La domanda era tanto grave, ch’ella stessa tornò a nascondersi. L’altro nulla rispose; accese una sigaretta, quasi volesse ubbriacarsi di fumo.

Poi, quand’ella non si aspettava più nessuna risposta:

— Perchè sei mia sorella, — disse.

Ella si strinse nelle spalle, meditò.

— Questo nome ti pare così terribile?

— Sei una bambina, — egli osservò gravemente.

— Una bambina?... — E sorrise crollando il capo. — No, piuttosto un’altra cosa, molto semplice: soffro e non voglio più soffrire. Voglio bene a te, a te solo, e chiunque tu sia, voglio bene a te! Infine, di cosa mi rimproveri? Perchè sento questo amore? Ma non è mia colpa. Forse perchè ne parlo? Ma che servirebbe il tacere, se tu, che pure taci, non fai che pensare continuamente alla stessa cosa?

E le sue piccole mani si allacciarono strettamente alle mani di lui, che non sapeva rispondere, che non osava più guardarla. Poi divenne mansueta, persuadente, insistente:

— Ascóltami, Rigo, ascóltami! Quel coraggio che dovresti avere tu, l’ho avuto io per la prima. Ora non condannarmi: aiutami! V’è una certa paura in tutto questo, è vero, ma bisognerà pur vincerla...

Egli la guardò stupefatto.