Egli non parlava; una specie di torpore, una sensazione mai conosciuta fasciava dolcemente il suo spirito comunicandogli una stanchezza fisica, una specie di sensuale abbattimento. Per una breve ora gli piaceva scordare che la sua piccola compagna, colei della quale era dolce sentirsi il braccio sotto il braccio ed il respiro nel viso, fosse la sua medesima sorella, uscita dal grembo medesimo che aveva data la vita, nutrita con lo stesso latte, cullata nella medesima cuna: la figlia del suo padre e della sua madre, la sorella germana.

Egli aveva nel medesimo tempo un immenso orrore, un orrore inconsapevole, di sè stesso, e in ciò trovava nondimeno la sua più forte voluttà. Gli piaceva udirla parlare; quella voce, che gli pareva di non aver conosciuta mai per l’addietro, gli entrava sin nell’intimo del cuore prodigandogli quasi una lenta ed affaticante carezza. Ch’ella dicesse di amarlo, ch’ella osasse dirgli che lo amava, che il suo desiderio gli fosse così palese, così pronto a lasciarsi cogliere, ch’ell’avesse un bisogno quasi malato di fasciarsi intorno alla sua persona e fargli sentire la trepidazione delle sue morbide membra ancor intatte, ch’ella parlasse a lui come al suo primo innamorato... tutto questo lo stordiva, lo tentava, lo inebbriava, metteva nel suo cuor forte una pulsazione veemente, nelle sue vene concitate un brivido quasi di terrore, ne’ suoi nervi rudi una specie di tormento, del quale assaporava con lentezza tutta la perversità.

In lei veramente era il possesso vietato, era la gioia che non doveva conoscersi, era il delitto e la somma voluttà.

Quand’ella gli parlava d’amore, avrebbe voluto a sua volta, risponderle: «Sì, ti amo! sei la prima che amo, la sola che potrò mai amare... Tu muovi dentro di me una gran tempesta che m’inebbria...» Ma di questo si vergognava, e le parole che suonavan dentro gli parevano impossibili a dirsi. Allora taceva, lasciando a lei che parlasse, a lei, poich’era quasi una bambina, una piccola bambina, e tutto poteva dire.

Ma solo nel chiamarla, nel parlarle, nel profferire il suo nome, egli metteva un infinito amore. Non era più solamente il desiderio di lei, quel desiderio veemente che l’aveva assalito, facendolo schiavo e torcendolo fino al dolore; adesso era qualcosa di più, una specie di tristezza, un furor chiuso e torbido, che lo possedeva sin nell’intimo e lo feriva come una spina infittagli nel cuore.

Egli, che non aveva mai affrontata la propria coscienza, aveva ora paura di sè. Temeva qualcosa d’oscuro; c’era fra lui e lei una forza indefinibile, ignota, che lo atterriva; sopra il suo colpevole amore pendeva quasi una minaccia più che umana. Voleva esser aspro, e non gli riusciva che d’esser dolce; voleva non guardarla, ed i suoi occhi, senza volerlo, andavano incontro a’ suoi. Quand’era pur lontano e distratto, ne aveva senza tregua l’immagine fissa nella mente. Voleva pensare ad altre donne, ad altri amori, ed ella furtivamente gli si annidava tra le braccia con una promessa più forte; voleva respingerla da sè, quasi per purificarsi di questa colpa, e la colpa gli ritornava, gli affluiva nel cuore per tutte le vene, come un’ondata di voluttà.

Il cavalluccio trottava; la campagna uguale riposava dal lavoro diurno, rotta dai casolari, percorsa dalle strade, segnata dalle siepi. Qualche filare di pioppi, traverso la vaporosa pianura, s’allontanava a perdita d’occhio nella notte bianca. Dietro loro si addensava la città, sovrastata da una luce rossastra, ch’era, nell’aria ferma, il riflesso delle sue molte luci.

Di là da una siepe videro un gregge di pecore che pernottava; s’era sparso nel praticello, a piccoli gruppi, e biancheggiando vi dormiva. Il cane accorse su la proda, tutto ispido, ed abbaiò.

— Guarda, — disse Loretta con un’ammirazione infantile, — guarda come sono bianche e come dormono vicine.

Quelle pecorelle addormentate davano al suo cuore di bimba una tenerezza singolare. Soggiunse: