Eran un po’ storditi entrambi di quella passeggiata serale per le campagne semibuie; avevan nel cuore e negli occhi il fantasma della lor colpa imminente, soffrivano entrambi il dolore dell’amore. Si erano sentiti per un momento soli nel mondo, affacciati sopra un pericolo, sopra una tentazione, che superava i loro pavidi sensi; — ed ecco si trovavano in un giardino pieno di gente, di gente un po’ triviale, che mangiava con robusta fame, parlando e ridendo forte; la luce aveva abbagliato i loro occhi un po’ torbidi, l’odore delle vivande aveva solleticato i loro stomaci sani, e la musica trascinante che veniva dal terrazzo, e le coppie danzanti che si vedevan passare dietro le finestre in un fascio di luce, avevano dato ad entrambi il desiderio di allacciarsi l’uno all’altra, ben vicini, ben forte, e buttarsi a cuor perduto in quel ballo, e non aver più paura di quel loro amore che li faceva tremare.
Arrigo diede un piccolo colpo sul piatto vuoto, che gli luccicava davanti, e disse:
— Ho fame!
Prese un pane, lo ruppe. Loretta cominciò a sbottonare il guanto che ancora le calzava la mano destra sino a mezzo l’avambraccio, se lo fece scorrere in giù lentamente, ne trasse fuori le dita ad una ad una, si guardò la mano, sopra e sotto, l’intrecciò con l’altra su l’orlo del piatto. Quella sera ella non portava il braccialetto di Rafa; i suoi due polsi nudi, minuscoli, eran densi di vene; la luce obliqua li dorava d’una biondezza tenue. La sua faccia un po’ stanca prendeva un bel colore, tutto da lei spirava quella indefinibile seduzione che la donna comunica quando ha molto pensato all’amore.
Mentre il cameriere imbandiva, si misero a guardare i loro vicini e riderne.
Una donna esageratamente grassa e rubiconda eccitava l’ilarità di Lora. Sedeva nel mezzo d’una tavolata numerosa, ov’eran molti bimbi che cicaleggiavano sbrodolandosi il mento con le salse gocciolanti. E le mamme a rimbrottarli, e gli uomini a lanciar loro qualche scappellotto. La grassa commensale portava una camicetta scollata, d’una seta a pallottole bianche su fondo blu; era forse una ricca bottegaia, che andava in bagordo, il sabato sera, con tutto il parentado.
— Sa, — diceva il cameriere ad Arrigo, — abbia pazienza per stasera, signor conte! Il sabato viene tanto popolo che non si ha tempo di servire come si deve. Ma nei giorni della settimana è tutt’altra cosa. Poi, se volesse telefonar prima, si potrebbe prepararle qualche piatto speciale.
Un bimbo, col tovagliolo annodato intorno alla gola, si mise a correre fra i tavolini per acchiappare una farfalla moribonda. Capitò vicino alla tavola d’Arrigo e il cameriere lo frustò via col tovagliolo, quasi fosse un can randagio.
Ella rideva del cameriere, del bimbo, della farfalla e della donna grassa; rideva di tutto, per una súbita gioia ch’era entrata in lei. Nella luce azzurra che pioveva dall’alto, i suoi lineamenti si avvolgevano d’un contorno quasi vaporoso, i capelli biondi le facevan cadere una leggera nube su la fronte.
Ma quest’allegrezza fu breve; breve per entrambi. A poco a poco furono lontani da quella gente, da quel frastuono, si ritrassero in un mondo loro, temendo quasi che alcuno ve li sorprendesse, mentre ambedue, per una onestà inconsapevole, si ribellavano contro la forza del loro così perverso amore.