tra il viola e l’oro, finissime. Le ho vedute in una vetrina. Piacciono anche a te?

Agitava il suo piedino, parlando.

— Sì, certo.

— E le calze? ti piacciono le mie calze? Guarda.

Lì, com’erano, quasi abbracciati, ella protese la gamba fin su l’orlo del letto e rimboccò la gonna lestamente sopra la caviglia nervosa. Eran calze a traforo, di finissimo filo, con la freccia che s’aguzzava su la rotondità del polpaccio. Egli fece l’atto di carezzare quella caviglia, sopra la calza fina, su la bianca trasparenza della sua nudità, quella caviglia che usciva troppo scoperta fuor dalla balza di seta. Ma si trattenne come intimidito, e nel silenzio che pendeva, dolcemente si sciolse da lei, dolcemente la respinse.

— Ti piacciono? — ella domandò ancora, col suo sorriso di fanciulla e di femmina.