Ella non rise, non si mosse; qualcosa, come un brivido che le prendesse tutta la persona, si propagò, si moltiplicò in lei. Con ebbrezza, in quell’attimo, si sarebbe lasciata baciare.

Una pendola nell’altra stanza battè l’ora. In quel silenzio torbido i rintocchi parvero quasi un avvertimento.

— Le otto e mezzo, — disse Arrigo scotendosi. — Fa presto, se ci tieni ad arrivare in principio.

— Sì, passami l’abito.

Egli lo prese dal letto, con una esperienza che pareva singolare in lui, lo aperse in guisa da non guastare la sua bella pettinatura e glielo fece passare sovra il capo senza scomporle un ricciolo.

— Vòlgiti, che t’allacci, Lora.

E andarono davanti allo specchio. Era un abito color di malva, con guarnizioni di color viola cupo, trasparente intorno al collo. Non era che un velo, di quella garza morbida e lieve che i francesi chiamano «crêpe de Chine»; ma la fasciava strettamente, come una guaina, drappeggiandosi appena intorno alla ricchezza del petto e nella sinuosità del grembo, sopra le ginocchia. Quando l’ebbe indosso, Loretta si mise a ridere per la gioia di sentirsi così bella, e tutta una vita nuova le si schiuse dinanzi, con quell’abito nuovo.

— Sfido io che paion tutte belle certe signore che conosci tu! Sapendosi vestire, non è difficile!

Mirabile pareva, in quel viola che ammorbidiva il suo biondo, in quella stretta fasciatura che sembrava la denudasse intera nella sua più scultoria bellezza. Egli la guardava mutamente, con una ferma luce nelle intense pupille, che parevano scoccarle addosso tutto il fuoco d’un desiderio contenuto.

— Sei magnifica! — le disse. — Veramente sei ammirevole! Si parlerà di te domani.