— È probabile: la gente pensa molto spesso il male.
— Questo mi diverte! — esclamò Lora. Poi si mise a riflettere. — Tu credi che ci assomigliamo? — domandò al fratello.
— Non credo.
Ella gli prese il braccio e si lasciarono portare dal trotto stanco del cavalluccio, che ogni tanto scalpitava sotto una frustata.
Era la prima della Carmen quella sera. Giunsero che lo spettacolo era cominciato appena ed entrarono a teatro semibuio nel palchetto di prima fila. Il senso enorme della folla oppresse il cuore della fanciulla; per un momento i suoi occhi non videro che un abbaglio meraviglioso. Tutte le favole della terra, tutto ciò che il mondo aveva di morbido come la piuma, di lucido come il gioiello, di fragrante come il fiore, di splendido come la bellezza, d’inebbriante come la musica, di tormentoso come l’amore... tutto per lei si radunava nella sala di quel teatro. Se nel suo bianco letto di vergine aveva sognato ad occhi aperti, ecco era il sogno; se dalla piccola bottega aveva desiderato di respirare quell’aria intensa e torbida ove le fate del vizio dissolvono qualche prestigiosa polvere d’oro... ecco la respirava; se aveva mai voluto splendere, ecco, e splendeva.
Una sensazione d’irrealità le alitava intorno alle guance calde; sentiva la sua propria bellezza viverle intorno come un’altra veste più rara, intessuta di stelle. Sentiva nel suo cuor femineo la possibilità di piacere, quella possibilità che racchiude ogni più squisita gioia per la donna, quella consapevolezza che la inebbria come un liquore vivificante.
Già nei palchi vicini era nata una curiosità sommessa; dalle poltrone sottostanti, tra il correre d’un bisbiglio discreto, qualche canocchiale puntava su la bella sconosciuta il fuoco delle sue lenti curiose.
Quella sera il teatro, come un paniere traboccante, fioriva di bellissime donne, che, scollate, ingioiellate, loquaci, pendevano dai palchi e gremivano la platea con un desiderio manifesto d’essere adocchiate. Egli le conosceva quasi tutte, le aveva frequentate, corteggiate, era stato l’amante di alcuna.
Di fronte a loro, nel suo palco di seconda fila, c’era donna Claudia del Borgo, ancor bellissima in quella luce, con la sua cuginetta romana, la piccola Isabella Ventamura, che aveva di recente ottenuto l’annullamento d’un matrimonio quadriennale con il suo grazioso e biondo consorte, il visconte d’Amboissières. Cattolicissima e guelfa, questa piccola dama non amava che i grandi prelati, e, dopo un Vicepapa Nero, si era scelta come direttore spirituale un lussuoso Cardinale di Curia, che il fumo d’un Conclave Apostolico avrebbe forse destinato al triregno. Nel frattempo il visconte consorte si dilettava di certe leggiadre usanze alemanne, le quali avevano permesso di ritrovare nella piccola Isabella quella «intacta virgo» sì rara, cui molto indulge la buona Casa di San Pietro.
Donna Claudia portava un abito di velluto scuro che le modellava squisitamente il busto; aveva tra i capelli un diadema, lucido e greve come una corona. C’era nel palco Antonello Musatti, di cui donna Claudia s’era intenerita il giorno che l’aveva veduto rotolare sotto il cavallo in un concorso ippico.