Con un gesto nervoso Arrigo si contorse le mani e cominciò a camminare. Fischiettava piano piano, fra i denti, come per mordere la sua canzone. Si guardava la punta delle scarpe lucide che leggermente scricchiolavano sul tappeto. Poi di botto si fermò presso la finestra chiusa, ne aperse un’imposta, poggiò la fronte contro il vetro e stette a guardare.
Fuori, la luna imbiancava le muraglie con il suo chiarore fantastico, gettando qualche lunga ombra da un comignolo all’altro, balenando su le grondaie.
— Rigo, — disse la sorella dall’altra camera — perchè stai lì?
Egli non rispose.
— Rigo!... — ripetè la sorella con una voce impaziente, — vieni dunque!
Egli s’affacciò all’uscio e rimase fermo sul limitare. Ella s’era cambiata in fretta le scarpe, la sottana, s’era messa la camicetta e stava ora abbottonandola. Ma s’interruppe nel mezzo, gli corse vicino e gli buttò le braccia al collo.
— Che hai? Cosa ti ho fatto, Rigo? — disse con una voce perfida, appoggiandosi contro di lui, come per fargli sentire quanto il suo corpo fosse morbido e pieno di tentazione.
Ritta sui piedini cercava di giungere alla sua bocca, gli molestava la faccia con la piuma d’oro de’ suoi capelli.
— Io so bene cos’hai... — disse, inarcandosi ancor più, ancor più.
Egli la guardò ambiguamente, fra il sorriso e l’ira.