Salirono su per le scale, mal rischiarate dalla luna che imbiancava i gradini, tenendosi a braccio, avendo per tutte le vene diffusa la dolcezza del loro colpevole amore. Egli la portava quasi, e la sentiva, tutta ebbra, tutta calda, palpitare contro di sè.
Si sapevano soli, sapevano che il loro peccato sarebbe sepolto in una notte d’oblìo.
Egli aperse l’uscio; entraron a tastoni, nel buio. Ed entrambi amarono quel buio, quell’ombra in cui sentivano d’essere vicini, avvinti alla divina colpa, senza riconoscersi più. Egli la trattenne, si appoggiò con tutta la persona contro la sua persona; sentì che il suo morbido corpo femminile, pieno di brividi, gli si avvolgeva intorno come per stringerlo in una carezza sola.
— Loretta... — mormorò egli pianamente. E non seppe dire che il suo nome, più volte, con una voce paurosa.
Erano soli, nel pericolo della notte; li vestiva l’oscurità, li avvolgeva il silenzio della casa invigilata. E fra quel buio, tra quel silenzio, indugiavano con ebrietà, come nel tepore d’una coltre voluttuosa.
Ella si sentiva stanca, deliziosamente stanca; aveva bevuto un po’ troppo Sciampagna, ed or le ronzava dentro il cervello qualcosa d’inconsueto, come un turbinio di farfalle, di continue farfalle, bianche e nere. La sua bella e forte giovinezza era tutta un palpito di vita che soverchiava il suo piccolo cuore. Sentiva ondeggiare, fremere, intorno alle sue narici trasparenti una calda vampata, un soffio di profumi torbidi; le sue reni snelle avevan quasi la voglia ostinata di flettersi in uno sforzo doloroso e rappacificante contro la gagliardìa d’un petto virile. Le pareva che la musica d’un’orchestra pazza cantasse, cantasse dentro di lei, senza tregua, una canzone scapigliata; le pareva in quel buio di veder tutti i colori, di respirare tutti i profumi, di patire una gioia senza nome, di godere una sofferenza infinita... e davanti a’ suoi occhi ripassavano densi turbini di farfalle, di continue farfalle, grandi e piccole, bianche e nere.
La sua verginità non era più che un brivido, una cosa infinitamente sottile, infinitamente vicina al peccato.
In lui era stato dapprima un fatto oscuro, impreciso, una di quelle sensazioni ambigue che attraversano lo spirito come baleni, e pur vi lasciano un solco. Nel suo cuore sensuale e forte, questa idea furtiva s’era infiltrata scivolando, come una piccola donna fasciata di veli tra una schiera d’uomini irti d’armature.
La colpa gli era penetrata nell’essere insidiosamente, senza lasciargli tempo di riflettere, come la sopraffazione di un profumo voluttuoso, come l’ubbriachezza d’una bevanda forte. A lui, ch’era consumato e cinico nelle scaltrezze dell’amore, aveva dato certe sensazioni vaghe, certe paure, certi fremiti, come si hanno talvolta, quando balena la possibilità di una gioia superiore alle nostre forze. Era il primo de’ suoi desiderii ch’egli non avesse osato guardare in faccia, la prima frode che lo avesse impaurito.
Perciò bisognava togliersi da quel buio, da quella molle tenebra che li fasciava, rompere quel silenzio, distruggere quella dolcezza mortale.