— Del resto è naturale che fra noi ci sia una differenza. Tu hai avute tante altre amanti, sei stato carezzato, baciato, adorato da tante... Quello che puoi avere per me somiglia tutt’al più al desiderio che potresti avere d’un’altra. Invece io...

— No, Lora, questo non lo dire! non lo dire! È assurdo! Ma dunque non vedi che faccio sopra me stesso uno sforzo terribile per salvarti?

— Per salvarmi? Per salvarmi, dici? Ma io non voglio essere salvata! A che scopo? Perchè un giorno magari mi prenda Rafa, od un altro come Rafa? Io sono libera, capisci? padrona di fare con me quello che voglio. E son io che ti cerco, non tu. Se hai paura del rimorso, io lo voglio portare tutto su me stessa. Guarda: ragiono freddamente, so quel che dico. Amo te, voglio esser tua; solo questo mi piace. Voglio carezzarti, farmi carezzare, viverti vicino, essere innamorata di te, gelosa di te... E son io che voglio, non tu; io sola... ti basta?

Egli guardò quella fanciulla di vent’anni, quel fiore semplice, che aveva un cálice così profondo e maturo, così odoroso e perverso. Una specie di ammirazione tacita nacque in lui, come se ne avesse paura.

— Loretta, — egli disse, — alla tua età non si può saper ancora cosa è bene e cosa è male, o per lo meno qual è il male troppo grande.

— Il male troppo grande è non avere il coraggio d’essere felici, — ella disse, inconsapevole forse delle sue parole.

Entraron due giovini bellimbusti, allegri e chiassosi, che imbaldoriavano quella sera in compagnia di due cortigianelle, così rosse di belletto e così eccentricamente vestite, che molti, fra que’ satolli borghesi, ebber l’aria di scandolezzarsene. Le due ragazze ciarliere, tenendosi al braccio dei lor galanti, camminavan sui tacchi alti con un passo dinoccolato ed uno sconcio dimenìo dell’anche, ogni tratto scoppiando in certe risate stridule che ferivano i timpani altrui come la nota falsa d’una chitarra scordata. Eran gaudenti o nottambuli di basso ceto e donne di bassa galanteria; adocchiaron passando la tavola d’Arrigo; un d’essi lo salutò. Conoscenze antiche, forse del tempo ch’egli tavernava con una cricca di fannulloni equivoci per le bottiglierie malfamate. I sopraggiunti sedettero ad una tavola vicina e si misero manifestamente a parlar di lui. Arrigo, intuendo i loro discorsi, per la prima volta si doleva che lo avessero sorpreso in quella trattoria campestre, quasi clandestina per un giovine signore, e sorpresi lor due soli, che parevano amanti, che dovevano a tutti parer amanti, e forse portavano impressa nel viso l’incancellabile ombra del loro peccato.

Loretta capì che qualcosa lo molestava e domandò:

— Chi è quel tale che t’ha salutato?

— Un avvocatello senza clienti, — rispose Arrigo; — un brutto tipo.