Nel palco della duchessa di Benevento ci si annoiava con molta eleganza: però don Antonino Vernazza e Max della Chiesa le facevan la lor visita di dovere, per non essere dimenticati a’ suoi pranzi trimestrali. Il palco degli Altomarini era vuoto, e ciò si notava da tutti. Gli Antelmi ne occupavan tre di séguito, con quattro nuore in facciata, due incinte, due vestite assai male, un mucchio di suocere a ridosso, e tutto il parentorio nel buio.

I Mazzoleni, che misturando profumi e spacciando saponette s’eran guadagnati di che comprarsi un marchesato feudale, tenevan corte rumorosa; uomini e donne troppo fiammanti ancora, con le sete i brillanti e gli sparati che luccicavan oltre misura.

C’erano tutte l’altre, tutti gli altri, che andavano famosi nella città per casato, per bellezza e per censo; e v’era, in un palco di terza fila, con la sua figlia giovinetta, stranamente dissimile da lei, la soave Clara Michelis, così bianca nel finissimo abito nero, poggiata il gomito nudo sul parapetto di velluto e vivendo intera nell’ombra che le faceva su la fronte, su la nuca, la sua capigliatura soavissima. Questa pareva potersi disciogliere per una piccola scossa, come se un nodo solo, pur lieve, la tenesse raccolta in quel gran volume. Aveva ella nei polsi, nelle giunture, nelle spalle, in ogni singolo tratto del suo viso, un non so che di estremamente stanco e fragile, quasichè il suo corpo fosse uscito appena da un bagno voluttuoso, che l’avesse oltremodo stremata. Nuda, si sarebbe ravvolta bene in un velo funebre; era di quelle figure vanevoli che talora si vedon nei quadri, curve dolcissimamente sopra l’agonia d’un uomo giovine; tutta la sua bellezza era nelle pieghe del suo corpo, ne’ suoi lenti movimenti, nelle sue fine ombre; pur quand’era silenziosa, lasciava intendere che avrebbe una voce soave; pur stando ferma e raccolta, mostrava che avrebbe camminato senza romore.

Qualchevolta, nel mezzo d’un bosco, sopra l’acqua opaca d’uno stagno, nasce come per miracolo uno di que’ meravigliosi fiori bianchi, irraggiungibili perchè navigan col vento, che hanno in sè la solitudine, la tristezza, la malattia delle cose circostanti; non li alimenta la terra ma l’acqua ferma, piena di raggiere: così ella pareva essere, nell’ombra del suo palco e sotto il peso de’ suoi capelli oscuri.

Arrigo la vide, s’accorse d’esser veduto, e rapidamente i loro sguardi si evitarono. Benchè le avesse detto: «Forse accompagnerò mia sorella in teatro una di queste sere,» — tuttavia quello sguardo lo molestava singolarmente, quasi ch’ella potesse, anche lontana, indovinare i suoi più nascosti pensieri. Poichè ormai quell’amante non più del tutto giovine lo amava d’un amore voluttuoso e triste, rifugiava in lui perdutamente l’ultima, l’unica passione della sua vita.

Ed ora non lo amava più come al tempo in cui, nel salotto semioscuro, ella si dilettava di tormentare insidiosamente la sua rabbia virile; non più come quando ella cercava nell’amante uno svago alla sua lunga noia od una scossa quasi brutale a’ suoi sensi viziati; non più per incuriosire le chiacchiere mondane, per contenderlo ad un’amica, per avere intorno alla propria sottana quella furtiva e lasciva scaltrezza d’uno che la voglia slacciare; ma perchè nel suo cuore di donna era nato l’estremo, il più forte bisogno d’appartenere e di possedere, la voglia istintiva di carezzare, d’avvolgere, di proteggere, di vivere in un’altra vita, di sacrificarsi per un’altra felicità, quella voglia inimitabilmente bella che dal suo profondo senso materno la donna irradia talvolta, come un grande miracolo, nell’amore.

Così non era per lui possibile nascondersi a quegli occhi attenti; essi penetravan senza rimedio fin nei più nascosti rifugi dell’anima sua. Nei giorni lieti, baldanzoso ed oblioso, egli se ne stava lontano; ma nei giorni di tristezza, una voce, buona per lui come nessun’altra voce umana, lo richiamava in quella casa fedele, ove presso l’uscio vegliava sempre una dolce anima piena di perdono. Quand’egli era percosso dagli altri, quelle mani timide sapevan esser così lievi nel medicare le sue ferite; quando tutto il resto pareva perduto, c’era sempre in quella casa un focolare vigile, c’era un’amante innamorata come il primo giorno, ch’egli vedeva impallidire della sua più fredda carezza, c’era quasi una sorella e quasi una madre che l’aspettavano per dirgli: «Dammi il tuo dolore, ch’io ne soffra, e porta via con te questo sorriso che nasconde le mie lacrime...»

Forse così egli pensava e per questo non ardiva guardarla. Ma l’atto finì tra uno scroscio d’applausi; da tutte le lampade simultaneamente un’ondata di luce si rovesciò nella sala. Sopra il canto cessato corse il frastuono della platea, il cicaleccio dei palchi, fra un’agitarsi di ventagli, un rimuoversi di gente che s’alzava, mutava posto, si raggruppava.

Ognuna ebbe cura di parer bella quanto più poteva, ben sapendo che gli occhi delle rivali avrebbero saputo accorgersi anche de’ più lievi difetti. Gli uomini, dandosi una rassettata alle falde, si levavan su dalle comode poltrone per adocchiare intorno; i galanti facevan visite, gli innamorati guardavano la lor bella, i pettegoli ficcavano il naso nelle cose altrui, i disoccupati se n’andavano a fumare.

Loretta era bene in vista, come un frutto esposto in un bel paniere; non aveva gioielli, tranne la sua giovinezza, che l’adornava meglio di cento collane. Dall’alto, alcuno fra i Mammagnúccoli già l’aveva scoperta, e súbito se ne fece un gran discorrere. Chi era mai «quella nuova» con il del Ferrante? Tutti sapevano del suo legame con Clara Michelis; ella stessa era inoltre in teatro; dunque chi era mai? Forse una rottura? Chissà? Ma era bella, quest’altra, molto bella! E giù in fretta per le scale, affacciandosi agli sbocchi della platea per meglio vederla. Qualcuno giunse fin sotto il lor palco, per interrogare con uno sguardo Arrigo e raccoglierne un segno che spiegasse qualcosa. Ma invano. Da tutte le parti ora si guardava; i commenti eran visibili, quasi molesti; e Loretta sopportava con una bella spavalderia quel battesimo del fuoco.