— Questo è mio padre e questa è mia madre, — pensò Arrigo fugacemente, guardando i due poveri vecchi.

E una pietà nuova gli sorse dal cuore, acuta come una sofferenza.

— Ti avverto, — riprese Paolo — che la «tua» Loretta si dà certe arie addirittura da principessa. Cerca, se puoi, di non scaldarle la testa.

Ella scattò su come una viperetta:

— No, mio bel signorino! la testa non me la scaldo, io! Pensa tu piuttosto ad essere meno triviale, e ci guadagnerai.

— Insomma, caro Arrigo, — intervenne il padre, — la mia casa è un inferno. Si sente sempre strillare. Che brutta cosa!

E la sua mansuetudine si accontentò di questo calmo lamento. Arrigo, preso da non so quale tenerezza improvvisa, gli andò vicino e gli pose una mano su la spalla:

— Via, papà non ti crucciare. È la stessa cosa in tutte le famiglie; quando si vive insieme c’è sempre qualche contrasto.

— Bah!... — disse il vecchio a mo’ di conclusione, — se voi ve ne andate, noi cominciamo a mangiare.

La domestica aveva portato la zuppiera e la madre versava nelle fondine; poi tutti e tre curvarono le facce sopra il fumo denso, che odorava, e cominciarono lentamente, golosamente a mangiare.