Le loro bocche innamorate s’incontrarono, godettero tutto il dolore del male che li struggeva.

E andarono via lentamente, al trotterello del cavallo stanco, per corsìe diritte, per strade oblique, per vicoli tortuosi, penetrando nel dedalo della città crepuscolare che or si costellava di lumi, come un immenso naviglio fermo su l’ancoraggio notturno. Quando furono di là dalle barriere, nelle zone del suburbio che quasi non conoscevano, parve ad entrambi d’esser giunti assai lontano da quella grande ostile città che li teneva prigionieri, sottomessi al divieto, e parve loro d’esser come due sconosciuti per una terra quasi straniera, liberi finalmente dalle intollerabili sorveglianze altrui.

Nella dolce serata primaverile il suburbio era spesso di gente, uscita fuori da’ formicolai di cinque piani o dalle piccole decrepite case, per gremir la strada con tutte le figliolanze, dopo le parche cene. Era vigilia di festa, un sabato sera; le comitive inauguravan per ogni contrada l’allegrezza del giorno domenicale. Le trattorie, le taverne, le sorbetterie riboccavan di gente, assiepavan di tavolini il marciapiede popoloso. Alle porte dei teatri e dei balli suburbani s’addensava una baraonda irrequieta levando alto il frastuono della sua tumultuosa ilarità.

Su l’ingresso dei cinematografi, sfavillanti d’una luce quasi violetta, gli strilloni dalla tunica o verde o rossa, dalla voce rauca, dalle maniere ciarlatanesche, alternavan le lor grida strabilianti adescando la folla con manifesti atroci e cartelli sanguinolenti come il paniere del boia.

Ogni tanto una chitarra sbucava da una contrada buia, un fonografo urlava la sua canzone asmática, un bambino picchiato strillava da una portineria, come un’anima dannata.

E il cavalluccio trottava; il cavalluccio insensibile ai tepori della primavera, ugualmente stracco e rassegnato nelle intemperie dell’inverno come nelle canicole dell’estate, zoppiccava sul sasso nemico, piano piano, con quella irremovibile filosofia che vien dopo la disperazione; povera vecchia macchina fatta d’ossa e di dolori, indifferente alle stratte, alle frustate, alla premura de’ clienti, quasichè sapesse ormai che tutto il suo destino era di camminare, a forza d’inciampi e di asma, piano, ma camminare.

La campagna vicina mandava tra l’ultime case qualche odore agreste, e già compariva tutta sgombra, quasi ravvolta in un’aria violacea, per le contrade laterali che non erano più selciate. In una d’esse il vetturino svoltò.

— Non sono mai venuta fin qui, — disse Loretta. — Sembra d’essere in campagna; senti che buon odore!

Avevano falciato qualche prato là intorno; i mucchi dalla fienatura odoravano di fragranze vegetali nella sera primaverile. Anche il ronzino, a quell’odor di maggengo saporito, pareva sentirsi dilatare nei fianchi magri l’anima ingorda, e puntava più forte. Il vetturino si cacciò un mozzicone di sigaro fra i denti e prese a canticchiare; con la frusta schioccante accompagnava la sua monotona cantilena. Questo fece ridere Loretta.

— Com’è buffo! — disse piano al fratello. E gli si accostò, con una piccola risata, che gli diede in faccia il suo fresco respiro.