Entrò nel palco una fioraia, incipriata e imbellettata come un pastello, vecchiotta, però ancor promettente, co’ suoi capelli a torre adorni di nastrini e con la bocca esageratamente rossa. Sorrise al del Ferrante, poi offerse a Loretta un mazzo di rose gialle.
— Vedete, Clelia, questa è mia sorella, — disse Arrigo affabilmente.
— Oh, signorina!... — esclamò la fioraia, con la sua voce di falsetto, sprofondandosi in una riverenza da vecchia maestra di ballo. E si ritrasse, lasciando lì un suo benevolente sorriso, viscido come una lumacatura.
— Come? Non le dài nulla? — osservò Loretta.
— Eh, via, la si paga una volta ogni tanto...
— Povera donna! Deve guadagnar poco.
— Certo, coi fiori poco. Ma i fiori non sono che il suo biglietto da visita. Vedi, le ho detto che sei mia sorella, così fra dieci minuti tutto il teatro lo saprà.
— Ah?... sei furbo! — ella esclamò, tuffando il viso entro il mazzo di rose.
Nel ridotto, ne’ corridoi, nell’atrio, su per le scale, nei camerini, dappertutto dove poteva essere un Mammagnúccolo, si parlò della bella ragazza che stava con il del Ferrante in un palco di prima fila. Nessuno immaginava chi fosse, nè tanto meno la ravvisavano, se pure alcuni l’avevan qualche rara volta incrociata per la strada. La Clelia, infiorando occhielli, s’era forse dimenticata di seminare questa notizia.
Verso la metà del second’atto Arrigo vide il Giuliani affacciarsi dall’alto al parapetto del palco.