Rafa non aveva molti vizi; benchè ricchissimo, non conduceva una vita del tutto sfaccendata; s’occupava delle sue terre, amministrava il patrimonio familiare, si dilettava di politica, forse per un’ambizione lontana. Pur amando la compagnia de’ Mammagnúccoli, non giocava, non ismodava nel bere, non sprecava le notti in vani bagordi; solo era d’una debolezza quasi puerile con le donne che a lui piacessero, e se n’accendeva sino a diventar ridicolo, sino a dimagrar d’amore. Ma questo capriccio per la sorella d’Arrigo aveva superato ogni altro accendimento.
A un certo punto il suo malessere divenne così acuto, che preferì andarsene dal teatro per scriverle una concitata lettera. Ma quando fu nella strada, pensò che lo spettacolo stava per finire ed ebbe la tentazione di rivederla. Tornò nell’atrio e attese.
Presto la vide; scendeva dallo scalone a braccio del fratello, parlando con lui, ridendo. Era un poco accesa in volto; i suoi dentini scintillavano fra le labbra rosse. Quel mantello di raso, con il cappuccio ed il fiocco, gettatole sopra a guisa di scialle, raccolto, insieme con la gonna, entro il suo pugno inguantato, le dava quel non so che di voluttuoso e d’impertinente che han nella nostra memoria i domini veneziani, que’ domini furtivi che una gondola nera traghettava di palazzo in palazzo lungo i canali taciturni. Per una invidia inspiegabile si nascose, per una gelosia malsana li spiò.
Salirono in vettura, scomparvero.
Volevano cenare senz’essere in balia di sguardi curiosi, e scelsero un ristorante fuor di mano, dove per lo più non bazzicava gente conosciuta.
Allora, davanti alla cena imbandita, allo Sciampagna che raggelava nel secchio di ghiaccio, il fratello e la sorella, come due timorosi amanti, si sentirono felici. Quella felicità che invade il corpo e lo spirito quando comincia l’amore, quella gioia che si propaga fino alle più piccole cose e mette un velo di bellezza sopra le mille immagini che incendiano la fantasia.
Ella era tutta ebbra, tutta viva del suo piccolo trionfo; si era sentita bella, si era sentita salire intorno il desiderio degli uomini come una ventata calda, e tutti avevano parlato di lei, di lei che appariva per la prima volta. Quella vita lussuosa e gioconda che aveva tante volte sognata nel suo lettuccio d’inquieta vergine, pareva cominciasse con un buon auspicio, con una vittoria facile. Era donna, intimamente donna, e sentiva il valore di queste piccole cose.
Se qualchevolta, recandosi ai convegni del suo persecutore, s’era sentita vergognosa d’una veste un po’ dimessa, d’un cappellino appena sopportabile... ora non più; se aveva temuto qualchevolta ch’egli scoprisse in lei null’altro che una piccola bottegaia... ora non più; se c’era stato forse, nella tenacità con cui s’era difesa da quell’uomo, il rammarico di non potergli mostrare una biancheria tutta di pizzo e di lino, ed il pensiero insomma ch’egli avesse potuto paragonare le sue calze, il suo busto, la sua camicia, con quelle d’altre amanti raffinatissime... ora tutto questo, che tutela sovente l’onestà d’una fanciulla, poteva non essere più. Sapeva d’averlo abbagliato, e benchè non l’amasse, ne andava orgogliosa. Non si sarebbe mai più sentita umile davanti a lui, non si sarebbe mai più tenuta per uguale delle sartine, dietro cui si sguinzagliano a frotte, in una caccia economica ed accanita, i donnaioli della buona società.
Ella doveva questo al fratello, non ad altri che a lui. Ma c’era nella sua riconoscenza qualcosa di più che un’ambizione. Lo stare con lui le dava un piacere singolare; ch’egli la trovasse bella, che le dicesse una frase gentile, questo la lusingava più che l’adorazione di Rafa, più che l’omaggio di chicchessia.
Poi, oscuramente, si sentiva desiderata da lui, e questo desiderio vinceva lei pure, talvolta la soffocava un poco, le dava quasi uno spasimo, quasi una voglia irragionevole di abbandonarsi nelle sue braccia. Non le pareva più affatto che fosse il suo fratello, l’Arrigo di cui si ricordava bambina; ma un altro, ch’era poi scomparso, ed ora tornava, trasfigurato, dopo esser stato ad imparar l’amore nelle alcove dei palazzi, a far piangere le cortigiane, a ingelosire i gentiluomini; un altro, che le donne belle e ricche avevano coperto di baci, lasciandogli su la bocca un profumo che l’avvolgeva di tentazione.