L’antica tavola famigliare era troppo grande per quelle tre persone; i posti vuoti vi lasciavano una specie di tristezza, come se alcuno, che avrebbe dovuto esservi, ne avesse disertato. Per primo se n’era andato il maggiore, il primogenito, quello nel quale il padre si riconosce, in cui la madre ricorda la sua prima carezza. Per lungo tempo la sua seggiola era rimasta lì, davanti al posto vuoto, al tovagliolo di bucato chiuso nell’anello d’alluminio, quasi ch’egli potesse tornare di pasto in pasto; e non tornò. Poi se n’era andata la sorella maggiore, a farsi un’altro focolare, con altri affetti; ed ora manifestamente si allontanava l’ultima, quella che per ultima aveva allietata la casa de’ suoi strilli, quella che ai vecchi ricorda più da vicino la giovinezza ed è come l’ultimo fiore d’un albero laborioso, il più fragile ed il più bello.
Se ne andava, e restavan i due vecchi ad ingoiare amaramente il cibo greve, con un figlio taciturno, che forse rimaneva, solo perchè sentiva il possesso, l’eredità della casa, scendere nelle sue mani tenaci.
Tra il fumo della minestra questi pensieri salivano alla mente dei due vecchi, e rivedevano essi forse quella lor stanza d’un tempo, quando intorno alla tavola quadrata c’erano quattro testoline di bimbi, e bisognava gridare, faticarsi, lavorar più duramente, ma ciò non era molesto, se ad ogni tratto una vocina limpida si levava dalla nidiata per chiamare: papà, mamma! con quell’accento infantile in cui trabocca l’istintivo amore.
E pareva che, guardando Arrigo, entrambi gli dicessero mutamente: «Sei stato tu! sei stato tu!»
— Non la ricondurre troppo tardi, — la madre disse ad Arrigo. Ed il silenzio tornò nella stanza, rotto appena dal rumore che i cucchiai facevano battendo le stoviglie sonore.
Quando Arrigo e Loretta si trovaron nella strada, soli, e si guardarono, la colpa ch’era già entrata nelle lor vene li soverchiò entrambi di dolcezza e di paura. Non osarono parlarsi a tutta prima. Loretta prese il braccio d’Arrigo e s’avviarono lungo il marciapiede, fra la gente folta, a passi frettolosi. Il rumore della contrada li stordiva; quello stordimento era per entrambi delizioso.
— Dove andiamo? — domandò infine Loretta.
— Camminiamo. Ancora è presto, — egli rispose con una voce assorta.
La serata era dolce, un po’ snervante, piena di languori. Navigavano per l’aria quasi ferma certe larghe ondate di vapori biondi, che oscillavano vicino ai tetti e salivano alte nello spazio, facendosi più rare, più tenui, fino alle prime stelle. In quella vaporosa pigrizia dell’aria i vasti romori delle cose parevano accrescersi d’una maggiore sonorità. Tutto quanto aveva un’anima, reale o fittizia, era nella pienezza della sua vita; ogni cuore si sentiva spinto a desiderare più in là di sè stesso.
Avevano da poco acceso i lampioni, che splendevan d’una luce quasi azzurra sotto il cielo ancora intenso di trepidazione solare; alcune finestre chiuse raccoglievan nelle vetrate i fuochi e le raggiere del tramonto.